"SILVIO  PELLICO  DAL  CATTOLICESIMO  LIBERALE  ALLA  CONTRO-RIVOLUZIONE" di Franco Pasanisi

Romanticismo e Risorgimento

Il Risorgimento in Italia è stato la risultante di movimenti di pensiero sostenuti dall’Idealismo filosofico e dal Romanticismo letterario. Storicamente la corrente politica e culturale del liberalismo con tutte le sue caratteristiche e tendenze di dottrina etica e politica ha sorretto e indirizzato questo fenomeno sociale verso la concretizzazione e l’instaurazione dello stato nazionale ed unitario. Il concetto di stato nazionale già era sorto in pieno Rinascimento quando abbiamo assistito alla nascita degli stati assoluti, cioè sciolti da ogni vincolo di fedeltà al papa e all’imperatore, perciò senza ingerenza o cedimento nei loro confronti. I primi stati integralmente nazionali furono l’Inghilterra, la Francia e la Spagna, scaturiti in antitesi agli stati feudali legati al Sacro Romano Impero.

Il primo teorico dell’assolutismo fu il filosofo Jean Bodin ( 1529 - 1596), ma questi era assertore dell’assolutismo, come sovranità, che doveva essere indivisibile e perpetuo, limitato soltanto dalle leggi divine e naturali.

 La dottrina liberale la possiamo considerare divisa in due fasi: la prima caratterizzata dall’individualismo nel XVIII secolo; la seconda contraddistinta dallo statalismo nel secolo successivo.

Il Risorgimento non fu mai avverso alla religione anche nella sua espressione politica del moderatismo, specialmente quello non laico, almeno fino al 1848. Le altre correnti politiche: repubblicane, democratiche e rivoluzionarie iniziarono i contrasti con la chiesa con la rivoluzione di quell’anno, quindi con l’instaurazione delle repubbliche a Roma e Venezia seguite poi dalla costituzione del Regno d’Italia dove la massoneria ed il radicalismo laico, presenti con i loro ministri, indirizzarono la lotta allo Stato della Chiesa. Già in Piemonte nel 1850 vennero promulgate le leggi Siccardi, che abolirono il diritto di asilo nelle chiese e il foro ecclesiastico. 1) Nel 1855 Cavour, avvicinatosi alla sinistra radicale da massone (Cfr. Verbali della “Loggia Azione e Fede” di Pisa), abolì tutti gli ordini religiosi, nonostante l’opposizione ed i contrasti di Vittorio Emanuele II. Nel 1865 venne riconosciuto valido solo il matrimonio civile.

Il Romanticismo culturale, politico  ed artistico si sviluppò in antitesi all’Illuminismo. Esso metteva in luce la creatività dello spirito e l’esaltazione dei sentimenti in antitesi con il razionalismo non logico ma metodologico dell’età precedente. Si basava sullo storicismo che rivalutava la tradizione ed il passato quindi in contrasto con l’antistoricismo illuministico che diede luogo al progressismo. Al cosmopolitismo degli illuminati venne opposto il concetto di nazione. Con la Restaurazione si sviluppò una cultura contro-rivoluzionaria che fondava le sue radici nella Tradizione della Chiesa e operante in politica come pura Reazione. I maggiori rappresentati di questa concezione di vita furono i filosofi: Joseph de Maistre (1753-1821), Louis G. A. de Bonald (1754-1840), lo svizzero Carl Ludwig von Haller (1768-1854) e Juan Donoso Cortés (1809-1853). Questi pensatori e uomini politici vissero concretamente e non teoricamente come assertori di teoresi o di speculazioni filosofiche. La Contro-rivoluzione si incarnava religiosamente nell’azione personale e sociale degli appartenenti. Essi affermavano che la Contro-rivoluzione consisteva nella restaurazione e la promozione della cultura e della civiltà cattolica. Il concetto di rivoluzione con la sua ideologia rappresentava il puro disordine e le sue virtù erano illusorie e paganeggianti, quindi si doveva rifiutare ogni cosa generata da questa. Perciò bisognava ripristinare l’Ordine naturale delle cose. Per Ordine si intendeva l’austera e sacrale Civiltà Cristiana realizzata nella storia con la pace di Cristo Re. La sacralizzazione dei valori spirituali era in netto contrasto con il laicismo giacobino che aveva rivoluzionato questo Ordine, anche sociale. Esempi storici di Contro-rivoluzione in Re-azione concreta e politica li riscontriamo nelle rivolte in Navarra, Vandea e Tirolo. Così afferma Mario Sancipriano ne: “Il pensiero politico di Haller e Rosmini”, Milano, Marzorati, 1968, pag. 128.: “..la <restaurazione ideale> voluta dallo Haller era interpretata da alcuni nella sua luce migliore, come un tentativo di restituire la religione cattolica e la pace all’Europa, in un ordine liberamente accettato, come esaltazione di valori politico-religiosi e sforzo costruttivo per erigere, sulle antiche fondamenta, lo Stato cristiano, e infine per garantire, nel riconoscimento dei diritti e nello spirito di benevolenza, un nuovo accordo tra le classi sociali”.

Ora nei diversi stati italiani sorsero diverse società segrete, i cui aderenti si battevano per ottenere dai sovrani la costituzione; cioè un insieme di norme che consentissero ai rappresentanti del popolo di formare un parlamento e così di poter prendere parte attiva al governo dello Stato. La principale associazione fu la Carboneria, movimento non rivoluzionario,  di stampo liberale e di ispirazione massonica, che non voleva ribaltare la situazione politica ma attraverso moti e rivolte cercava di convincere i regnanti a concedere la carta costituzionale. I richiami erano sempre patriottici e agognavano l’Unità d’Italia. La base di appartenenza sociale degli adepti era quasi sempre la borghesia.

La presenza della Carboneria nel Regno Lombardo-Veneto era notevole. La polizia vigilava attentamente per scoprire gli aderenti a questa società segreta. Fra il 1819 e il 1820 numerosi furono i carbonari arrestati: Antonio Fortunato Oroboni, Pietro Maroncelli, Federico Confalonieri, Pietro Borsieri e Silvio Pellico aderenti all’associazione dei “Federati”. Nella lettera del 6 novembre 1836 alla contessa Mombello il Pellico afermerà che egli non aveva conosciuto nella loro consistenza gli statuti della Carboneria, poichè in quel periodo non erano ancora giunti a Milano.

 Ventidue carbonari, appartenenti a questa cellula,vennero arrestati fra il 6 ed il 13 ottobre del 1820 di cui tre condannati a morte con sentenza del 3 dicembre 1821. L’anno successivo la pena del Pellico venne convertita a 15 anni di carcere duro grazie al provvedimento firmato da Francesco I d’Austria. Penitenza da scontare nella fortezza dello Spielberg (Brno in Moravia). Anni prima il castello era stato restaurato e ingrandito per accogliere i colpevoli di reati politici. Gli altri quattro condannati vennero tradotti al castello di Lubiana.

  1. A Torino tre anni dopo in piazza Savoia venne eretto un obelisco per celebrare le leggi Siccardi. Il monumento fu costruito grazie ad una sottoscrizione popolare della “Gazzetta del Popolo”. Venne scelta questa piazza per contrapporre l’opera al Santuario della Consolata, sede della più grande devozione cattolica dei torinesi ed al palazzo Barolo dove risiedeva la marchesa Giulia Falletti notissima controrivoluzionaria e donna di carità cristiana, che incontreremo a fianco di Silvio Pellico.

 

Silvio Pellico ( 1789 – 1854 )

Lo scrittore e patriota piemontese di famiglia religiosissima, da giovane, si allontanò dalla fede cattolica durante il periodo del suo trasferimento a Lione per affari, dove venne in contatto con il pensiero giacobino. Successivamente trasferitosi a Milano nel 1809, sotto il governo napoleonico, insegnò la lingua francese. Cattedra persa subito dopo la caduta di Napoleone del 1814 e l’avvento della Restaurazione. Qui il Nostro conobbe i principali letterati delle varie correnti di pensiero. Foscolo, Manzoni, Berchet, Monti, Pindemonte, Byron, Madame de Staël, uomini di cultura come Schelegel, Volta etc. Con questi scrittori nacquero le prime vicende umane ed intellettuali. Intenso il carteggio con il Foscolo. Si aprì il dibattito culturale fra classicismo (Monti) e romanticismo (Berchet). Il periodico  letterario era  “La Biblioteca Italiana” (1816–1840). Giornale dell’i.r. Istituto lombardo di scienze, lettere ed arti. Questo fu la prima sede della disputa letteraria. Il settimanale, foglio rosa, era filoaustriaco quindi non di opposizione al governo lombardo. Il regime volle raccogliere attorno al giornale la maggior parte degli avversari del dominio francese. Per questo motivo Ugo Foscolo rifiutò la direzione quando avrebbe dovuto giurare fedeltà al governo austriaco. Alessandro Manzoni non volle collaborare. Invece Vincenzo Monti, Silvio Pellico e Giacomo Leopardi accettarono la collaborazione. Il primo come coadiutore del direttore Giuseppe Acerbi (1773–1846)   .

Nonostante tutto la tragedia “Francesca da Rimini” del Pellico già rappresentata nel 1815 con grandissimo successo di pubblico e di critica subì la censura in alcuni dei suoi brani, in quanto opera patriottica.

Altra opera del Nostro di carattere etico è: “Dei doveri dell’uomo”, trattato di pedagogia politica, scritto nel 1834, sotto forma di sermoni, per essere studiato nei seminari, poiché si fondava su una morale religiosa.

Il periodico letterario “La Biblioteca Italiana”, come già detto, fu sede della disputa fra classicisti e romantici, quindi seguì la fuoriuscita di quest’ultimi che nel 1818 fondarono “Il Conciliatore”, foglio azzurro indipendente e bisettimanale, finanziato dall’aristocrazia milanese. L’ideatore di questo giornale fu Ludovico Breme (1780-1820), aristocratico e sostenitore delle dottrine romantiche in campo artistico, musicale, letterario e culturale. Lo stesso nome del periodico già indicava il suo programma moderato e di non assumere posizioni radicali in politica o in letteratura. Esso voleva conciliare tutti gli amanti del vero. Silvio Pellico fu il direttore  e fondatore con Giovanni Berchet (1783–1851). Immediatamente Monti passò con il Conciliatore per le sue posizioni prettamente liberaleggianti e non rivoluzionarie raggiungendo il Berchet. La rivista scientifica letteraria si aprì alla cultura europea, grazie a Madame de Staël. Il successo non sfuggì alla censura austriaca che fece cessare le pubblicazioni l’anno successivo proprio per un articolo della scrittrice francese. Da quel momento Pellico divenne sorvegliato speciale ed arrestato per l’inesperienza del Maroncelli che lo aveva introdotto alla carboneria. Dal carcere milanese passò ai Piombi di Venezia per essere poi condotto definitivamente in Moravia, accusato di alto tradimento.

Comunque Silvio Pellico fu sempre un moderato, rappresentante del movimento romantico, ma grande osservatore della vita politica che rifiutò sempre anzi negò (Cfr. lettera al Confalonieri in “Poesie e lettere inedite”, Roma, 1898). Lo scrittore afferma di rifiutare la vita politica di partito poiché in essa non è contemplata la misericordia.  Anche se lo storico Gilles Pecout lo descrive impropriamente come un martire patriota o meglio un vero rivoluzionario. Lo storico monarchico Aldo Mola lo vede come un cospiratore. Senza dubbio questi studiosi si fermano alla prima fase della vita del Pellico.

 

Le mie prigioni  ( 1832 )

I libro è l’opera principale e memorialistica con la quale viene identificato l’autore. Silvio Pellico non volle scrivere un semplice diario intimista ma tramandare le esperienze che gli fecero riscoprire la Fede  e la Religione cattolica sin dalla prima notte trascorsa in quel triste posto. Questo fu possibile grazie alle esortazioni materne e quelle del suo confessore. Il Pellico sottolineava sempre: “Adorare Dio con semplicità”. Lo scrittore si era allontanato dalla spiritualità religiosa quando aveva vissuto nella Francia giacobina. La riscoperta non fu una conversione. In galera era sostenuto dal vicino di cella conte Antonio Fortunato Oroboni che tanto contribuì spiritualmente al ritorno alla Fede, Tutte le domeniche partecipava al Sacrificio della Santa Messa. Nel 1822 in una lettera al padre si conferma tutto questo. Le sue memorie erano lontane dal sentimentalismo. Comunque il volume abbraccia  il romanticismo politico. L’opera, ben riuscita in questo, rappresenta la redenzione (riconversione) attraverso il dolore e la sofferenza che sono mezzi che conducono alla salvezza.

Le posizioni religiose si consolidarono quando divenne segretario ( magister di casa ) dei marchesi Barolo e assunto anche come bibliotecario a palazzo Falletti. Conducendo con prestigio e buona amministrazione il suo compito. Lo scrittore era stato presentato da Cesare Balbo (1789–1853), anch’egli liberal cattolico, a Carlo Tancredi Falletti, marito di Giulia Colbert di Barolo (1786–1864), oggi  entrambi sono stati riconosciuti dalla Chiesa Servi di Dio. Silvio Pellico collaborò intensamente alle opere di apostolato e di carità dei Barolo. Il suo percorso religioso culminò nel 1851 con l’adesione, a fianco della marchesa, al laicato francescano divenendo terziario.

La marchesa era originaria della Vandea e solerte contro-rivoluzionaria. Durante le persecuzioni giacobine trovò rifugio in Olanda per non essere vittima di quei noti massacri. Successivamente raggiunse il marchese Carlo Tancredi per unirsi in matrimonio nel 1806 a Torino. I due sposi vissero in pienezza il carisma della vita coniugale come sacramento.

In quegli anni il Piemonte era terra di intensa fede basta ricordare: S. Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786 -1842), S. Giuseppe Cafasso (1811–1860), S. Giovanni Bosco (1815–1888),il Beato Francesco Faà di Bruno (1825–1888) e  SanLeonardo Murialdo (1828–1900).

Le mie prigioni, opera introspettiva, ( composta da una introduzione e 99 libri ) venne tradotta anche in francese, grazie a Piero Maroncelli che nel 1833 vi aggiunse le sue “Addizioni”. Anche il sovrano Carlo Alberto permise le pubblicazioni. L’opera divenne un manifesto del Risorgimento non in chiave di Rivoluzione Nazionale. Venne accolta con successo nella Svizzera Italiana assumendone una dimensione religiosa; nella confederazione elvetica le edizioni pirata erano diverse. In Francia si ebbe il più alto numero di pubblicazioni. Il volume aveva un carattere eteroeducativo e comunicava un messaggio religioso scritto sempre con sincerità. L’introspezione era legata alla fede ed accettava cattolicamente il sacrificio. Notiamo la comprensione e la compassione verso il nemico. Alto il senso della Famiglia ed il concetto di martirio.

L’opera venne sfruttata politicamente e intensamente dai patrioti liberali meno dalla chiesa e dai circoli cattolici. Il Metternich cercò di metterla all’indice ma invano. Anche a Roma si tentò di demonizzare il libro invocando la condanna della S. Congregazione dell’Indice. La Santa Sede non trovò nulla di disdicevole, però si mostrò severa con le “Addizioni” aggiunte dal Maroncelli.

Il poeta e drammaturgo Angelo Brofferio (1802–1866), rappresentante dell’estrema sinistra democratica, ne “I miei tempi” definì ascetico il libro. Si aggiunsero cori di lodi e unanimità di applausi da diverse parti. Nel carteggio Pietro Giordani-Viesseux (1825-1843) si sottolinea il grande elogio dell’opera.

I cattolici intransigenti con i cardinali detti  “zelanti”, ala maggioritaria all’interno della Chiesa, che l’anno prima  avevano eletto papa Gregorio XVI, accolsero con sospetto “Le mie Prigioni”, anzi misero in dubbio la conversione del Pellico. Uno dei principali sostenitori di questa tesi  con lettera del 29.12.1832, fu Monaldo Leopardi (1776–1847), padre del poeta Giacomo, contro-rivoluzionario e rispettoso dei valori tradizionali. Vestiva di nero con i tipici calzoni corti e cravatta bianca, secondo l’uso dell’aristocrazia dell’Ancien Régime. Perciò difensore e strenuo assertore dei legittimi valori di Trono e Altare. Grande filosofo, politico e letterato era stato sempre fedele al papa durante l’occupazione giacobina francese della sua città. Già nel giugno 1799 i contro-rivoluzionari liberarono Recanati dall’occupazione delle truppe d’oltralpe, affidandogli il ruolo di governatore ma al ritorno dei transalpini venne condannato alla pena di morte. Però si salvò grazie all’intervento del cognato, il marchese Carlo Antici, che intercedette presso i rivoluzionari affinché evitassero l’esecuzione.

Anche su alcuni giornali venne messa in dubbio la conversione del Pellico. I principali furono: “La Voce della Verità” di Modena (Cfr. n. 450 del 21.6.1834) e “La Voce della Ragione” (1832- 1835; Giornale filosofico, teologico, politico, istorico, letterario- t.V. 31.7.1833, n.25, pp.56-57) di Pesaro, editore e direttore politico Monaldo Leopardi. Stessa posizione assunse il poeta François-René de Chateaubriand (1768-1848) nelle sue “Mémoires d’autre-tombe”. Il libro venne definito memorialistico dai democratici progressisti che accusarono l’autore di conservatorismo intellettualistico e traditore del liberalismo quindi di essere clericale.

Egli non godeva di tante simpatie tra gli scrittori della “Rassegna Nazionale” (1879-1952), periodico letterario e culturale. Anche se venne difeso da loro  quando fu calunniato da Olindo Guerrini, poeta verista. Questi avanzarono qualche riserva nei confronti dello scrittore anzi sottolinearono: “I cattolici lodarono sempre Pellico, ma non lo idolatrarono mai” (fasc.16.6.1885).Vincenzo Gioberti lo definì un grande cristiano anche se nelle “Prigioni” notò un eccesso di sentimenti romantici. Il pensatore aveva dedicato al Pellico il suo “Primato morale e civile degli Italiani”. Successivamente lo screditò per “l’inerzia cattolica” e per il rapporto spirituale con la Marchesa Giulia di Barolo.

Solo nel 1836 Silvio Pellico concluse il suo percorso spirituale aderendo al pensiero contro-rivoluzionario. Infatti sempre a Torino frequentando abitualmente il salotto della pittrice Ottavia Borghese contessa Masino Giglio di Mombello entrò in contatto epistolare con il padre della contro-rivoluzione svizzera Carl Ludwig von Haller.

Haller aveva esercitato una certa influenza sugli ambienti moderati italiani. Specialmente sul beato Antonio Rosmini (1797–1855) che sin da giovane ne fu un ammiratore. Il pensatore di Rovereto già aveva gioito della conversione pubblica di Haller dalla religione protestante al cattolicesimo (1820). I due pensatori erano accomunati dalla stessa avversione nei confronti dell’Illuminismo.

Il filosofo svizzero richiese la ritrattazione delle idee liberali dello scrittore de “Le mie Prigioni”. Il Pellico tentennò ma dopo pochi mesi e la intensa lettura dell’opera principe di Haller “La Restaurazione della Scienza Politica” affermò di sposare l’ideologia contro-rivoluzionaria. La testimonianza si evince dalle numerose  epistole inviate alla Mombello. Nella prima edizione dell’Epistolario le dedicò anche dei versi. L’influenza della psicologia femminile della nobildonna fu determinante alla maturazione dell’idee del Pellico, influenza accompagnata dall’abilità diplomatica della Mombello che lo seguì gradualmente nel suo percorso.

La lettera del Pellico dalla quale si rende noto la sua posizione a riguardo è quella del 6 dicembre 1836 che recita: “Je crois, Monsieur, que nous sommes d’accord sur la doctrine; c’est bien mon désir”.

 

                                                                            APPENDICE

                                                            

                                                      EPISTOLARIO  DI  SILVIO  PELLICO         

 

                                                                                  96

                                              A la Comtesse Ottavia Masino di Mombello

                                                                                                                                         Turin, 5 juin 1836

Madame

Vous êtes bien bonne de m’avoir communiqué ce que M. de Haller vous a écrit de flatteur à mon égard. Ses expressions disent beaucoup trop. Quand vous lui répondrez, veuillez, Madame, l’en remercier de ma part, et lui offrir le petit livre des Doveri que je joins ici. Si vous pouvez me procurer pour quelques jours l’édition allemande de sa Restauration de la science politique, je lirai cet ouvrage avec grand plaisir. Et ce bon M. de Haller a donc aussi des craintes sur ma manière de penser? J’ai été quelquesfois étonné de cemalheureux besoin qu’ont les hommes de se méfier, de soupçonner, de pencher pour les suppositions peu consolantes. Maintenant je n’en suis plus ni surprise, si fâché. Je vois que cela est naturel. Il y a surtout des positions, tells que la mienne, où un homme ne peut trouver que peu d’ames comme la vôtre, qui poussent l’indulgence et la confiance à lìexcès.Ne me justifiez point: je ne le fois jamais avec personne. Pour ces deux jours de vie que nous avons, qu’importe que l’on nous attribute quelque abomination  de plus que celles don’t nous sommes coupables devant Dieu? C’est même bon pour équilibrer l’effet des jugements; car n’est-on pas toujours trop estimé et trop loué par quelqu’un? Jespère que j’aurai l’honneur de vous voir avant la ville; nous allons à la vigne Barol.

Daignez agréer l’assurance des sentiments distingués de respect et de dévouement avec lesquels etc.

 

                                                                                    99

                                             A la Comtesse Ottavia Masino di Mombello

                                                                                                             Turin, 23 août 1836

  Madame

Tous ceux qu’ont de la bonté pour moi excédent en indulgence, et vous, Madame., plus que beaucoup d’autres. Vôtre lettre me donnerait de l’orgueil, si je n’avais pas le Bonheur de reconnaître combien tout ce que je fais de passable est médiocre. Quand j’aurai achevé la lecture de l’auvrage de Haller, je lui écrirai, et je le remercierai de ce qu’il m’a jugé avec tant de bienveillance.

Ce que Chateaubriand a dit ( à ce que l’on nous a rapporté, car je n’ai rien lu d’écrit sur ce sujet ) pour jeter des doutes sur ma véracité à propos des Piombi de Venice, est comme si l’on disait: - Pellico nous parle d’une Commission spéciale, et moi qui ne l’ai pas vue, je vous annonce qu’elle n’a pas existé. Que voulez.vous que je répond, Madame? Rien. – L’acusation est trop étrange; elle n’a pas besoin d’être réfutée. On ne peut pas même la ranger au nombre des calomnies, car tout le monde à Venise – et dans toute la monarchie autrichienne c’est une chose connue, -sait que les Italiens jugés et condamnés à Venis ne pouvant pas tous être enfermés dans un seul lieu, ont eu pour prison les uns les Piombi, et les autres San Michele di Murano.

Le gouvernement n’en faisait pas mystère. Je n’étais pas le seul qui fût aux Piombi; il y avait le marquis Canonici de Ferrare, neveu du Cardinal Mattei, et une quinzaine ou une vingtaine d’autres ou Carbonari ou soupçonnés de Carbonarisme. Il faut être singulièrement aveuglé par le désir d’accuser, pour dire des simplicités aussiextraordinaires que celle de nier que les Piombi aient été des prisons en 1820-21-22. Ce n’est pas moi qui reconte un fait: c’est toute Venise qui sait ce fait; c’est des milliers d’autres qui le savent. – que mantenant on ne se serve plus des Piombi pour prison, c’est fort bien: le bel argument pour nier ce qu’ils ont été notairement pour moi et pour tant d’autres!- Il n’est pas possible que le gouvernement autrichien ait voulu tromper là-dessus Chateaubriand ni d’autres personnes: il y a des mesonges trop manifestement impudents pour que des hommes graves osent les débiter. Je croirais plutôt que Chateaubriand ayant demandé à voir les Piombi, on lui ait simplement dit que ce ne sont plus des prisons, et que son imagination échauffée, irritée par quelque individu autrichien ( non par le gouvernement ) ait conçu avec légèreté l’idée que mon séjour aux Piombi a été une fable. Quand il fut de retour de Venise à Paris, on me dit qu’il déclamait dans les salons contre mon livre, Assurant qu’il n’y a plus de Piombi depuis la République. On m’ajouta qu’il voulait écrire contre moi. Il me vint dans la penséè de lui adresser une lettre, pour l’engager à mieux s’informer avant d’entreprende une accusation dont il aurait bientôt dû rougir. L’abbé Peyron vit cette lettre, mais je renonçait à l’idée de l’envoyer. Ce n’était ni une prière, ni des explications; c’était le langage d’un homme indigné qui dit à un autre:  “Si vous êtes cosciencieux, réfléchissez à la turpitude que vous commettriez par la plus absurde des assertions”. J’ai bien fait de ne pas envoyer cette lettre. Au reste, on m’écrivit de Paris que madameRécamier avait persuadé Chateaubriand qu’il se faisait du tort s’il m’attaquait. Depuis lors, personne ne m’a dit qu’il ait écrit contre moi. Il l’a donc fait quelque part, d’après ce que M. Ferrand vous a dit. Tant pis pour M. de Chateaubriand! Je ne m’en inquiète pas. Il aura cru bien faire; mais il a agi avec légèreté. Je ne suis pas non plus informé si d’autres écrivains français m’ont attaqué. Je lis peu les journaux, je ne suis guère au courant des agitations littéraires. Elles ne m’ont jamais extrêmement intéressé;ells ne m’intéressent plus du tout.

Ma fenêtre aux Piombi n’était pas ovale, mais carrée et grande dans la première chambre que j’y eus. On la voit de la grande cour du palais du doge, en venant de la Piazzetta. Elle esr, pour le spectateur qui regarde ce superbe escalier où Marin Falier a été décapité, et d’où je suis déscendu au milieu des sbires, pour aller entendre sur l’échafaud ma sentence de mort sur la Piazzetta; elle est dis-je, au-dessus de cet escalier, mais à la gauche du spectateurs, et elle donne sur les Plombs de l’église de Saint-Marc. Dans le temps où j’étais là, le marquis Canonici ètait mon voisin: sa fenêtre était plus à gauche, pour le spectateur; c’est-à-dire à ma droite. On défendait alors aux curieux d’aller sur les plombs de l’église, parce que de là ils auraient pu nous voir et nous parler.- La chamber que l’on me donna depuis avait deux fenêtres, une grande et une petite; ells n’étaient pas ovales non plus. Je vous remercie du long passage de Haller que vous avez eu la bonté de copier pour moi. Si vous écrivez à ce digne homme, dites-lui, je vous prie, que son suffrage me fait plasir, et que je lui en suis oblige.

Agréez, Madame, l’assurance des sentiments bien distingués d’admiration et d’estime avec lesquels j’ai l’honneur d’être etc.

 

                                                                              101

                                                A la Comtesse Ottavia Masino di Mombello

                                                                                                                                       6 novembre 1836

Je crois que tout ce que fait un excellent Coeur tel que le vôtre, est bien. Ainsi je ne saurais vous blamer de n’avoir pas été de mon avis sur l’inutilité des justifications que  l’on voudrait faire en faveur de ses amis, lorsque des jugements séverès les ont frappes.[Votre] désir a été si généreux et si beau, Madame, que je vous en dois des remerciments.

Je vous rends graces aussi de m’avoir envoyé ces trois dignes et bonnes lettres de M. de Haller. Ses plaints à mon égard ne sont pas amères et haineuses comme bien d’autres qui m’ont été adressées par des hommes qui brûlent aussi de zèle religeux, à ce qu’ils assurent. – Voulez-vous que je vous renvoie à Aniers ces trois lettres? Ne vaut-il pas mieux que je vous les rende seulement quand j’aurai l’honneur de vous revoir? Car c’est un trésor, comme vous le dites. Si par un cruel hazard ells se perdaient, j’en serais désolé. – Il me semble voir pas la plus récente de lettres de M. de Haller, qu’en voulant un peu me justifier, vous avez dèpassé, sans le savoir, le termes exacts de la vérité. Vous lui avez dit, à ce qu’il paraît, que je n’ai pas été coupable. Hé, mon Dieu! n’y a-t-il qu’un degré de culpabilitè?N’est-on qu’une de ces deux choses: innocent, ou digne d’être condamné à mort et trainé par grâce dans les chaînes du Spielberg? – J’ose penser que si l’on ne m’avait pas refuse un défenseur,  si les temps avaient été moins critiques, moins irritants, on n’aurait pas cru pouvoir consciencieusement me condamner à mort ni à de longues années d’une affreuse captivité; mais je nepuis pas dire pour cela que je ne fusse nullement repréhensible. Car, puisque je n’aimais pas la domination autrichienne, mon devoir aurait été de réprimer et de cacher mes dangereux sentiments, ou d’abbandonner les pays gouvernés par l’Autriche. Au liéude cette conduit sage et chrétienne, je croyais que l’on pouvait professer ouvertement l’opposition, et j’avais la folie de voir sous un aspect avantageux les sociétés secretes qui pullulaient en Italie.

Jamais je n’ai été acune de leurs assemblées; jamais ja n’ai eu sous les yeux les statuts de la Carboneria. Cette société devait s’implanter à Milan, mais les statuts n’y étaient pas ancore.

Je n’étais favorable aux espérances des libéraux de cette époque, que paru que ni moi ni mes amis nous ne fraternisions pas avec des scélérats. On a tout confondu, ou s’est plus à ne voir que des monstres. Certes, on a cru bien faire,  et peut-être autrement.

Hélas! Qu’en est-il résulté? Une multitude épouvantable de condamnés et de proscrits est devenue le fléau de la terre. Non, ce n’étaient pas tous des monstres! Mais il y a, et il y en a toujours plus. On a dit qu’il ne faut pas de clémence contre les mécontents, ou qu’il faut qu’elle se borse à ne pas le livrer tous à l’échafaud.

Je crains que l’on ne se trompe. Enfin, que Dieu éclaire contre les gouvernements! Prions pour eux, car c’est prier pour l’Eglise, pour les peuples, pour les familles.

Agréez, madame la Comtesse, mes sincéres remercîments et l’assurance de mon respect et de mon estime distinguée.

 

LETTERE  DELLA  CONTESSA  OTTAVIA  MASINO  DI  MOMBELLO  E  DI  SILVIO  PELLICO  A  CARLO        LUDWIG  VON  HALLER

                      ( Archivio di Stato di Friburgo, Svizzera, Fondo Haller, Busta 1836 )

                                                       A C. L. Von Haller

                                                                                                        Turin, le 21 février 1836

 

Monsieur le Chevalier,

     Je serai bien mortifiée si vous m’eussiez fait le tort de penser que j’avais pu oublier le livre de Mie Prigioni de Silvio Pellico dont j’avais eu l’honneur de Vous entretenir, lorsque j’ai eu celui de Vous faire ma visite à Soleure. Il est impossible d’oublier quelque chose qui Vous regarde, Monsieur, mais d’autant moins quelque chose qui eut rapport avec le plus beau jour qui ait lui sur moi dans mon long pélérinage de cette année, celui de Vous revoir et de recevoir un si aimable accueil que Vous nous fîtes. Or, il faut que Vous sachiez, Monsieur, que nous avons passé trois mois et demi à Paris et qu’il n’y a pas un mois encore que nous sommes rentrés:  mille petits riens, qui s’accumulent pendant une absence de six mois, m’ont détournée jousqu’à présent de m’acquitter de ma promesse: j’y pensai tous les jours et je me fâchai de ne pouvoir m’en occuper: j’y joins la tragédie de Francesca da Rimini, réputée son chef d’oeuvre: j’ose dire que par ses qualités morales, bien plus encore que par son talent, quoique très distingué, Silvio mérite d’être connu de Vous, et d’en obtenir quelques signes d’appobation; Vous êtes si bon, si aimable, que Vous ne me refuserez pas quelques lignes pour lui, lorsque Vous aurez la bonté (bonheur que j’espère!) de m’annoncer la réception de mon paquet: ces lignes précieuses seront un trésor pour ce bon et digne homme.

    Par le Père Barras Clarendier du Grand Saint Bernard, je prends la liberté d’adresser le paquet à Monsieur Votre Fils était Vicaire à Lausanne et qu’il avait eu le bonheur cet hiver de converser beaucoup avec lui. C’est commencer bien de bonne heure la laborieuse carrière Apostolique. Cet ange de vertus, est dèjà une récompense que le Seigneur a voulu Vous donner pour avant-goût dans ce monde; juste recompense pour le bien immense que Vous avez toujours fait, soit par les lumières répandues avec vos excellents écrits, soit par le grand exemple que Vous avez donné en face de l’Europe, suivant la verité au prix d’un bien-être, au prix d’une brillante carrière, au prix d’une patrie!

     Veuillez, je vous prie Monsieur, agréer les affectueux compliments de Masin et presenter nos hommages respectueux à Madame votre Epouse ainsi que nos compliments à Monsieur votre fils aîné. De grâce encore veuillez me conserver votre précieux souvenir et ayez un petit coin aussi dans votre coeur, pour celle qui se fait gloire de se répéter pour la vie.

De Vous Monsieur le Chevalier

L’humble servante et la très aff.née amie Octavie Masin de Mombel née des Borgheses.

 

                                                         A C. L. Von Haller

                                                                                                         Turin, le 22 Août (1836)

 

Monsieur le Chevalier

Que de remerciments ne vous dois-je pas, mon cher et respectable ami, pour les précieuses lettres don’t vous m’honnorez? Heuresement que les vôtres me parviennent! Quant aux miennes il n’y a pas grand mal si ells se perdent; cependant je regretted que l’inexactitude des Postes aye rétardé une justification de mon cher Silvio Pellico et mes remerciements à votrepremière du 28 Mai, que je conserverai ainsi que la dernière tout le temps de ma vie, comme des monuments Glorieux de vos bontés à mon égard et qui attestent à la fois combine votre execellent coeur sait faire bon usage de l’étendue et de la justesse de votre esprit. Je  m’empresserai de donner connaissance à Pellico du contenu de votre dernière; il est actuellement à la campagne avec les Marquis  de Barolo, mais je lui écrirai. Ayant conservé mémoire de la réponse  qui s’est égarée, je vais la recopier ici, sûre que celle-ci vous parviendra, car c’est un de nos amis qui a la bonté de s’en charger et s’il ne passe pas par Soleure, tout au moins il ne passera pas loins pour aller à Bâle, et la mettra en lieu sûr à la Poste. C’est le Prof.eur Baruffi, jeune homme d’un talent distingué qui voyage pour son instruction et ira jusqu’à Copenhaghen.

     Je vois tacher de vous developer, Monsieur, les causes majeures qui m’ont determine à ne donner lecture de votre letter à Silvio, que de la seule portion qui était à sa louange. (J’imaginai bien que la lecture du livre des Doveri vous aurait fait presque deviner Pellico, sans les notions que je vais ajouter). Une vie exemplaire, toute consacrée aux bonnes oeuvres et à des exercices pieux, des écrits composes dans le seul et unique but de propager les bonnes lumières; tout cela, si ce n’est pas une rétractation formelle, c’est toujours une reparation aux scandales passes et peut être plus fructueuse que d’autres plus directes. Au temps où nous vivons il n’y a guère de personnes qui ne blâment la faiblesse, comme ils l’appellent, de changer d’opinion: il y en a bien peu aussi qui veuillent se corriger, et surtout si quelqu’un se donne l’air de le faire ne faut-il pas dans ce cas tâcher de pousser les esprits du bon côté, sans qu’ils s’en doutent? Autrement ils se raidiraient. Quelques mots sur la jeunesse de Silvio, vous le feront juger plus malheureux assurément que coupable. Il n’avait pas encore vingt an, lorsqu’Instituteur des enfants d’une noble famille de Milano il se trouva au centre de la societé la plus libérale et la plus incendiaire de l’Italie.Il n’était cependant encore d’aucune secte et son nom encore pur n’était inscrit sur aucunes listes de ces Carbonari qui attirèrent tant de maux sur notre pauvre patrie. La révolution allait éclater, il est choisi pour porter un paquet de Lettres… c’était la mèche qui devait allumer le feu aux différentes mines préparées: il l’ignorait. Arrêté sur les souçons qui pesaient sur la famille avec laquelle il vivait, son paquet fut saisi. Il l’aurait mieux caché s’il en avait connu l’importance. Traîné de prisons en prisons, Silvio eût pu acheter sa liberté décelant les coupables, et faisant valoir son innocence,mais, généreux autant qu’honnête homme, il laisse croire qu’il était criminel et ne révéla jamais les crimes des autres… Le reste de sa malhereuse histoire vous la savez par la lecture des Prigioni. Voilà donc le motif qu’il ne s’accuse jamais coupable devant les hommes; il n’a pas commis de crime pour l’avouer. Sa manière de penser, ses opinions politiques au reste, pouvaient être libérales sans être coupables, en speculation, tel peut aimer le système républicain, ou représentatif, comme un autre l’absolutisme… mais pour ce dernier mode de gouvernement je crois qu’il n’y en a plus. Les rois n’ont pas été tous des Pères, pas tous ont eu la maxime d’être pour les peoples mais au contraire, ils ont considéré les peoples pour eux et comme un revenue: ils se sont fait l’idée d’avoir un troupeau et se sont fait de trop somptueux habits de leurs toisons et ils les ont pelés jusqu’aux os.

     D’après ce que je viens de vous exposer, Monsieur, sur la jeunesse de Pellico, et sur sa conduite actuelle, vous sentez que, peut-être, ce serait angoisser une conscience extrêmement timide et scrupuleuse; peut-être serait-il l’engager à quelqu’écrit qui lui attirerait encore plus d’ennemis qu’il en a déjà: et il en a presqu’autant qu’il y a d’individus dans le parti liberal, lequel ne voit en lui qu’un réfractaire. Il en a encore dans le parti oppose, lesquels partagent peut-être les doutes que vous avez eu la bonté de m’exprimer à son égard,  sans avoir, comme Vous Monsieur, ce zèle de vraie charité qui, tout en abhorrant l’erreur, s’intéresse et aime le coupable. Comme il n’était pas à Turin aussi lorsque j’ai reçu votre très honorable lettre du 20 Mai, je lui ai écrit lignes qui étaient en sa louange, et lui glissant seulement quelques mots sur le doute où  vous paroissiez être touchant sa manière de penser actuelle. Je prends la liberté de vous transcrire mot à mot sa réponse et elle vous prouvera bien mieux que mes paroles, que si Pellico a manqué comme tout homme est sujet à manquer, sa vie entière depuis est une vie d’ange. Son humilité, sa douceur unie à la fermeté de son caractère le rendent un objet de continuelle admiration pour toutes les personnes, qui ont comme moi le bonheur de le voir de près. Vous remarquerez, que même à présent, tout a l’état de perfection qu’il s’est donné, il ne s’avoue coupable que devant Dieu; c’est la preuve la plus convaincante de son innocente (La Masino trascrive la lettera del Pellico inviatale in data 5 giugno 1836).

     Je Vous remercie infiniment, Monsieur, pour la peine que Vous avez prise d’expedier mon paquet à Bâle: si le portrait ne rend pas bien tout le calme céleste qui respire dans la figure de Silvio, c’est la faute du dessinateur. Il est vrai portant qu’il y a une nuance de tristesse quelquefois, mais c’est des souffrances physiques horribles et qu’il supporte avec une résignation et une hilarité de saint. Si vous voulez bien honorer Silvio de quelques lignes, veuillez me les faire passer; ells lui feront un bien sensible plaisir: Vous aurez la bonté de me dire aussi, si je dois maintenant lui faire lire toute votre première letter; je m’en rapporte entièrement à votre bon jugement. Veuillez me pardonner le mauvais gribouillage, que la hate et une indisposition nerveuse rendent presque inintelligible. Veuillez, Monsieur le Chevalier, me conserver en votre précieuse mémoire et croire au respect et à l’admiration avec laquelle j’ai l’honneur de me dire

Votre ob.te et affectionnée

                                                                                                                  O. Masin

 

                                                              A  C. L.   von Haller

 

                                                                                                             De la Vigne le 7 octobre 1836

 

 Monsieur le Chevalier,

      La personne que j’avais chargée de vous faire parvenir la lettre en remplacemente de la très longue que vous n’avez jamais reçue m’a dejà écrit d’Amsterdam, il y a plus de huit jours et me voilà toujours privée de celle que j’attendais de Vous, pour accuser reception de celle à laquelle nous attachions quelque prix, moi, par amitié pour Pellico, Vous Monsieur par bonté pour moi et tendre sollicitude pour l’autre. Je crains bien que vous ne l’ayez pas plus reçue que la première; dans ce cas, ce serait en  Suisse qu’on épierait nostre correspondance, car cette dernière à été mise à la poste à Berne; aurait elle dû être affranchie? Ne l’a-t-elle pas été? C’est ce que j’ignore. Mais vous avez des amis à Berne et il vous sera facile, mon cher Chevalier, de vous en enquérir et de ravoir la lettre. C’est peut-être une punition du ciel pour ma présomption; je ne mérite pas d’entreprende la justification d’une personne d’un mérite aussi grand comme l’est Pellico et auprés d’un si grand, si célèbre, si justement admiré que Vous Monsieur! Cependant j’espere de trouver grâce en faveur de l’intention et de la persévérance car je ne me rebute pas et je vous écrirai la trisième si celle-là vous est manqué comme la première. Si vous le jugez à propos, veuillez me donner une autre adresse ou une autre direction, mais finalement il faut que vous soyez au clair de tout ce qui concerne notre cher Silvio. Veuillez agréer Monsieur, les hommages de mon Mari et les offrir de la part de tous les deux a M.me votre Epouse, ainsi qu’à Monsieur vos fils.

      J’attendrai avec impatience une réponse à celle-ci, que je reccomande aux anges protecteurs de l’amitié et des liaisons saintes et vertueuses. De toute mon âme je me dis pour la vie.

De vous mon cher chevalier

                                                                       Octavie Masin de Mombel Borghese

 

 

                                                              A  C.  L.  von Haller

                                                                                    Près de Turin, 20 octobre 1836     

 

Monsieur le Baron

    Il y a quelques mois, Mad.la Comtesse Masino Borghese de Mombello me fit l’honneur de me parler des sentiments indulgentes et bienveillants que vous voulez bien avoir pour moi, Monsieur. Elle me donna même par écrit quelques paragraphes d’une lettre où votre bonté à mon égard paraissait d’une manière touchante. Vous ajoutiez, Monsieur que vous désiriez que je lusse votre ouvrage sur la Restauration de la Science politique et que je lusse en allemand. Je priai notre bonne Comtesse de me faire prêter une édition allemande de cet ouvrage. Monsieur d’Olry eut cette complaisance ( cet excellent Monsieur d’Olry qui vous aime tant et de qui j’appris lesdétails les plus intéressants sur la grâce que Dieu vous fit de connaître la vérité ). Je viens a present d’acheter cette lecture et je prends la liberté de vous remercier de ce que vous m’avez fait suggérer de l’entreprendre, car j’aime les livres don’t l’nspiration est chrétienne et où les principes vrais sont développés avec une raison saine. Quoique j’ai connu le désir de l’expulsion des dominations étrangères et que mes folles expérances m’aient précipité dans les cachots, je ne suis point assez fort dans les recherches de la science politique pour me pretender en état de juger et d’apprécier tout ce que j’ai lu dans votre ouvrage. Ce que je comprends à merveille, ce que je sens, c’est que personne n’a le droit de vouloir renverser par des révoltes les puissances établies. L’ordre social est sacré; il doit l’être même pour ceux qui en souffrent le plus les imperfections. Le chrétien obéit ou émigre: les vertus révolutionnaires sont païennes, ells sont illusoires, ells son tune charité en dèlire qui finit par la haine et par le sang. Elles chargent de blessures les corps maladies pour les guérir et ells les estropient. Voilà Monsieur ce que je vois. Après cela j’avoue mon ignorance: je ne saurais pas raisonner scientifiquement sur la politique et mon esprit ne penche pas pour cette étude. Il est bon que des hommes s’y vouent et ce sont là les lecteurs qui profiteront de vos livres; mais trop de monde aujourd’hui veut être homme d’état. Je remercie Dieu de m’avoir placé assez loin des affaires politiques pour que je ne sois pas obligé de partager ce gout si universel à notre époque. J’ai le bonheur de vivre dans mon pays que j’aime et où l’esprit du gouvernement est bon et paternal; j’en bénis la Providence et je prie les peoples qui gémissent dans les conditions pénibles et honteuses, ou qui se livrent à l’héroisme trompeur des guerre civiles. Au reste, chaque parti ferme les yeux sur ses tortes et voudrait paraître excusable, sublime, divin. Chaque parti se dépouille de miséricorde à l’égard de l’autre parti; on a besoin de mépriser, de haïr, de calomnier. Dans ma jeunesse je ne m’apercevais pas assez de ces vérités; maintenant je le vois de bien des côtés, je les vois bien positivement, je les vois avec horreur et douleur.

     Beaucoup de pages m’ont particulièrement plu dans votre ouvrage, mais sourtout celles où la sévérité de l’homme qui juge et qui enseigne est plus tempérée par des paroles charitables. On y voit peut-être moins la science, fière de sa force; mais la douce lumière de l’Evangile y brille. C’est une force qui surpasse toutes les autres en fait de raisonnement.

Agréez, Monsieur, l’assurance de ma plus parfait estime. J’étais en prison, quand j’appris par un ecclésiastique une partie de l’histoire touchante de votre conversion à la foi catholique; votre nom m’est devenu cher depuis lors. J’aime à vous savoir indulgent à mon égard:  j’espère que vous m’aiderez volontiers par vos prières. Je vous les demande. Puisque mon sort vous intéresse un peu, je vous dirai que depuis que mes fers ont étè brisé, Dieu n’a plus cessé de me combler de bénédictions. J’ai de veritable bienfaiteurs. Tout me sourit sur la terre et j’espère qu’après ce Bonheur de quelques jours, Celui qui m’a racheté me sauvera à l’heure de la mort. Il est inutile de vous dire que mon contentement actuelle n’exclut point quelque affliction, mais il n’y a pas de Croix plus légère que la mienne. Dieu est toujours là pour m’aider, pour me consoler. Qu’il en soit béni!

Vous avez manifesté le desir de mieux connaître quelques-uns de mes sentiments et même vous avez paru craindre que nous différions en quelque chose d’un peu essentiel. Je sais que je puis errer, mais ce sera bien involontairement, car en fait de religion je ne fais pas la plus petite exception à ce que l’Eglise catholique romaine enseigne; en fait de morale je ne veux pas en avoir d’autre que celle de l’Eglise; en fait de politique, je me borne à faire des voeux pour la paix et pour la justice, détestant toutes les perfidies et toutes les violences,

     J’ai l’honneur d’être bien respectuesement votre très humble serviteur.

Silvio Pellico

 

                                                          A  C.  L.  von Haller

                                                                                                                Turin, 6 décembre 1836

 

Monsieur,

     Votre bonne excellente letter me confirme dans ‘idée que j’avais de votre indulgence. Il y a presq’un mois que vous avez daigné me l’écrire: le retard de ma réponse ne vient pas tout à fait de paresse. L’automne qui n’est jamais une saison favorable  pour ma santé m’a causé des souffrances un peu fortes cette année. Depuis quelques jours grâce à Dieu, je suis mieux. Vous me demandez, Monsieur, si j’avais lu tout entières les lettres que vous aviez adressées à Mad. la C.e Masino Borghese. Elle ne m’en avait d’abord fait connaître que quelques passages, craignant que quelques-unes de vos réflexions ne me fissent de la peine. Car elle savait de combine de côtés l’on m’avait attaqué, combine de gens avaient témoigné du penchant à se méfier de moi, à me croire un homme contre qui il était louable de susciter des soupçons. Elle savait que je n’opposais que le silence à la plupart de ces manifestations sévères de défiance; mais que j’avais pourtant quelquefois la faiblesse de m’en affliger. Elle jugeait avec quelque vraisemblance de raison que je n’aurais pas vu sans un peu de tristesse, que même ce bon Monsieur de Haller qui désirait  de m’honnorer de son estime, n’était pas libre de soupçons à mon égard. Ce ne fut que lorsque je lui paru assez prepare qu’elle se décida à m’envoyer vos lettres. Elles me firent due bien, car votre zèle n’est point âpre; il n’emprunte rien au langage cruel de la haine et de l’insulte; c’est le zèle d’une âme douce et charitable. Votre livre m’a bien aidé aussi à vous connaître. Il y respire d’un bout à l’autre cette droiture géné reuse qui vient de la charité. Je suis maintenant impatient de lire aussi le sixième volume. On ne l’a point encore à Turin. Je suis chargé par Monsieur d’Olry de vous prier de le lui expédier à son adresse par la voie libraire. Ce digne homme est de retour à Turin depuis peu de jours; je l’ai vu avant-hier. Nous avons parlé de vous; la grande affection qu’il vous porte me plaît. Toute son eloquence du coeur se reveille quand il vous nomme. Tout ce que vous me dites, Monsieur, relativement aux mauvaises doctrines est vrai et je crois sentir cette vérité. J’espère que votre livre sera assez lu pour qu’il fasse beaucoup de bien. Il en fera du moins un peu et Dieu vous bénira. J’ai eu une passionmal-entendue pour le bien de ma nation, mais cette passion n’était cependant pas en moi ce que l’on entend aujour’hui par libéralisme. Ce n’était pas un système de mépris contre tout autorité. Malgré cela je me condamne; car ces fanatismes politiques ne valent rien; ils se nourrissent d’exagération et d’orgueil même dans les âmes qui aspirant sincèrement à la justice. Il n’y a de bonne générosité que dans les coeurs doux et humbles qui prêchent l’obéissance, la concorde et l’amour. Car rien n’est faux dans l’Evangile ni dans l’Eglise son interprète et leur voix divine commande la soumission à toute loi étabile, hors celle qui demanderait un péché. Même alors on ne jette point de cri de guerre, mais l’on souffre et l’on meurt, s’il le faut. Je crois Monsieur, que nous sommes d’accord sur la doctrine; c’est mon désir. Honnorez-moi de votre souvenir et priez pour moi. Mad. de Masino Borghese et Monsieur d’Olry vous dissent bien des choses. J’ai l’honneur d’être avec les sentiments les plus distingués d’estime et de respect votre très humble et très obeisant serviteur

                                                                                                                                          Silvio Pellico

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