“Balarm” di Pasquale Hamel

Palermo, Balarm come, dopo la conquista, la ribattezzarono gli Arabi, divenne il centro politico e amministrativo della Sicilia, direttamente dipendente dall’emirato Aghlabita di Tunisi. A Palermo fu insediato unwali, cioè un governatore - il primo della serie fu Abu Fihr - che rappresentava l’emiro e che concentrava nelle sue mani sia il potere politico amministrativo che quello militare. Il wali veniva collaborato da un’assemblea di notabili arabi che aveva, tuttavia, funzioni meramente consultive. La città era prevalentemente abitata da arabi ma presto divenne centro di attrazione per immigrati provenienti da ogni parte dell’ecumene musulmano, a cominciare dalla Persia o dalla Siria, cosicché ben presto assunse una configurazione sociale multietnica. Grande difficoltà trovarono i governatori di Palermo a imporre il proprio potere nel sud ovest dell’isola dove si erano insediati soprattutto popolazioni berbere. La provenienza da diverse località e soprattutto i problemi derivanti dalla divisione del bottino frutto dell’avanzata islamica verso la parte orientale della Sicilia – un’avanzata segnata da stragi e violenze inimmaginabili – creò malumori che spesso diedero origine a vere e proprie rivolte. Lo stesso Abu Fihr fu ucciso nell’835 nei disordini che seguirono la ripartizione del bottino realizzato nel corso delle incursioni contro Siracusa. Fra queste rivolte, quella più sanguinosa avvenne dopo la presa di Siracusa nell’878 e contribuì all’indebolimento della stessa dinastia degli Aghabliti in Africa. Palermo cadde nelle mani dei ribelli e nel ‘900, per ricondurla a ragione,ci volle l’intervento di un esercito proveniente dall’Africa con l’aiuto dei Berberi agrigentini per piegare la città. Abu abbas AbdAllah, figlio dell’emiro, che comandava l’esercito, entrando a Palermo fece strage e, su designazione del padre, ne divenne wali.Ma, mentre ormai anche la Sicilia orientale cadeva, pezzo dopo pezzo nelle mani degli islamici, il tempo degli Aghlabiti era alla fine. Ci pensò la rivolta del Mhadhi a dare la spinta decisiva. La nuova dinastia fatimida, dopo avere preso il potere in Africa investì, infatti, la Sicilia, A Palermo dove un membro dell’aristocrazia aghlabita, tale ibn Qurhub si era impadronito del potere autoproclamandosi emiro, il vecchio assetto di potere, emiro compreso, fu spazzato via. La conquista fatimida, tuttavia, non significò per la città la fine dei disordini. Fermenti di rivolta e lo scontro-confronto con la berbera Agrigento resero infatti precario il potere con evidenti riflessi negativi sulla situazione economica e sociale. Non è un caso che, per rafforzare la sicurezza del governo emirale, il centro fu spostato, dall’antico Castrum della Paleopolis, nella nuova cittadella detta Al Khalisa. Bisognò attendere il 948 perché la situazione tornasse sotto controllo. In quell’anno il califfo fatimida indicò come emiro Hasan ibn Alì, appartenente ad una nobilissima famiglia araba della tribù dei Kalbiti, il quale alternando spada e carota, riuscì a sedare i contrasti e a ricreare l’unità necessaria. Fu proprio il periodo dei kalbiti, che si prolungò fino al 1053, che riportò la Palermo islamica allo splendore e che segnò il momento della sua più alta fioritura culturale ed economica nel tempo in cui fu sotto il dominio della gente di Allah. Il porto di Palermo, come ci ricorda Rodo Santoro, in quegli anni assunse il ruolo di base di partenza preferita per le scorrerie saracene che tormentavano le coste tirreniche, a scapito delle quote di commercio del grano che, dai grandi latifondi, ancora esistenti nel periodo islamico, “si esportava, come scrive Orazio Cancila, a Tunisi e nelle città costiere dell’Africa che avevano sostituito i tradizionali mercati della penisola”. Per quel commercio si utilizzarono infatti i porti della costiera meridionale della Sicilia.

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