ODISSEA DI PAROLE di Michele Sarrica

 

                                                                                          

         

      Anche le parole hanno la loro “odissea”. A scriverne il poema, o meglio, il poemetto, è Michele Sarrica, poeta e autore di testi teatrali ed ora cantore della grande avventura del linguaggio, che è  l’“eroe” dal “multiforme” aspetto, dalle infinite risorse, che procede tra cadute, impennate ed alti voli al servizio e al passo dell’uomo “quasimodiano”, il quale non ha mai preso le distanze dal remotissimo passato, dal tempo «della pietra e della fionda». Con quest’uomo, antico nel suo divenire, le parole hanno iniziato il loro viaggio facendosi artefici del suo destino; tali le considera il nostro poeta che le fa protagoniste di una narrazione “epica”, di un canto che possiamo definire del cielo e della terra. Nate in celeste dimora le parole sono precipitate nella casa terrena, dove l’uomo le abita e le usa nell’oblio della loro origine, col risultato che esse hanno finito per governarlo, per anticipare e decidere le sue azioni nel bene e nel male, per disporre di lui e gettarlo, soprattutto, nell’agone di una società senza freni, senza inibizioni, assoggettato e consegnato a un linguaggio degenerato, dissoluto e violento, oltre che banale e vuoto. Sono, dunque, le parole a dire l’uomo fino a smascherarlo, a svelarne i reconditi disegni e i bubboni che immiseriscono irrimediabilmente la sua natura, sì che il tessuto sociale, di cui le parole costituiscono la fitta trama, finisce per essere sempre più minato, deteriorato, e con esso anche la natura, la quale è violentata, de-florata in questa nostra terra senza voce, dove restano inascoltati e inosservati “il pianto di un ulivo sradicato / la gioia di un grappolo d’uva/ il pomodoro quando diventa rosso / le api quando ronzano tra i fiori / (…) il frassino che parla a un oleandro / il coro della zagara e dei fiori”. La natura ci parla, ma solo il poeta le rivolge lo sguardo e l’ascolta dichiarando l’urgenza di una nuova antropologia, l’avvento di un uomo nuovo, che sia devoto alla terra e ne riscopra lo spirito dionisiaco senza bandirne “la voce” né obliarne l’apollinea bellezza. E qui, il poeta è Sarrica, il quale si fa interprete e “redattore” di un manifesto ecologico, etico ed estetico, sulla base di un rapporto più autentico e rinnovato con l’uomo, a partire dal linguaggio “memore” dell’oltredimora e perciò esso stesso «dimora dell’essere», nel senso heideggeriano di quel “Dire originario” (Sage) con cui le parole hanno affinità, nel quale abita l’uomo e del quale i poeti sono i custodi. Nella galassia del linguaggio, sono le parole figlie della poesia le più vicine all’essere e all’essenza delle cose. È con queste parole che si può dare la scalata al cielo e “osannarlo”; con esse si possono “mettere al rogo tutte le parole / dove sopravvive la crudeltà / il delitto d’onnipotenza (…) Parole coniate per giustificare / la crudeltà delle bombe intelligenti”; quelle che dimenticano “l’uomo crocifisso nei campi di sterminio”.  Con queste parole “il poeta - questo paradosso della specie - scalpellerebbe il cielo / soltanto per lasciare in qualche nuvola / l’odissea di due versi (…) / che alla vita darebbero un valore nuovo / un senso nuovo / un paradiso nuovo”.

      La “sacralità della bellezza” qui vince sulla superbia e sull’onnipotenza dell’uomo che, in tempi biblici, osò sfidare Dio innalzando al cielo la Torre di Babele. La bellezza è sacra perché in essa parla il linguaggio della poesia, ed è la luce che irradia tutte le parole e le unifica riconducendole nel grembo di quella Lingua originaria dispersa nella babele dei linguaggi. Tramite la bellezza è concesso all’uomo di elevarsi senza offendere il Signore, ma, al contrario, osannandolo e ricevendone tacito e sicuro consenso. L’odissea che ci “racconta” Michele Sarrica è, come recita il sottotitolo, un «viaggio intorno all’uomo e dentro il cuore» e sono le parole, qui altamente figurate e arricchite di metafore, potentemente scolpite con immagini che persistono negli occhi del lettore,  declinate in tutte le loro “colorazioni” e sfumature possibili, a darci dell’uomo di “questo catastrofico presente” un ritratto completo, un quadro, assolutamente realistico, della sua tragica, assurda, difficile condizione esistenziale in un mondo che ha messo al bando la ragione, il cuore e la coscienza; che ha dissipato i valori tradizionali e ogni forma di civiltà e sembra avviarsi inesorabilmente al tramonto.

      Con le parole cammina ed “erra” l’uomo perché fa un uso errato, folle, inappropriato del linguaggio, col quale non sa più comunicare. L’odissea è il periglioso andare senza più una meta e una guida. Itaca è sempre più lontana e irraggiungibile e ritornarvi è un’impresa impossibile. Perché il nostos è l’approdo alla Lingua dell’origine, perduta e sepolta nell’oblio. Troppo l’uomo ha abusato delle parole, le ha corrotte manipolandone i significati, svuotandole di senso, gonfiandole di banalità e volgarità; le ha espropriate della loro bontà rendendole malefiche, cariche di odio, di disprezzo, di violenza, di morte. Con le parole si va all'inferno o in paradiso. Si può entrare in una sfera di luce o precipitare nel vuoto e scadere a livelli infimi di linguaggio. Ridare loro nuova linfa e renderle virtuose è nelle possibilità del sognatore. Ed è quello che qui auspica il loro “cantore” sognando tempi migliori: “Beato il secolo / in cui sopravviveranno le parole / in cui lo spirito si nutrirà di suoni”. Affinché le parole risorgano a nuova vita e lo spirito se ne possa nutrire, l’uomo deve mettersi in cammino verso il Linguaggio, deve riconoscere che il Linguaggio è la dimora del proprio essere. Questa è la lezione di Heidegger ed è il senso e la svolta che Sarrica vuole dare al parlare umano che non può essere un semplice dire o, peggio ancora, un male-dire, ma un cor-rispondere al Linguaggio ascoltandone il «suono della quiete»: l’essenza della parola, il canto della bellezza, che la poesia è in grado d’imitare e che il parlare mortale ha dimenticato. Ma il poeta non dimentica; la memoria, i ricordi sono un rifugio (non una fuga), un luogo dal quale ripartire perché, a fronte di una società che ha dissipato i valori legati alla famiglia, alla casa, ai luoghi dell’infanzia, alle tradizioni; in un mondo in cui la storia si ripete col suo carico di vite dolenti, disperate e perdute, e nel quale, indifferenti o inermi, si assiste “alla sconfitta dell’umanità”, il passato è bellezza, è ricchezza, anche se è stato vissuto nel dolore, nella miseria, nella lontananza dalla propria terra, dai propri cari. La nostalgia, gli affetti familiari e condivisi, il bel tempo trascorso e ritrovato, per sempre fermato nella casa natia, negli “occhi socchiusi delle foto (…) dei nonni”, sono un antidoto contro il presente, contro la vita sempre più spoglia del futuro e preda di giorni voraci, prossimi alla “fine della corsa”. Viaggiare nell’universo delle parole è viaggiare nel tempo, è ritrovarsi e riallacciare i fili di una comunicazione interrotta col proprio cuore. E al cuore il poeta, il Nostro, rende ragione quasi scusandosi, chiedendo perdono per averlo “confinato / tra i bassifondi della (sua) esistenza”, per averlo “corazzato” contro le sofferenze, i patimenti, per averlo distratto dal dolore del mondo, dai sentimenti d’amore, di compassione, di partecipazione, volgendo con la sua complicità gli occhi alla natura, alla bellezza: “a osservare il vento tra i canneti / le grandi architetture del passato”. La poesia, suggerisce Sarrica, non può straniarci dalla realtà, non può prendere le distanze dal “mondo (che) piange”. Anche se “l’amore non salverà il mondo perché (…) nasce malato / insicuro / mendicante / senza compassione e senza slanci”, anche se “il viaggio (della vita) inizia dal sorriso / e finisce nel rancore”, bisogna prendersi cura del mondo, del prossimo. “L’amore è un malessere sociale” perché manca di un sorriso sociale che stabilisca la relazione, l’interazione con l’altro: un sorriso come quello che il bimbo nella culla rivolge alla mamma, o a un volto amico, e che gli viene con tenerezza ricambiato. In quanto poeta, Michele Sarrica conosce il martirio della sofferenza “in questa notte di neve” che avvolge e gela il mondo, e confida nella sua “parte migliore” per dare “una risposta” al suo tempo, che è il tempo della vita e dell’uomo contemporaneo. E la risposta è quel “sorriso” che non si può negare a un bambino, “una scintilla / per accendere un sogno / in questa storia di lupi (…) di guerra / di silenzi / di fame”. È qui, con questo stato d’animo, nell’introspezione, nel desiderio di farsi prossimo, che l’odissea di parole diventa un viaggio “attorno all’uomo / dentro l’anima dell’uomo / tra i rottami della sua coscienza / viaggio senza futuro / e senza passato da riabilitare”. E tuttavia, “Nel deserto dei vinti”, dove “la parola d’ordine è silenzio”, la poesia, che è amore, può rinnovare il linguaggio, può “comprare il respiro / e la libertà delle parole” e mettere l’uomo sulla via della cometa e farne il re magio della Parola. Il viaggio di Sarrica ha il senso più alto, più profondo, in questa direzione: nel volgere la parola al suo principio riconoscendone la “natura” divina. Questa epifania rende la parola “degna di esserci compagna” nel nostro cammino esistenziale; la sua sacralità l’accomuna alla parola mamma, “parola magica” che impariamo e ci accompagna fin dalla nascita. In questa società miasmatica e violenta, il miracolo della vita, il dono della nascita, che fa della donna la madre accogliente, ha negli infanticidi il suo terribile e inconcepibile rifiuto. Quel sorriso sociale è un sole spento, se non gli fa da specchio un volto familiare, ed è “un’alba che muore” ogni volta che un bambino è abbandonato, ucciso, violato. “Sguardi senza sogni” sbarcano in questa nostra terra inospitale, dove mendicanti, “ombre che bussano nei vetri”, i bisognosi di umanità non incontrano il buon samaritano. A questi diseredati, più della vita è sorella la morte. E se il nostro poeta, sul finire di questo poetico e realistico “viaggio”, chiama “sorella (la) vita”, è perché ad essa è legato strettamente l’amore: la “sorgente dove dissetarsi”, nelle cui “acque limpide” / si possono lavare anche i pensieri / dai miasmi di questa società”. Solo con l’amore è possibile “immaginarsi uomini tra uomini”, viaggiare “verso l’infinito / verso la luce e verso la parola / che noi chiamiamo Dio”. Qui, dove l’essere ha la sua dimora, è il principio e la meta del viaggio. Qui si conclude l’odissea, col desiderio del nostro poeta di cambiare il mondo col battesimo delle parole nella sorgente originaria, con la grande speranza che l’amore ponga termine alla notte dell’umanità e sorga, alfine, la nuova alba.  

 

 

 

 

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