"Appunti su Erminio Cavallero" di Rosalia Cavallero

 
 
Il ricordo che ho di mio padre è molto nitido. Fisicamente le prime cose che mi vengono in mente sono le sue mani grandi mentre scriveva a macchina ma anche mentre lavorava il legno (aveva l'hobby dell'ebanisteria), l'indice e il medio un po' scuriti dalle sigarette che fumava in grande quantità, la fede matrimoniale che non toglieva mai e che aveva fatto il segno, l'orologio Longines al polso, sempre lo stesso orologio (oggi è il mio orologio). Era molto alto e magro, non badava molto al vestire ed era mia madre che controllava il suo abbigliamento. Aveva sempre un aspetto elegante. Amava camminare e faceva volentieri molti chilometri a piedi. Questo per quanto riguarda il fisico. Il carattere era quello di un uomo profondamente buono ma anche molto determinato! Spesso io e mia madre lo vedevamo assorto e allora se dovevamo parlargli gli dicevamo di scendere un momento dalle nuvole... ma non era una battuta. Anche quando camminava per strada era sempre assorto nei suoi pensieri e spesso prendeva appunti, (con la penna biro che a volte comprava al momento), su un quotidiano o su qualche busta che trovava in tasca. Ho conservato questi pezzetti di carta preziosi. La sua vita di scrittore cominciò prestissimo. Il racconto "Un reduce dal fronte" fu pubblicato a Caltanissetta nel 1916 quando aveva appena quattordici anni. Nel 1921 a Napoli, a diciannove anni pubblico' " Per la dignità di una Sicilia letteraria" e "Ode ala Sicilia". Nel 1925 usci "Piccolo diario della convalescenza" la prima raccolta di poesie (dal 1921 al 24). Questa sua raccolta è bellissima ed ha una dedica al fratellino morto (morte di cui si riteneva colpevole involotario!) quando entrambi erano piccolissimi, che è già una poesia essa stessa, a mio parere. Se si riflette sul fatto che scrisse questa dedica tra i dicannove e i ventidue anni si vede subito che a quella età già c'erano in lui chiari tutti i temi sull'uomo, sulla fede, sull'esistena e sulla vita dopo questa vita. Una di queste poesie di questa raccolta: "Indizi di piova vicina" lui chiese, quando malato capì che la sua malattia non gli dava scampo, che venisse inserita nel biglietto che avrebbe annunciato la sua morte agli amici e parenti. Egli ritenne, alla fine della sua vita, che quella sua poesia scritta a vent'anni rappresentasse tutta la sua esistenza!
Zabara in dialetto siciliano ("malinconico canto da me raccolto dalla bocca di un poeta contadino" E.C.) scritto nel 1923 e pubblicato nel 1926 con dedica all'amico Giuseppe Alessi e del 27 Cantico del Sole. Nel 1928 scrive assieme all'amico fraterno Oreste de Seta, collega di università a Napoli, Storia della filosofia con prefazione di Pietro Mignosi per i licei classici. Mignosi era stato il suo professore al liceo classico in Sicilia e poi diventarono amici. Mio padre collaborò alla Tradizione diretta da Mignosi e molti sono i suoi articoli su quella rivista, tutti raccolti, dal 1928 al 1938. Sono articoli di critica letteraria, di poesia, di politica.
Ecco i titoli degli articoli di E. Cavallero pubblicati su «La Tradizione» dal 1928 al 1938.
         
               Fondamento dialettico della questione romana, I (1928), 1, pp. 35-39.
                Teologia dei mistici: Jacopone, I (1928), 2, pp. 110-114.
                Ritratto e condanna dell’idiota, I (1928), 3-4, pp. 221-222.
                Action Française, I (1928), 3-4.
                L’uomo del ‘907, I (1928), 5, pp. 273-276
                Religione e religiosità, II (1929), 2, pp. 5-10.
                Accademici in giubilazione:Torracca, II (1929), 2, pp. 72-73.
                La filosofia e i suoi problemi, II (1929), 3-4, pp. 142-146.
                Le stagioni (poesia), II (1929), 5-6, p. 252.
                Retorica e antiretorica, II (1929), 5-6, pp. 269-271.
                Fiumi e Besteaux, II (1929), 5-6, p. 282.
                Cocchiara, II (1929), 5-6, pp. 283.
                Vaccarella, II (1929), 5-6, pp. 283-284.
                Moscardelli, II (1929), 5-6, p. 284.
                Migliore, II (1929), 5-6, p. 285.
                L’idiota penitente, III (1930), 3, pp. 77-78.
                La colpa di Kant, III (1930), 5-8, pp. 157-159.
                Adagio con Croce!, III (1930), 5-8, pp. 175-176.
                Su Oreste de Seta, IV (1931), I, pp.60-61.
                Definire la poesia, IV (1931), II, pp. 67-71.
                Realismo assoluto?, IV (1931), 5-6, pp. 231-232.
                Aristotele e la poesia, V (1932), 5, pp. 58-63.
                Il pianto della moglie di Jafet, (da «La terra e l’acqua»), XI (1938), 1, pp. 32-34
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La sua produzione era già molto vasta e comprendeva anche testi teatrali. Il dramma in tre atti "La Terra e l'Acqua " e' del 1934. "Strade" in due atti. Nel 1935 si sposò ma fu mandato in Africa per lavoro e si ammalò di malaria. Non sopportava il clima e passò del tempo su una nave ospedale. Considerando questo fu rimandato in Italia e trasferito a Teramo. Da Teramo trasferimento a Cosenza e di questo periodo sono gli articoli  di politica su "Democrazia cristiana" dal 1944 al 1947 (giornale che usciva a Cosenza città dove visse per quattordici anni)  
            La corteccia dialettica di Stalin, II (1944), 10.
                La corteccia dialettica di Stalin (continua), II (1944), 11.
                Il dito sulla piaga, II (1944), 15.
                Ancora e ora, II (1944), 16.
                La Democrazia Cristiana giudicata da B. Croce, II (1944), 17.
                Francescani e…maliziosi, II (1944), 17.
                Il cristianesimo di un liberale (Lettera aperta a B. Croce), II (1944), 19. [aggiunta fotocopia «Humanitas» 1947, 4, dove c’è la lettera a B. Croce].
                Invito ai cattolici, II (1944), 22.
                Difensori d’ufficio, II (1944), 22.
                Lavoratori, unitevi in Cristo!, II (1944), 24.
                Trittico liberale, II (1944), 25.
                Audistis blasphemiam!, II (1944), 26.
                Che velocità!, II (1944), 27.
                Due risposte contro corrente, II (1944), 29.
                Il nuovo ministero, II (1944), 34.
                Considerazioni su Vico, II (1944), 35.
                Anno vecchio, anno nuovo, III (1945), 1.
                Nazionalismo e internazionalismo, III (1945), 4.
                Chiarezza, III (1945), 7.
                Diritto contro corsivo, III (1945), 7.
                Allarme, III (1945), 8.
                Risurrezione di Cristo, III (1945), 12.
                Ammonimenti, III (1945), 14-15.
                Fine di una guerra, III (1945), 18.
                Problema dell’Uomo Qualunque (lettera aperta a Guglielmo Giannini), III (1945), 27.
                Ordine pubblico, III (1945), 37.
                La democrazia cristiana va a sinistra?, IV (1946), 13-14.
                Costruire lo stato cristiano, IV (1946), 16.
                La figura del capo dello stato secondo Tommaso d’Aquino, IV (1946), 19.
                Amarezza dell’attesa, IV (1946), 20-21.
                Il capo, l’idea e la tendenza. Organizzazione e spirito, IV (1946), 22.
                Comunismo e Cattolicesimo, IV (1946), 29.
                La politica non è tutto, V (1947), 15.
                Un po’ di chiarezza, V (1947), 18.
 
e altri giornali sino ad arrivare al 1959 quando potè finalmente creare a Palermo un suo giornale con un titolo voluto da lui e che lo rappresentava in pieno: "La Linea". Fu un quindicinale bellissimo pieno di articoli interessanti e buone illustrazioni ma mio padre rinunciò a comparire come il direttore per problemi burocratici. Fu direttore Raimondo Mignosi nipote di Pietro che volentieri accettò l'incarico. In questo giornale mio padre riuscì a portare avanti la "sua linea" e grazie ad un articolo su Diego Valeri, nacque una amicizia con il poeta veneto che gli scrisse per complimentarsi. Dice Valeri in quella lettera che porta la data 18 marzo 1959: " Caro Cavallero, ho letto con commozione, con gioia, con gratitudine profonda, questo suo bellissimo articolo di "Linea"... Per sdebitarsi Valeri parlò di mio padre a Betocchi e gli propose il suo poemetto "Su questo ponte passo da anni" da trasmettere alla radio a "L'Approdo letterario" di cui Betocchi era direttore. Betocchi lo apprezzò moltissimo ma lo trovò troppo lungo da trasmettere e invitò mio padre a inviare alcune sue poesie più brevi. E accettò tre liriche: "Compagni", "Amici morti" e "Catacombe dei cappuccini" che furono trasmesse all'approdo (allora radiofonico) la sera del 29 ottobre 1962. Così i due si conobbero. La Linea intanto dovette chiudere per motivi credo economici! Prima vi era stato un tentativo fallito di far rinascere la Tradizione ma finalmente fu data carta bianca a mio padre: una nuova rivista con lui direttore e con lui a decidere la scelta dei collaboratori, il titolo, il formato e perfino il colore della copertina! Furono gli anni più belli e più travagliati della vita di mio padre! Belli perché potè far nascere la sua creatura, la "sua" rivista. La chiamò "Linea Nuova" e scelse quali collaboratori persone di primordine come Santino Caramella, Michele Pavone, Michele Fedrico Sciacca, Salvatore Orilia, Carmelo Ottaviano, Diego Valeri, Carlo Betocchi, Gioacchino Caprera, Marcello Camillucci, Fortunato Pasqualino, Oreste de Seta, Mariella Bettarini, Riccardo Sgroi, Fernando Bevilacqua ed altri... travagliati perché chi finanziava la rivista non sempre  ne assicurava la vita. Ogni tanto mio padre tornava scoraggiato con brutte notizie! Sembrava tutto finito ma poi si riprendeva la pubblicazione. Linea Nuova visse per tre splendide annate: 1964, 1965, 1967 ed è piena di articoli straordinari ancora oggi attuali! Politica e poesia, letteratura, narrativa, filosofia... tutti questi argomenti venivano trattati da nomi illustri e la rivista fu apprezzata in tutta Italia! Nel 1968 però mio padre, stanco e amareggiato dalle troppe difficoltà economiche ma anche create da chi non amava le idee chiare e il successo della rivista in campo nazionale, diede le dimissioni. Scrisse però a Betocchi in una sua lettera: "... la rivista non è per nulla morta. Infatti, se è stata una rivista viva continuerà a vivere, anche indipendentemente dalla sua breve vita, e sarà seme che si è rotto per poter germogliare... " Ed è stato cosi. Oggi Linea Nuova è più viva che mai! La lettera è la numero cento del 27 marzo 1968 e fa parte del bellissimo "Carteggio" con prefazione di Giuseppe Langella, che raccoglie le circa 100 lettere Betocchi-Cavallero, stampato nel 2013 da Edizioni di Storia e letteratura. In questo carteggio si vede come l'amicizia tra i due grandi uomini, iniziata casualmente nel 1962,  cresce man mano e diventa una grande amicizia. La stima reciproca, il rispetto totale, l'intesa e la condivisine di idee a volte impopolari per i più, il senso dell'umorismo squisito di entrambi ne fanno un carteggio prezioso!
Un esempio divertente è la lettera 84 del 4 gennaio 1967  di mio padre su Quasimodo e la risposta di Betocchi del 6 gennaio 1967. Dice mio padre che Quasimodo riteneva maniaci i coltivatori di hobby e conclude: "... proprio lui che aveva l'hobby della poesia non doveva dire queste cose." La reazione di Betocchi è esilarante: "... la bella pagina in cui discute la qualità della poesia di Quasimodo della quale non si era mai parlato fra noi, ma che mi trova perfettamente allineato al Suo pensiero."
Il direttore di Città di vita, rivista fiorentina ancora oggi esistente, chiese a mio padre di inviare qualche articolo e gli propose una collaborazione fissa. Mio padre accettò e scrisse l'articolo su Tehilard de Chardin. Questa offerta a collaborare fu una consolazione per mio padre perché era una nuova via che si apriva per lui dopo la fine di Linea Nuova! Ma la malattia arrivò in quel periodo e gli diede pochissimo tempo, solo tre mesi! In quei tre mesi scrisse delle lettere, scrisse delle poesie e arrivò a vedere appena in tempo il suo articolo su Tehilerd de Chardin pubblicato nel primo numero del 1969 di Città di vita. Inoltre scrisse pure una dedica da apporre sul suo libro di poesie Mio Specchio già pronto da tempo e lasciato sulla sua scrivania per essere pubblicato! Cosa che fu fatta pochi mesi dopo la sua morte.  Mio padre mori di leucemia a Modena il 7 aprile 1969 a soli sessantasette  anni.

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