CREATIO EX NIHILO

La Creazione ex nihilo è una verità incontestabile; è la possibilità logica, un principio che non richiede l'atto di fede. Una materia deve avere un suo creatore, in assenza del quale bisogna dedurre che essa sia stata generata da altra materia e questa da altra ancora, e così all'infinito. Il nulla rende impossibile questo interminabile processo all'indietro e si pone come origine del mondo giustificando Dio il Creatore a tutti gli effetti. Perché, altrimenti, qualora fosse data per certa la preesistenza della materia, Egli ne sarebbe il plasmatore, sarebbe un demiurgo, ordinatore del mondo a partire da una realtà già creata da un Essere supremo. Se c'è qualcosa che può preesistere alla materia "prima" e al mondo, è lo Spirito, la divinità assoluta, per la quale si esclude l'infinita duplicazione. Perché lo Spirito è unico, non può avere copie, le quali sarebbero ancora Spirito, doppioni superflui. Ed è il Creatore, che non ammette un demiurgo, avendo "tratto" il mondo dal nulla. Dio non crea a partire da una Parola a Lui preesistente, perché Egli è il Verbo col quale è identificato: "In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio". Egli, dunque, è questa Identità che al di fuori di sé non ha altro che sé stessa. Perché Dio è la Parola creatrice e il Creato; l'Interiorità e l'Aperto. Ed è L'Io puro, la Coscienza di Sé, della propria Esistenza, o Presenza assoluta, coniugata con l'Essere e dichiarata e confermata, in modo assiomatico, nella prima persona dell'indicativo presente del Verbo esistenziale: «Io sono Colui che Sono».[1] Cioè, l'Essere infinito, l'eterno Presente, l'assolutamente Esistente, che non ha bisogno del nome che lo identifichi. Perché la Parola, o il Verbo, l'Essere e la Creazione, sono id-entità indicative della divina Unità, la quale si "rivela" attraverso il linguaggio, la vita, il mondo: finestre con le quali ci sporgiamo sull'Infinito.

      E questa Unità, che è l'Essere supremo, il Primo Esistente, è il Senzanome: il Nulla innominabile, dal quale Tutto ha "inizio".

      Ma come può nominare l'innominabile? Da dove trae i nomi la Parola se essa è il Nulla, in cui anche il linguaggio è azzerato? Consegnata al Silenzio, la Parola è il Verbo: voce dell'Essere e azione, che crea senza nominare. Perché si dà il nome a ciò che è, e non a ciò che non è ancora ed è tratto all'esistenza da quell'atto del dire, che è insieme la Creazione e il Creato senza tempo, perché assimilati al Creatore. L'eternità è il "tempo" dell'Essere, del Verbo, che è l'Atto puro, il dire "originario" e senza origine, perché Parola coincidente con l'Eterno, la quale nel Silenzio partorisce l'universo. La creatio ex nihilo, in quanto tale, non ha altro principio se non in sé stessa e cioè in quel Nulla che essa è e che le garantisce l'esistenza eterna, in piena corrispondenza con l'aseità[2] di Dio.

      La Creazione, allora,  è autocreazione che giustifica il Nulla come principio. Così che  il Nulla non è l'affermazione e il trionfo del nichilismo, la negazione dell'Essere, della sua esistenza; non è il precipitare della vita nel gorgo della morte, ma è l'assenza di un qualcosa, cui si possa fare risalire la nascita del mondo; che cioè preesista alla Creazione, al Creato, al di fuori e al di là dello Spirito divino. In questa accezione, il Nulla coincide col Principio, con l'Essere assoluto e ne garantisce l'eternità. In quanto la Creazione è eterna, la vita che ne fa parte non può annullarsi nella morte. Come può esserci un nulla eterno, se eterna è la Creazione?

Se la Creazione, in quanto tale, è la negazione del nulla, essa ne è anche l'affermazione, perché  creatio ex nihilo. L'identità tra l'Essere e il Nulla è la risposta alla finitudine dell'umana esistenza, di cui costituisce il superamento. Perché il nulla, in quanto fa dell'Essere il Principio assoluto e ne garantisce l'eternità, assicura la sopravvivenza oltre la morte. E qui, il nichilismo si congeda dalla concezione negatrice dell'Assoluto, dissolutrice dei valori e del senso dell'intera esistenza per consegnarsi alla visione ontologica di una realtà concepita e ricondotta entro la sfera dell'Essere, dove il Nulla, strappato al senso tragico della morte e convertito al senso della vita, è il Tutto eterno della Creazione.

 

 

 


[1] «Elohim disse a Mosè: "Io sono colui che sono". Poi disse: "Dirai così ai figli d'Israele: Io-Sono mi ha mandato da voi"» (Esodo 3,14). Elohim è uno dei sette "nomi" di Dio. Per "nomi" di Dio nella Bibbia si intendono i vari appellativi ed espressioni usati per riferirsi alla Divinità.

 [2] Nella teologia medievale, è la condizione di Dio, la cui perfezione consiste nell'avere in sé stesso il principio della sua esistenza.

 

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