Sulla storia/3 - Arrivano gli Arabi in Sicilia

di Pasquale Hamel

 

Nonostante la aggressività dei nuovi padroni del nord Africa, che si manifestava in continue incursioni e razzie, fra Bizantini padroni della Sicilia e Arabi, si stabilirono anche buoni rapporti commerciali e di scambio. I musulmani dell’emirato di Ifriqiya avevano bisogno di legname e la Sicilia, che ne abbondava, era disponibile a quel lucroso scambio. Le cose cambiarono quando i Bizantini si resero conto che, a lungo andare, i loro dirimpettai non si sarebbero accontentati del buon vicinato e avrebbero tentato la conquista. Da quel momento si ridussero gli scambi, ne soffrì in particolare il commercio del legno utilizzato, soprattutto, per la costruzione e la riparazione delle navi. Si voleva in questo modo impedire che venissero approntate nuove imbarcazioni che avrebbero rafforzato la flotta nemica. La versione corrente sull’improvvisa - ma sappiamo bene che faceva parte di un progetto egemonico da tempo coltivato - decisione degli Arabi di Ifriqiya di invadere la Sicilia ricondurrebbe a quello che l’arabista Umberto Rizzitano definisce atto blasfemo e proditorio di aprire le porte dell’isola all’Islam ordito dal turmarca Eufemio. Costui,  secondo una versione che appare più leggendaria che reale, sarebbe stato offeso per motivi personali e si sarebbe ribellato all’imperatore cercando di assumere il controllo dell’isola. Sconfitto, in questo suo tentativo, sarebbe fuggito in Ifriqiya dove convinse l’emiro aghlabita a invadere l’isola con la promessa di consegnargliene la sovranità. Più verosimilmente la vicenda di Eufemio potrebbe essere considerata l’occasione scatenante perché la conquista dell’isola era un progetto maturato da tempo. Gli islamici di Ifriqiya erano, infatti, consapevoli che senza la Sicilia avrebbero avuto difficoltà nel dominio del Mediterraneo e ostacoli nella futura espansione verso nord. La decisione di invadere l’isola, come ci raccontano le cronache, non fu tuttavia presa a cuor leggero, alcuni dei maggiorenti musulmani manifestarono infatti perplessità, soprattutto sulla riuscita dell’impresa. L’emiro, scaricandosi di ogni responsabilità, rimesse pertanto la decisione ad un’assemblea di maggiorenti suscitando un vivace dibattito. Una parte dei notabili essi riteneva, infatti, inopportuno e poco corretto violare i trattati conclusi con Bisanzio mentre un’altra parte, la più agguerrita, spingeva invece perché venisse colta l’occasione per dar avvio all’impresa. Fu l’intervento del saggio giurista al-Furat che convinse i dubbiosi, in nome di una presunta volontà di Allah, ad accogliere la richiesta di Eufemio. Presa la decisione si scelse, con cura il luogo dello sbarco; la scelta cadde su Capo Granitola, l’approdo più vicino all’Africa, era infatti distante appena una notte e un giorno da Tunisi. Scelto il luogo si mise insieme la forza d’invasione. Diecimila fanti e un corpo della cavalleria veloce araba - le imbarcazioni a seguire i cronisti arabi trasportavano dall’Africa 700 cavalli – vennero imbarcate a Sousse e, il 14 giugno dell’827 d,c, la flotta al comando dello stesso al-Furat, mollò le ancore alla volta della Sicilia. L’approdo avvenne il successivo  16 giugno, parla del 17 giugno. Gli invasori poterono prendere terra in tutta tranquillità avendo tutto il tempo di prepararsi ad affrontare gli avversari. Troppo tardi li raggiunsero le armate bizantine e la controffensiva da essi approntata non fu all’altezza del bisogno. La strada per la conquista dell’isola era spianata ma, diversamente da come avevano immaginato, sarebbe stata lunga e sanguinosa.

 

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