“Luca Crivello a Ragusa” di Ciro Lomonte

Pittori e scultori figurativi ne esistono ancora. Anzi, ne nascono sempre di più. Luca Crivello, giovane artista palermitano, è uno di loro. Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Palermo nel 2017, ha già partecipato a parecchie mostre collettive. Nel programma del convegno Richiamo, risveglio, riforma, organizzato a Ragusa Ibla dal 25 al 29 giugno 2019, è stata inserita la presentazione di sette opere sue di piccolo formato (cm 35 x 50), affresco e tempera a caseina su supporto di polistirene espanso.
Il convegno è dedicato alle Memorie Autobiografiche ed agli scritti di una siciliana del Novecento che merita di essere conosciuta, Madre Geltrude di San Benedetto, protagonista della ripresa della vita monastica presso il suo monastero a Ragusa Ibla.
La comunità delle monache benedettine del SS. Sacramento di Ragusa Ibla ha commissionato al solo Crivello sette opere per illustrare sette visioni di Madre Geltrude. È stato pubblicato anche un pregevole catalogo[1], nel quale fr. Sergio Catalano, domenicano e architetto, priore della comunità di San Domenico a Palermo, commenta ciascuna delle opere alla luce dei sette doni dello Spirito Santo, quattro intellettivi (intelletto, scienza, sapienza, consiglio) e tre volitivi (pietà, fortezza, timore).
Luca Crivello è un artista figurativo molto dotato. Non a caso gli sono state affidate opere che vanno ben oltre il mero virtuosismo, come Incredulitas et contemplatio, una rivisitazione impegnativa dell’incontro tra Gesù e Tommaso nel Cenacolo.
Rappresentare l’essere umano, la sua bellezza corporea archetipica, la sua profondità psicologica, la corrispondenza alla grazia dei santi, le dimensioni ascetica e mistica, Dio stesso fatto Uomo, non è avventura affatto semplice, soprattutto in un’epoca in cui l’esercizio prevalente di pittori e scultori è praticato maggiormente nelle palestre del concettuale. Occorrono autentici artisti. A Crivello sono toccati in sorte non soltanto notevoli talenti naturali ma anche dei mentori grandemente dotati: Nino Giafaglione, docente di pittura, e Giuseppe Traina, docente di restauro, entrambi all’Accademia di Belle Arti di Palermo, entrambi originari di quella Santo Stefano di Quisquina che ci riporta al primo romitaggio di Santa Rosalia.
Osservando le sette tavole per Ragusa si rimane pensierosi. È come se un giovane tenore dalla voce limpida, capace di interpretare arie difficili delle opere liriche, si fosse inspiegabilmente intimidito e avesse cominciato a balbettare e fischiettare. Perché? Per l’ineffabilità dell’esperienza mistica? Per l’afasia che prende chi temesse di farsi sollevare al settimo cielo?
L’arte sacra ha il compito di rendere visibile l’invisibile, una missione che fa tremare i polsi. Oggi è più frequente il contrario. Da più di cento anni gli artisti si impegnano a togliere materia al visibile, sottolineando il valore esclusivo dello spirito. Dello spiritualismo, meglio detto.
La gestazione di questo fenomeno è stata lunga e laboriosa. Grandi personaggi come Johan Wolfgang Goethe vi si sono dedicati efficacemente[2]. Hanno diviso l’umanità in pneumatici e ilici, illuminati e sempliciotti, affidando ai primi – serpenti post edenici – il compito di insinuare all’orecchio dei secondi che il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio sarebbe un inganno.
Nel contesto generato dalle avanguardie a inizio Novecento gli artisti non sono più semplici creativi al servizio della bellezza, non sono più meri interpreti dei valori di una civiltà. Sono intellettuali cerebrali, combattono i mulini a vento, con il compiacimento della critica. Si sentono sacerdoti, investiti del mandato di costruire un nuovo mondo. Ciò sta alla base fra l’altro della frattura fra pittura, scultura e architettura. Chi osserva le nuove “chiese” cattoliche, disadorne e spaesanti, ritiene a volte che esse siano frutto di un malinteso ecumenismo e di una resa incondizionata ai protestanti. In realtà siamo di fronte ad una terza iconoclastia, diversa da quella cui rispose il Secondo Concilio di Nicea e diversa pure da quella calvinista. Quella attuale è iconoclastia spiritualista. Figlia della Società Teosofica. Gnosticheggiante[3].
L’impressione che si ricava dalle sette nuove opere di Luca Crivello è che siamo in presenza del travaglio di un grande artista, circondato da una cultura e da una civiltà che, ai livelli che contano, disprezza il figurativo. Disprezza la materia. Lui no, la conosce, sa accarezzarla e farne oggetto di nuove creazioni. Ma non ha ancora trovato il modo di esprimere la sua gioia profonda nel contemplare la realtà. Non è ancora pienamente libero.
Perché, in fondo, Crivello è un artista autentico, sincero. Lui non vuole essere sacerdote di un’arte concepita come una super religione spiritualista. Lui sta cercando committenti e ambienti culturali che gli chiedano di mettere la sua arte al servizio dell’essere umano. E non è il solo. C’è motivo di nutrire grandi speranze.
 
 

[1] Visioni. Riflessioni artistico-teologiche su Madre Geltrude di San Benedetto, Opere di Luca Crivello. Scritti di fr. Sergio Catalano OP. Palermo 2019.
[2] Paolo Mariani, L’ “altro” Goethe. Gnosi, esoterismo, massoneria, Solfanelli, Chieti 2018.
[3] Ciro Lomonte, Why Modernist Architecture is not suitable for the Liturgy, The Institute for Sacred Architecture, Volume 27, South Bend, Spring 2015.

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Spazio riservato

spazio riservato

Login

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.