Profili da Medaglia/28 - "Adolfo Oxilia" di Tommaso Romano

Adolfo Oxilia nacque a Parma l’11 Luglio 1899 da nobile famiglia comitale di origine piemontese e partecipò come ragazzo del ‘99 alla prima guerra mondiale, rimanendo peraltro orfano del padre Felice, morto da ufficiale nel conflitto del 1917, così come il cugino, il noto commediografo Nino Oxilia.
Allievo di Giorgi Pasquali, Adolfo si recò a Firenze, dove visse sempre, fino alla morte, nel 1992. Si laureò in Lettere Classiche e insegnò per quarantacinque anni Latino. Fu anche un apprezzato francesista, tanto da essere nominato membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e insignito della Medaglia d’Oro dei Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte.
Collaborò a vari fogli e giornali e, con Giovanni Papini, fondò nel 1946 la rivista “L’Ultima”, edita da Vallecchi, che concluderà il suo ciclo nel 1962. Negli anni Cinquanta, Oxilia fu membro della delegazione italiana all’UNESCO.
Nel 1969 presiedette la Camerata dei Poeti fino al 1981, quando verrà nominato Presidente onorario. A Santa Croce, presente il Papa Giovanni Paolo II, tenne una relazione e animò un incontro sulla poesia del Pontefice “venuto da lontano”.
Alle collaborazioni giornalistiche (“Il Mattino”, “Secolo d’Italia”, “Metapolitica”, “Eleusis”) affiancò la pubblicazione di studi su Dante, Omero, Virgilio, San Gregorio Magno, Milton, Petrarca, Boccaccio, Pascoli, ecc., monografie e antologie di letteratura latina, con interessi specifici verso Cicerone e studi su Machiavelli (1932), Tirinnanzi (1941), Giulio Arcangeli (1975) e raccolte di poesie, quasi tutte opere edite da Sansoni, ad eccezione de Il Cantico di Frate Sole, la sua opera più matura, edita da Nardini nel 1984.
Morì a Firenze nel 1992.
Giancarlo Bianchi, per le edizioni Polistampa, nel 2011, gli ha dedicato un’esaustiva monografia. Marco Giovannoni ha scritto una voce, nel 2014, per il Dizionario Biografico degli Italiani.
C’è voluto un libro di Giovanni Pallanti (dopo quello di Giancarlo Bianchi) edito, nel Maggio 2016, dalla Libreria Editrice Fiorentina, intitolato L’Ultima. Scrittori, artisti e teologi tra cattocomunismo e fascismo (con postfazione di Carlo Lapucci), e un Convegno dell’Accademia Collegio de’ Nobili, presieduta da Marcello Falletti di Villafalletto, con interventi di Giancarlo Bianchi e Giancarlo Cascio Petrilli, per ritornare a parlare della figura, dell’opera letteraria e di animatore di cultura di Adolfo Oxilia.
Per mezzo secolo e oltre, Oxilia è stato a Firenze un rinascimentale personaggio, imponente nel tratto, quasi da nobile scapigliato, con un timbro vocale alto e quasi solenne, ma pur capace di modulazioni, con vestiti sempre scuri indossati con apparente trasandatezza, con un volto che pareva scolpito, meglio disegnato in bianco nero, fra luci e ombre, e un’aura tuttavia solare e impalpabile.
Oltre che alla sua storica rivista L’Ultima, che germogliò e crebbe con la condirezione morale di Giovanni Papini, a Oxilia è legata la storia, come ricordato, della “Camerata dei Poeti”, un sodalizio che fu vivaio e transito di grandi e meno grandi scrittori, sempre operante in Firenze. Ancora notevole l’attività di Oxilia nel Sindacato Libero Scrittori di cui fu per lungo tempo Presidente della sezione toscana e per i suoi scritti, soprattutto lo splendido volume sul Cantico di Frate Sole che, da solo, basterebbe per eternare uno scrittore.
Riguardo a LUltima si diceva che fu ispirata, oltre che da Papini, dal filosofo Ferdinando Tirinnanzi, ospitando, quali collaboratori, fra gli altri, il cardinale Jean Danièlou, Ernesto Balducci, Mario Gozzini, Fausto Belfiori, Giovanni Michelucci, Giorgio La Pira, Piero Bargellini, Adriana Zarri, Ottone Rosai, Attilio Mordini, Vintila Horia, Silvano Panunzio, don Divo Barsotti, Pietro Scoppola, Bruno Nardini, Francesco Messina, Benvenuto Matteucci, Cornelio Fabro, Vittorio Citterich, Virgilio Guidi, Carlo Betocchi, Bianca Magnino, Nazzareno Fabretti, il padre servita David Maria Turoldo, don Zeno Saltini, Bonaventura Tecchi, Primo Conti, Adriano Olivetti, Gastone Breddo, Antonio Bueno, Carlo Coccioli, Vittorio Vettori, Ferruccio Masini, Luigi Santucci. Non un arido elenco di scrittori, artisti, teologi, ricercatori, ma un esemplare luogo fu L’Ultima, di alto e a volte impervio confronto fra la riva destra e quella sinistra, che nell’Arno fiorentino si distendevano, fra acque placide e terribili inondazioni, nell’eracliteo divenire.
Fu quella de LUltima un’avventura intellettuale a suo modo unica e molto toscana: l’incontro dialettico, a volte aspro, fra le tesi, le idee etiche ed estetiche, i valori di tradizionalisti, cattolici integrali, gentiliani e quelli dei cattolici progressisti, insieme a mistici e profeti, visionari e sognautori (direbbe Stefano Lanuzza, che vive proprio a Firenze), politici di livello e giovani in cerca d’autore. Come già era avvenuto, del resto, ne “Il Frontespizio” di Bargellini. Nella stessa Firenze che aveva visto una tragica guerra, anche civile, e l’uccisione barbara di Giovanni Gentile pochi anni prima, L’Ultima fu una luce tenue ma costante, nel buio immediato al conflitto, con la ricostruzione e la ripresa sociale ed economica, il cambio istituzionale, la lotta politica fra partiti (specie DC, PCI e MSI) che, peraltro, non si sarebbe per nulla sopita e che avrà nei fatti del 1960, con il contestato governo Tambroni e con l’apertura a Destra, un tragico epilogo: la nascita, dopo il Centrismo degli anni Cinquanta, di quel Centrosinistra che durerà – con il compromesso storico con il PCI – praticamente fino al 1994.
Fra cultura cattocomunista e cultura integralista e di Destra, da Pio XII a Giovanni XXIII, i fendenti non mancarono all’interno de L’Ultima; eppure senza trasbordi né ultimatum, reduci di Salò e della Resistenza convivevano senza quegli odi che, dal 1968 in poi, avevano segnato, invece, gli anni di piombo e il terrorismo. Il merito principiale di quest’intrapresa, a suo modo storica, per le vicende della cultura italiana non doma di antichi guelfismi e ghibellinismi, si deve proprio ad Adolfo Oxilia. Pur con tutti i limiti e gli errori che lo stesso Pallanti non manca di enumerare nel suo libro citato.
Peraltro, il sottotitolo dello stesso, mi sembra un po’ riduttivo sia per una parte sia per l’altra indagate. Francamente ridicolo, perché puerile, è poi il tentativo di Pallanti di attribuire al dialogo Cristianesimo-Islam “un fronte potenzialmente antiebraico”.
Oxilia fu un tessitore abile, senza venir meno alla sua vocazione e prospettiva che, sbrigativamente anche stavolta e per semplificare, fu chiaramente orientata verso la riva destra.
Sullo sfondo dei propri numi tutelari, fra i collaboratori di Oxilia e de L’Ultima vi furono certamente Mauriac e Maurras, Evola e De Lubac, Maritain e Mounier.
Difficile era quindi la sintesi.
Come ben argomentò in breve lo stesso Oxilia, in un’intervista resa all’altro mio amico di sempre, lo scintillante controrivoluzionario Pucci Cipriani, e pubblicata su “La Gazzetta Ticinese” il 4 Ottobre 1982, il titolo de L’Ultima – che la ispirava – derivava da «ultima, da ultra (oltre) e da ultro (spontaneamente, liberamente): ultima è l’anagramma di umiltà. Nel primo quinquennio si leggeva nel sottotitolo: Rivista di poesia e di metasofia.
Poesia, nel più largo senso, come complesso e sintesi di ogni manifestazione umana di quelle opere di Dio che sono la creazione e la redenzione; metasofia, come tendenza a superare i confini della scientia che inflat, nella riconosciuta insufficienza della ragione, verso quella “sapienza” eterna che si identifica nella potenza dello spirito, inteso cristianamente, come persona della Trinità». Una “riaffermazione della trascendenza”, insomma.
Non va taciuto che lo svolgimento del Concilio Vaticano II ebbe come paradossale effetto fra gli Ultimi (che aveva nel titolo pure un riferimento apocalittico, come mi fece notare Silvano Panunzio) una radicalizzazione di posizioni (si pensi a La Valle e Gozzini, poi parlamentari dell’area comunista) piuttosto che un’aperta conciliazione ulteriore. È proprio vero, quando ci si apre troppo allo spirito del mondo in nome del buonismo, ci si ritrova tanto meno “misericordiosi”…
Per Oxilia, centrale restava comunque l’arte, che non muove, scriveva nel 1949, «da contingenti realtà per poi mobilitarsi attraverso un processo di astrazione, ma ha altra origine, tanto più remota e profonda». l’arte è quindi intesa dallo scrittore come metamimesi, frutto d’ispirazione e originalità.
Nel 1949 si allontanò da L’Ultima Papini, definito per tale contingenza da Oxilia “indocile”; poi venne il turno di Gozzini. Ma già, dal 1959, una nuova fioritura si riscontrerà nei convegni organizzati dalla rivista, con un rinnovato interesse teologico (Barsotti, Turoldo, Balducci) ed esoterico (Mordini e Panunzio), a venature aristocratiche.
La lunga ricerca di Oxilia sul Cantico di Frate Sole, intanto, ebbe inizio proprio sui numeri 70-71 del 1953 e lo portò a scrivere poi, compiutamente, il volume già ricordato.
Molti dei collaboratori, come disse Oxilia a Cipriani, si «adeguarono ai tempi». Resta suo gran merito avere sostenuto, nel nome della Metasofia, Autori quali Mordini, Panunzio e Don Barsotti, che hanno segnato ben altre strade rispetto alla sinistra cattolica e progressista.
Per molti anni continuai a incontrare e collaborare con Oxilia, che trovai felicemente in prima fila per le iniziative romane e fiorentine promosse con il RCTM e l’Empire, fra il 1979 e il 1983, e poi nella vita del Sindacato Libero Scrittori.
Fu anche un suggeritore autorevole, Adolfo, del Convegno del decennale (1981) di Thule, sul tema “Papini vivo cento anni”; vi partecipò con un suo scritto e con i suoi consigli. L’evento si svolse al Circolo della Stampa, al Teatro Massimo di Palermo, con memorabili interventi di Francesco Mercadante, Vittorio Vettori, Francesco Grisi, Lino Di Stefano, Giacomo Giardina, Nino Muccioli, e si aprì con una significativa lettera-ricordo su Papini, vergata a mano dal grande vegliardo Giuseppe Prezzolini, che avevo incontrato da poco a Lugano e gli avevo sollecitato una tale fondamentale testimonianza, che non mancò d’inviarmi (fu pubblicata lo stesso giorno del Convegno, nelle pagine culturali del “Giornale di Sicilia”). A Oxilia ascrivo anche il grande merito di avere sempre promosso la poesia, anche in ambienti molto politicizzanti, francamente refrattari, negli anni Settanta e Ottanta.
Non mancò mai di farmi avere sue notizie e pareri sui libri che andavo pubblicando e tenne un buon rapporto, a Palermo, anche con Nino Muccioli.
Mi auguro che gli scritti sparsi di Oxilia (più di mille), le tante recensioni, le note di lettura, prefazioni e articoli (come favorevolmente avvenuto per Attilio Mordini, grazie soprattutto a Franco Cardini, Maria Camici, Giuseppe Passalaqua, Adolfo Morganti, Paolo Galiano e anche di chi scrive) possano trovare intanto una completa bibliografia e un’auspicabile ristampa, in modo da consegnarci a tutto tondo la portata umana e letteraria di questo autentico uomo di cultura della seconda metà del XX secolo che, nel 1992, su “Eleusis”, ancora vigorosamente e coerentemente dichiarava intorno al senso ultimo della vita: «Nulla è intelligibile se non abbia finalità».
 
nella foto in alto da sinistra: Adolfo Oxilia e Tommaso Romano

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