“Misura classica e scorci surreali nella poesia di Giovanni Scribano” di Rossella Cerniglia

Meditando sui versi di Giovanni Scribano mi pare di cogliere, tra i molteplici aspetti e spunti positivi della sua poesia, delle significative antitesi che si innervano nella poesia stessa, costituendone il cuore: un cuore, che prima ancora di farsi poesia, appartiene alla visione esistenziale e alla corrispondente vocazione poetica del nostro autore.
Realtà e desiderio aspramente confliggono ed aprono ad uno sdoppiamento tra un sentire che è dell'anima e uno che proviene dalla struttura egoica, prodottasi nell'uomo attraverso una millenaria cultura - quella occidentale - che ha determinato guasti che si riflettono, perpetuandosi e ingigantendosi fino ad oggi, nell'attuale disastrosa deriva dell'intera civiltà.
Da una parte, perciò, confluiscono nella poesia di Scribano, le visioni e le idealizzazioni di ricordi, di momenti e paesaggi ricostruiti e vagheggiati nell'anima, che ci appaiono ancorati a una visione unitaria, serena e gioiosa. Lo sguardo è quello di una primigenia purezza che coglie e canta la vita piena, solare e luminosa, così come appare nell'infanzia, e che partecipa, con rapimento e stupore, del bello in ogni sua forma.
L'altra visione nasce dalle inquietudini del vivere odierno, in una realtà che non rispecchia più i nostri desideri e le nostre aspirazioni. Nel vivere in un mondo che sempre più si allontana dalle aspettative della nostra prospettiva interiore, la quale, di fronte al dilagare di forze disgregatrici e caotiche, ci appare sempre più disillusa e perdente.
Alla visione idealizzata di una realtà distesa, serena, e accarezzata con animo puro, che, come dicevo, sembra additare paesaggi dell'infanzia (ovvero dell'anima, poiché in essa risiede la purezza della nostra condizione fanciulla e divina) corrisponde un linguaggio ugualmente rasserenato e limpido e puro che illumina un paesaggio di casta e rapita contemplazione dove la prospettiva solare del bello si mostra in ogni suo, pur recondito, aspetto. Una visione che si ripropone anche nel ritratto della madre in cui gli stessi valori si incarnano e i legami dell'affettività sono saldi e rassicuranti. Una visione animica, dunque, che è presente in moltissimi altri testi: e con ciò siamo di fronte all'immagine di un mondo che è quello che gli autori classici, da millenni, ci hanno tramandato, e di una lingua che ne costituisce lo specchio.
“Guarda il mare, amichevole e sereno,/ cullare tra le braccia l'ultimo sole./ Ecco, accarezza le spiagge sconfinate/ e sussurra all'aria, sussurra/ con languida voce un lontano stupore./ Questi i bellissimi versi che aprono la poesia “Crepuscolo” dove paesaggio e forma poetica si richiamano ai canoni di una classicità eterna. Più avanti, sempre nello stesso componimento, leggiamo:“Ascolta la dea dell'oblio!/ Dalla finestra del cielo/ con occhi insonni canta,/ notte e giorno canta la canzone/ del sole, dell'aria, del mare/ e da un arco di fuoco lassù/ getta sanguigne braci...” Il quadro è stupendo, esemplare per dettato e immagine. Quel che colpisce è appunto questa perfetta coerenza di rappresentazione di uno stato d'animo, la corrispondenza della parola a questo sguardo pago di dolce e sovrana bellezza. Nella rappresentazione non vi è nulla di scomposto, vi regnano la calma e l'armonia in un' estatica contemplazione senza fine.
Un altro esempio lo troviamo nei versi di “Danzando”, tratti dalla silloge “Emozioni” che ripropongono ambienti e personaggi cari alla classicità, personificazioni di una bellezza e di una giovinezza imperitura, attraverso visioni eteree ed estatiche che si condensano appunto, nell'icona di una giovinetta danzante tra prati luminosi e fioriti, espressione di un sentimento incantato. Così, in tante altre poesie, la forma è serena, di matrice classica, in armonia con un paesaggio solare, caldo, gioioso.
Talvolta, però, in seno al paesaggio, che emerge, spesso, con l'afflato purissimo del ricordo, si mescolano elementi del presente e, a contrasto, le ombre: la quiete si spezza, ed esso ci appare attraversato da vene di inquietudine e malinconia. Così è, ad esempio in alcuni versi di “La fatica”: “Dalla finestra m'avvolgono/ strade intessute d'assenza/ luci ghiacciate/ febbricitanti ombre...” E più avanti, nello stesso componimento: “Si dileguano l'ombre e i cantori del sole/ dagli sguardi come polvere.” L'aggettivazione, o meglio interi sintagmi come “strade intessute d'assenza” o “luci ghiacciate” o “febbricitanti ombre” aprono a campi semantici inquieti, freddi e convulsi. Mutamenti che sembrano indicativi di questa doppiezza, di questo contrasto che vive nell'anima tra il desiderio di una dimensione ideale, e la condizione del vivere in una realtà che non ci appaga.
La cultura occidentale ha via via distrutto i fondamenti di una visione unitaria del reale, settorializzando ogni sapere, operando arbitrarie divisioni in ambito conoscitivo, smembramenti laddove non è che una rete inestricabile di legami che connettono le parti in un Universo che è fatto, essenzialmente, di relazioni. Il mondo così spezzettato è divenuto nevrotico, schizofrenico, perché, in realtà, ogni cosa, ogni accadimento ha una risonanza nel tutto. Così, la nostra anima, parte di questo mondo e di questo Tutto, vive anch'essa le sue scissioni, i suoi contrasti, i conflitti che continua a perpetuare nella dimensione reale.
Da questa visione di un mondo caotico e frantumato, dove all'Amore, vale a dire alla forza che unisce, si è sostituita quella contraria, quella dell'Odio che smembra e divide, corrisponde una nuova immagine della realtà, ma anche la tensione verso un linguaggio che possa dare adeguata rappresentazione di essa, della sua essenza inquietante, nevrotica e inappagante.
In questa nuova percezione del reale “la parola” diventa “cenere” e “...la campana rintocca/ su un mondo di mattatoi”; l'infanzia non è più illuminata dalla gioia, ma è “di tenebre soleggiata”: un bellissimo ossimoro, peraltro, che rende magnificamente la doppiezza che è nel trapasso a questa nuova obliqua visione.
Nei versi di “Meditazione, La luce” troviamo un rapido trascorrere da una dimensione all'altra: da quella dell'idealizzazione e del desiderio a quella di un deteriorarsi e di uno scadere che le corrisponde in negativo: “...lasciamo alle spalle la dolcezza dei giorni solari;/ …/ Sui pendii d'alti monti/ bellezza palpitante ritorna/ e chiari vapori traspira;/ qui mi lambisce il vento ubriaco/ e il travaglio di millenarie solitudini./ Occultato e invisibile,/ solo la mia voce sulla sponda del fiume risuona...” Immagini di una condizione e di una bellezza vissute solo nel ricordo ormai, e in contrasto un freddo presente di solitudine.
Leggendo i versi d'apertura di “La rapsodia”: “Tenue l'aere porta/ sulle sue fragili ali/ respiri di pietra./ la terra spezzata, stanca, disfatta/ memoria conserva della sua solitudine./ Tutto è freddo e inanimato...” notiamo che alla classicità dell'espressione, con l'uso del termine aere, desueto ed arcaico, subentra, col rapido cambiamento della visione, un incupirsi del paesaggio e dell'atmosfera che lo avvolge. Il campo semantico che si inaugura è fatto di verbi che indicano caduta, violenza, frantumazione, in un climax incalzante che conclude, tuttavia, nella rappresentazione di una fredda e statica realtà. Poi, di nuovo, in un verso che sta quasi alla fine del componimento, si parla “del vivere che tutto travolge e spezza” . Realtà dunque, caotica, contraddittoria, dove si annida il freddo e il nulla; non più la dimensione idilliaca, serena e armoniosa -che sembra essersi ritirata lontano.
Così alla dimensione distaccata e tranquilla che si esprime in una lingua i cui canoni si ricollegano a quelli di matrice classica, ne subentra una di insoddisfazione e di pena, di caos e scissione e contrasto che offusca l'anima e la fa sofferente. E anche questa trova espressione in una lingua, che ne riproduce le contraddizioni e il caos e la malattia, elementi che connotano l'attuale temperie, ovvero quel che viene in genere definita “epoca postmoderna”.
La visione si apre allora a scenari dove aleggiano inquietudine e angoscia, talvolta, all'incombere di un Mistero che si annuncia con preludi di morte o di imminenti catastrofi, come è soprattutto nelle poesie più recenti, dove compaiono scorci surreali e allucinati:”...le acque della notte/ viaggiarono verso pallide/ cliniche di sepoltura./ Un cigolio, un rombo/ d'acque precipitose/ lacerò vite innocenti in ciechi budelli...”(Avvisaglie d'Apocalisse).
E in “A una nascosta realtà” leggiamo: “Scorrono nelle vene/ parole già cancellate./ Cos'è un significante,/ la chiave penetra,/ si apre la porta,/ il vacuo buco dell'anima/ è bianco di luce.” In essa, gli accostamenti stranianti non fanno che acuire una sinistra misteriosa inquietudine.
Nei versi di “La caduta” troviamo invece, in un impietoso autoritratto, i temi dell'ombra e della pena: “ La mia legge è stata l'inquietudine/ e l'emozione urlata; la carne nella quale/ caddi rinchiuse la mia stanca anima./ Ora la mia vita è ombra, ombra che grava/ sui miei sogni e sulle mie speranze. (…) Corre il mio piede di lupo e, rantolando,/ spezzo il mio cuore, si calmerà la mia anima?/ O sarò polvere nel vento?”
Ma questa malattia dell'anima dei nostri tempi è anche rimpianto di un'epoca perduta, di valori dissolti, di un bello che ci abbandona mentre un Mistero incombente ci sovrasta e inquieta.
Eccoci, dunque, di fronte all'insanabile spaccatura che ci apre agli inferni di questa terra, lasciandoci desiderosi di un'altra Luce che illumini le nostre esistenze ottenebrate.
Così, in “Resurrezione”, il cuore si apre nuovamente alla speranza: “Sono come la foglia morta/ sbattuta dal vento./ Voglio tornare a vivere,/ come la luce dell'estate,/ che aumenta di splendore/ ad ogni nuovo giorno.” E il circolo, in qualche modo, si chiude, il percorso sembra manifestare un andamento circolare che riporta l'uomo alle sue lontane origini: alla sua infanzia. E l'umanità intera alle epoche remote che vissero l'incontaminata primigenia purezza quale immaginiamo potesse essere all'inizio dell'umano cammino.

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