Scriver per tutto il giorno
fino a notte
quando l’urgenza prende
e non lasciare nulla
(ma proprio nulla?)
di questo sette agosto
senza un’esercizio di scrittura
senza un riferimento
da consegnare al ricordo
(dato che la memoria
è ben altro
potendo cancellare - volendo -
i souvenirs inutili
e non catalogarli
come diligenti funzionari si soprintendenza
fra i reperti del civico museo
dei nobili cocci).
Certo, questa ginnastica versificante
senza illusioni risolutive
cerca risposte che non verranno
chi domanda non ha responsi definitivi
al più accumula
per aumentare la roba
senza valore venale
dei pensieri che non servono
a nessuno
se non per stare scendendo (grazie
agli Dei di salire avevo il fiato
grosso!)
dopo il fatidico mezzo del cammin
di mia vita l’aspromonte.
Ma a scalare le ruvide pareti scoscese
t’aiutano i chiodi
che conficchi appendendo speranze
a discendere il rischio
del baratro è sotto (non sopra)
gli occhi
scivolare alla morte
è proporzionale al conto delle albe
che resterebbero da vivere.
Stagione di canicola/arsura/sudore
questa sotto il leone
segno certo rampante
come i vacanzieri forzati
di questa città che ancora
malgrado i bollettini quotidiani dei TG
non vuole svuotarsi
d’auto assordanti
d’uomini ingombranti
e di donnette senza significato.
Ha ragione Lucio (Zinna)
- dato che l’altro a me caro
a Lui pari per onomastica e merito
ne aveva due di nomi: il secondo era
Anneo -
come si fa ad amare
il prossimo nostro come noi stessi;
quando già se stessi
è difficile amarsi
(non ci crede nessuno
ma mi vorrei amare di più).
Preso come sono
da Mahaler-mania
(mi ritrovo fortunatamente, ciclicamente
afflitto da improvvise e ritornanti
passioni).
Questa per Mahaler mi dura da anni, costante,
ora è una febbre che mi perseguita
sto dilapidando utilmente
lo sterco del diavolo
in audiocassette per la vita in Ford
(si deve sopravvivere in auto...)
e per queste briciole di calendario
dove assordo madre e vicini
con le dieci sinfonie
(l’ultima incompiuta
ma chi riesce mai a concludere?)
leggendo le mille biografate pagine
del Principe Quirino.
Oggi ho cominciato con la prima
(dovremmo/potremmo/vorremmo
iniziare ogni cosa con una prima)
ma adoro questa Quarta
(della Quinta non sto-a-riferire
può godersi solo quando
s’accelera con la marcia ingranata
sull’autostrada del cuore,
la Quarta è agibile anche al rugginoso
Foro Italico
divelto nell’ordinario abbandono fino
alla Cala).
Certo, invidio, Pietro
per il suo lucido compact
non solo per il compact
dati i suoi cinque lustri in più
- è più vicino alla méta, il fortunato,
io sono appunto solo a metà
secondo le statistiche -
carichi di disarmante candore
e di poetica sapienza
costruita con un solo Evento
- un padre Pio -
e scandita da eroiche ore
vuote di fatti ricche di luce
(senza contratti a termine)
A proposito non ho pagato l’ENEL
e la tensione
è assai scarsa...
La mattinata annega
al piano terzo dell’Ammiraglio Gravina
e pure il telefono sembra in ferie
quando vorrei squillasse
sta muto
fra qualche giorno, invece,
i ritornanti
pretenderanno ascolto
anche con le chiamate urbane urgenti.
Vero è che dopo dodici anni
ho finalmente scoperto
l’angolo al fresco
- nessun riferimento al Real Ucciardone –
qui di frescura autentica si tratta
e ho sloggiato dalla comoda/direttoriale/
girevole poltrona.
Manca il cavalier dell’italica corona
(perduta!)
destino decreta isolata quiete
l’ho spedito, il fido, a ritirar chiavi:
Marinella ha un marito
che preso con lei da nordici furori
- Danimarca, Svezia, Norvegia
per farci morire d’astio d’inverno
con diapositive proiezioni -
ha dimenticato di consegnarle al garagista
(compagno della stessa sorte, in questa
stessa via)
occorrenti per l’autorevole
autosymbol ad aria condizionata.
Chi resta in questo volontario esilio
in questa cosiddetta patria
rimedia a chi parte.
Anch’io domani mi concedo, penso,
una partenza
vado a Marsala
(con l’automobile, invero vado a benzina
almeno fino a che sarà possibile pomparla
dato il Golfo in subbuglio)
da moglie e figli
eroi di vera sopportazione
campioni di autentica pietà
per chi scrive
e al contempo leggo degli ostaggi di Saddam.
E noi non fummo creati stranieri
con nazionale, regolare carta d’identità
ostaggi di terra
ma anche di mare
e ogni tanto d’aria
viste le carlinghe ermeticamente chiuse
a novecento chilometri l’ora.
Intanto sono prigioniero della crisi
di Provincia specchio del Comune
senso d’inefficienza.
Sono riverito (?) consigliere
infatti, d’opposizione
- Dio guardi dal potere i poeti -
per volontà del popolo panormita
e più tardi, ne parleremo,
ho rituale seduta
per probabili rituali rinvii.
Si rinvia sempre, malgrado i consigli,
e i conti non tornano mai
al massimo (anzi, qui, siamo dietro il Politeama)
tornano gli annoiati/accaldati
cavalieri con i bus di linea
che, mi si dice,
non transitano in orario.
I minuti fortunatamente
transitano senza fermarsi.
Il signor Giorgio Kinski
di sicura ascendenza fenicia
è diventato per burla
un abituale interlocutore
redige il quotidiano oroscopo
sul nostro locale giornale:
“senza eccessive preoccupazioni
il lavoro che procederà stancamente”
debbo approfittare - ordina –
“per migliorare i rapporti con amici
influenti”.
infine è d’uopo usare
- continua il dispaccio -
molta prudenza
(agl’imprudenti va infatti consigliata
prudenza!)
“nei rapporti con l’amata persona”.
E se, poniamo
un toro fosse innamorato
d’anima morta
d’un dio inservibile
d’un sogno incontrollabile a notte
Kinski
che prudenza, di grazia,
dovrebbe esser la sua?
Mistero delle stelle
e rendiamo grazie allo zodiaco
nell’attesa
del dipanarsi dell’arcano
disincarnato quesito.
Può apparire inusuale perlomeno
giungendo a mezzogiorno
un piatto di fagioli
mia madre calcola le novità settimanali
culinarie ovviamente
e con trentatré gradi all’ombra
non guasta certo una buona, calda minestra...
Aveva previsto, la genitrice previgente,
il grande temporale delle quindici e trenta
durato stranamente a lungo nell’assetata
città
austu e riustu ed è capu d’invernu
alla bronzea faccia dei giganti
col sole scomparso
per dare ristoro ai rimasti.
Alfio m’attende alla sua casa
ch’è un bel “Museo”
gli ha pure dedicato
un serio poema illustrato a colori
il bravo
alla maniera antica. E l’ho editato
con garbo
È buona sorte leggere in pochi
i poemi
i rapinatori sottovalutano
le sostanze dei poeti
che come l’Alfio
collezionano anche premi
non più in similoro
ma in leggero contante.
La poesia non dà certo pane (degli angeli)
ma fa pagare a volte soggiorni alla Torre
del Lauro.
Viva i premi d’ogni dove
i giurati col loro gettone
in assegno non trasferibile
inutile per una telefonata nell’urbe
(io non mi esimo quasi mai
per esser sinceri
da tali incombenze)
con contorno di pubblico plaudente
e incompetente.
Il copione al Consiglio
si ripete stanco
nell’effervescenza esibita
m’invento interrogazioni
su cinematografiche rassegne
e premi/magnani/spettacoli dubbi
chiedo notizie, dettagli
non mancheranno rispondermi
(un pò in difficoltà lo sono)
ma quando premi e rassegne
consumati saranno
inghiottiti all’autunno.
Sfilano parole come carri di Tespi
e presento pure
un ordine (disatteso, chi approva i miei
ordini?)
del giorno (della notte data l’ora)
per riconvocarci d’urgenza
a ferragosto o giù di lì.
Al mutar della scena finale
il civetta presidente
viene subissato di consensi dimissionanti
a dimissioni annunciate
ma non subito operanti tuttavia
v’è ancora tempo per l’ordinaria/straordinaria
amministrazione
non passa l’immediata esecuzione/cacciata.
Con tale marchingegno
resta appesa la nostra ventura agostana
fra future riunioni
e altrui decisioni.
Ci consoliamo in tre
la notte a piazza Bellini
fra una pizza
il destino d’un partito e del mondo
un’ipotesi di ricorso
e una disputa
sugli arcobaleno (variabile dei verdi
non del santone indiano)
avranno partecipato il 6 maggio
ai ludi della cartavelina?
Così scoccano le ventiquattro
e mi consegno
al settimo giorno dell’ottavo mese
dell’anno detto di grazia
del mille e novecento e novanta dopo Cristo
che non fece contare a Gregorio
precedenti millenni.
INTRODUZIONE di Lucio Zinna
Cronaca magna (o minuta historia?) di una giornata d’agosto: una giornata qualsiasi di una delle tante estati palermitane, quando la città pare si spopoli e invece si svela (o si concede: come una cortigiana d’alto bordo) ai fedelissimi che non la tradiscono per convulsi residences di villeggiatura.
Tommaso Romano muove dalla più corriva quotidianità e - con un andamento a spirale - si inoltra in una selva “aspra e forte” (e, per certi versi, anche “selvaggia”) di minuti, di secondi, di ore, che appaiono suggestivamente / e falsamente) blandi, per farsi fonemi, grafemi, morfemi, sintagmi e così via, caricando il tutto di una gattopardiana ironia e trascinandosi appresso la gioia e la noia del vivere, il suo ardore e il suo rancore, per non dire di censure e liaisons che il poeta riesce miracolosamente a percepire ed elaborare.
Poesia di una quotidianità che si trascende, ma anche piccola sinfonia malheriana, inconsapevole forse, ma tragica e propulsiva ad un tempo.
Questo, per un lato. Per un altro lato, si direbbe che tale ricognizione - tra cronaca e storia - scritta a meno di tre giorni dalla ricorrenza del San Lorenzo di pascoliana memoria, ne capti e sconvolga i fili riconducibili al grande poeta romagnolo, inondando un (sottinteso) “atomo opaco del male” non di un “pianto di stelle” quanto piuttosto di un (rattenuto) riso di parole.
Parole che “sfilano come carri di Tespi” in questa città singolarissima che si sforza - accanitamente e imparzialmente - di comprimere estri creativi e furori mafiosi del suo popolo e finisce invero, magari con disappunto, a veder potenziare e gli uni e gli altri.
Palermo, 11 Agosto 1990