Tommaso Romano, "L'airone celeste" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Giulia Sottile
 
 
 
Si dice che in Sicilia ogni testa sia un tribunale. Può anche esser vero, insieme alla scarsa coesione al momento di organizzare manifestazioni corali, da una rivoluzione a una rimpatriata; ma qualche volta si rompono quelle barriere che per qualche strana ragione si frappongono tra un siciliano e l’altro al momento di riconoscere il valore di un corregionale.
Di recente, la casa editrice Prova d’Autore ha inaugurato il primo volume della crestomazia intitolata “POETI IN e DI SICILIA”, progetto culturale, ancor prima che editoriale, volto alla raccolta di editi e inediti poetici di autori da ogni angolo della Trinacria operanti tra la fine del secolo scorso e gli inizi del Terzo Millennio. Gli Autori cooptati appartengono a tutte le generazioni, tra esperienti affermati ed esordienti, e (con l’eccezione di Luisa Trenta Musso, venuta a mancare qualche settimana dopo aver scelto e consegnato il proprio splendido contributo) si tratta di vivi e vegeti che testimoniano, ognuno a proprio modo, una continuità dell’attività di comporre versi. Può apparire paradossale in un’epoca di crescente annichilimento dell’essere umano, eppure questa spinta del sentire verso tale modalità espressiva è persino in aumento. Ancor più opportuno (e arduo), dunque, risulta agli addetti ai lavori l’onere del“filtraggio”. È questo il lavoro svolto dal curatore del volume “POETI IN e DI SICILIA”, Mario Grasso, e del suo comitato promotore composto da Alessandro Centonze, il curatore suddetto, l’editrice Nives Levan, Laura Rizzo, Gaetano Vincenzo Vicari, Stefania Calabrò.
Questa premessa per inserire all’interno di una cornice contestuale anche il mio occuparmi di Tommaso Romano, amico e stimato collega di Mario Grasso da molti anni e poeta tra quelli reclutati per questo primo volume che vuol far un compendio del panorama letterario (e nello specifico poetico) nella Sicilia contemporanea, quale traccia e testimonianza di un passaggio storico. All’esperienza della suddetta crestomazia, ha fatto seguito immediato, come contagiato nell’entusiasmo, un nuovo libro di Romano, “L’airone celeste” (ed. All’insegna dell’Ippogrifo), che include parte delle poesie comparse in Poeti etc. e altre del tutto inedite.
Così personalmente mi sono accostata alla scrittura di Tommaso Romano e ho potuto apprezzarne la delicatezza. È questa infatti una definizione che mi sento di dare al complesso armonioso della sua nuova raccolta, uno spazio in cui dar voce ai propri sentimenti più sofferti, quelli che nella vita di tutti i giorni si zittisce perché, si sa, bisogna essere forti al mondo e inghiottire i bocconi amari. In queste poesie Romano sembra rappresentarsi nell’atto di adagiarsi finalmente in poltrona e buttar fuori i propri disappunti.
Non ho potuto fare a meno di notare come nel primo componimento la parole “attesa”, insieme alle sfumature grammaticali e lessicali tra attendere e aspettare, sia ripetuta ben 16 volte, e nel corso della silloge viene ripresa ancora. Sembra che l’attesa riguardi desiderati tempi migliori, attesa spesso delusa anche dall’incalzare troppo frenetico del tempo e dal perdere le poche occasioni. Altre parole ricorrenti sono “assenza”, “memoria”, l’aggettivo “lieve” (e infatti ho sopra definito delicata la sua scrittura). Romano intercala un gergo colloquiale a un linguaggio aulico, che talvolta prende in prestito il latino, altre volte ricorre a riferimenti mitologici. A un tratto parla di “verso gemmato”, che poi è una definizione che si potrebbe adattare al suo stesso verso.
Tommaso Romano è un poeta di lungo corso, di esperienza pluridecennale anche come autorevole studioso di diverse discipline (di cui è docente), e forse, conoscendone l’intera produzione, potrebbe già essere possibile tracciarne le linee direttive, scomponendo l’opera omnia in “periodi” corrispondenti ad altrettante fasi della vita. Solitamente, quella attraversata da chi ha superato “il mezzo del cammin” è caratterizzata da istanze che si fanno via via sempre più autobiografiche e rispondenti a un’esigenza di sintesi, di analisi, di compendio. Non di rado si fa più presente la riflessione su temi come il rapporto tra le epoche e le generazioni, tra la propria giovinezza e l’età adulta, la morte, l’anima, le persone care. Ma se in Sicilia ogni testa è un tribunale, questo è tanto più vero per gli artisti (sappiamo tra l’altro di un Romano pittore), tanto da trovarne la propria particolarissima cifra espressiva per rendere contenuti destinati a essere universali. Così l’Autore si sente un “migrante dello Spirito”, come a dire che in tanto parlare di migranti in fondo l’essere umano in sé è migrante, ma senza speranza di accoglienza. Ma l’essere umano è anche un Prometeo che distrugge ciò che potrebbe migliorare, la civiltà che ha costruito nel corso della storia, in un mondo dove le mutazioni sono “solo apparenti”. In questo specchio di mondo si fa più malinconica la nostalgia per la tenera età, per luoghi e tempi in cui essere diversi, in cui stare meglio. Si tratta di riflessioni, tuttavia, che non arrivano con la pesantezza di uno schiaffo, bensì come in una musica dolce. Sembra a volte voler scandire il tempo della propria vita attraverso le parole. Non a caso la maggior parte dei componimenti recano a conclusione la data e in alcuni casi anche l’ora in cui sono stati scritti (l’ora del giorno del mese dell’anno, che a un certo punto Romano ironicamente battezza “non più di grazia”). La trascrizione della data potrebbe apparire dettaglio irrilevante, eppure è una spia, segnale di una profonda e vitale istanza di autoaffermazione. È la storicizzazione della propria vita e dell’identità, del proprio esistere al mondo e imprimerne testimonianza. Quando la memoria si deteriora diviene ancor più importante lasciare proprie tracce, tanto più alla percezione di un tempo che sembra sfuggirci di mano.
È interessante il rapporto tra il tempo e la realtà fisica delle cose, come emerge da questo “L’airone celeste”. Ho già accennato al tempo frenetico, che caratterizza la nostra contemporaneità, in cui è tutto fugace e non si arriva a comprendere il presente che è già passato. Romano lo chiama “il tempo di Eraclito”, perché scorre irreversibile come il famoso fiume in cui bagnarsi, “rapido, liquido, impalpabile”. Forse è proprio contro questo tipo di tempo che il poeta a un certo punto si trova a scrivere, non solo per lasciare qualcosa di sé a chi arriverà dopo ma anche per combattere la personale battaglia di chi non si arrende e ch’è quindi più vivo che mai. “Lascia sulla carta / ciò che pensi / senti/ e percepisci (…) là / ti troverai / senza tempo”.È il desiderio di vedere un orizzonte più ampio, di godere con pienezza del mondo, una pienezza mutilata, affettata, strizzata dalla frenesia del tempo. “Noi che diciamo sognare / e ci misuriamo / con le ore a scadenza / per passare senza osservare”.
A contrastare la fugacità, nell’universo di Tommaso Romano, non c’è solo la poesia.
Qualche anno fa, in occasione della presentazione di un libro edito da Prova d’Autore e di cui avevo curato la postfazione, “Mafia e responsabilità cristiana. Il grido del cardinale Salvatore Pappalardo”, scritto da Maria Pia Spalla, mi sono per la prima volta trovata a Palermo, nella sede dello storico Palazzo Branciforte, insieme a Nives Levan e Mario Grasso, il quale mi presentò Tommaso Romano, allora organizzatore dell’evento e relatore a sua volta. Fu quel giorno nostro cicerone nel fare gli onori di casa e ricordo la cordialità e la disponibilità con cui ci ha accolti nel suo appartamento alla Fondazione Thule, per consumare qualcosa prima di rimetterci noi in viaggio per Catania. Allora non ho solo conosciuto Romano ma anche un pezzo del suo mondo: le stanze di quell’appartamento erano adibite a vero e proprio museo, ogni superficie utile ospitava un oggetto che fosse un ricordo, un’opera d’arte, o entrambe le cose. Ho capito che quel luogo raccontava una storia, tante storie. Ho ritrovato quelle stanze tra le pagine di questo nuovo libro di poesie.
Trovo che proprio il particolare rapporto che Romano sembra instaurare con le sue collezioni abbia molto a che vedere anche con questa battaglia contro l’inesorabile scorrere del tempo. Romano è un esteta, per gusto e per formazione. Ma l’amore per l’arte acquista qui tinte più intimiste. Nel leggere le poesie de’ “L’airone celeste” si ha l’impressione che, in un mondo che cambia e si sposta continuamente, i prodotti artistici siano l’unico punto fermo, l’unica cosa che permane immutata e sopravvive anche dopo di noi e proprio per questa loro caratteristica intrinseca innalzati a garanti di una continuità storica. Punto di riferimento. Rassicuranti interlocutori, quasi. Per i più potranno risultare inutili orpelli, come a un certo punto l’Autore scrive, ma a lui piacciono. Scrive: “Il tempo pare si sia fermato, dicono, / qui, / il tempo vive come noi vogliamo / vivere il tempo / controvento se il caso è amaro / pari al lungo disfarsi. // Qui l’esilio delle cose ha una patria”, e aggiunge: “Non bruciate le carte”. È forse il suo testamento, questo, il suo fermo desiderio per il dopo. Che si riferisca alla propria biblioteca o che sia metafora di tutta la propria eredità, tra scritti e collezioni artistiche, suona come un appello al rispetto per l’atemporalità dell’arte, per il suo statuto di ferma colonna tra le nuvole. Ogni oggetto è un pezzo di sé, delle proprie esperienze di vita, di ricordi, di conquiste, di vittorie. Anche questi si possono inserire all’interno del sotterraneo disegno autobiografico dello spirito poetico. “Care piccole, nobili cose / gioie d’un incontro / d’un momento che dura / finché vita…” Ma collezionare, ci dice più avanti Romano, è “godere, / eventualmente insieme, / una gemma / per noi unica, / è viverla nel luogo / l’eletto spazio sacro / che custodisce i frammenti / fedeli, silenziosi / da contemplare”. Vedo allora quelle stanze come una placenta di pace in cui rifugiarsi, uno spazio che racconta di sé, che come un salone di specchi restituisce di sé molteplici immagini. Ancora una volta è possibile allora cogliere la catartica funzione dell’arte, fermezza contro la frenesia ma anche storicizzazione contro la frammentazione.
 
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Altrove mi è capitato di scrivere che poesia è anche potenza dell’immagine e creatività espressiva. Allora vorrei qui portare qualche esempio che ho trovato in queste nuove scritture di Tommaso Romano. L’atto di “raggranellare omissioni”, il “contingentando il tempo”, le “menzogne sonnambule” e le “gazzette di sangue”, “Il tepore più del piacere / acquarellava sensazioni sopite” e più avanti “Resta la nostalgia del tempore (…) ai marmi freddi delle carni già essiccate”, i “camposanti bianchi”, “un sorriso accennato / sul cristallo / imperlato di pioggia / recente”, “la ruvida montagna / nel cielo cangiante di nuvole”, “un sogno a matita / su pagine avoriate / lascerà un flebile alito”, i millenni “trapassano” (perché sono davvero tanti per usare il semplice passato o perché molte generazioni sono trapassate ?), “ritmi gioiosi / d’una favola antica / puntellata di stelle”, “un dove di case e anime / di speranze e rassegnate paure (…) Mai ti vedrò / contrappunto di mondo”, più avanti “L’orizzonte / si misura a vista / fra le scogliere di terracotta”, e la nostalgia è definita “insonne” (perché rende insonni?). E ancora: “Fremiti d’increspature / luminose / sfiorano lo specchio d’acqua / alla brezza settembrina”. Che dire del “rassegnato tremore” della poesia intitolata Nessuna nuova all’angustia, che invito a leggere per intero?
Non mancano poi componimenti che suonano come lettere aperte. Invano in ecclesia: “Pulpiti raffreddati / ormai / di panegirici tremendi / organi silenziosi / di vecchie polveri / voltiamo le spalle / a Cristo / ancora e sempre in croce, / il cuore batte invano / in ecclesia / scenario di effimeri passi / melodrammi sudati / di parole sterili / fuori luogo / nel tempo perduto / all’eterno sacro. // Chiudete le chiese, / per Dio”. Ma riporto anche il testo di Stanco cerimoniale: “Partecipiamo / con cerimoniale stanco / all’ennesimo premio in consegna / a domenicali dilettanti / e scafati giornalisti / (…) / Siamo sempre tutti premiati / e ci premiamo a vicenda / e non si capisce il perché / dato che allo stesso tavolo / sediamo forse amici o pseudotali / (…) / E sono tutti qui: / camaleonti, iene e sciacalli, / con pochi militi noti / alla buona invisibile scrittura”. Questi due componimenti si commentano da sé per la didascalicità ma anche per la forza espressiva.
Chiuderei questa mia divagazione con un riferimento al titolo. Nella poesia omonima, Romano esprime un ammirato stupore per un fantastico airone celeste, “meraviglia d’uno stupore inatteso”, forse per la libertà nello spostarsi e nel godere della bellezza della natura senza perder tempo dietro alle umane futilità? S’immagina l’airone sorvolare sulle piccole vite della piccola gente godendo d’un più ampio orizzonte. Che l’airone sia simbolo di uno spazio in cui sentirsi liberi, che sia simbolo della poesia?

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