Considerazioni di Marsilio Muscato su "MOSAICOSMO — MANIFESTO. Per un Nuovo Umanesimo Cosmico" di Tommaso Romano
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- Category: Scritture
- Creato: 27 Marzo 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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Platone, Gorgia
Introduzione: solo qualche tessera
Non è un compito semplice scrivere delle riflessioni sul Mosaicosmo di Tommaso Romano senza correre il rischio di parlare tanto e per poi scalfire appena la superficie dell'argomento. Anche per questo invito caldamente chi legge queste parole a dedicare la propria attenzione al Manifesto del Mosaicosmo. Abbeveratevi di questa teoria filosofica direttamente alla sua fonte, dove l'acqua è più pura, affinché lo spirito del Mosaicosmo possa toccare il cuore della vostra “tessera”.
Viviamo strani giorni, direbbe Franco Battiato: oggi più che mai sappiamo di essere tutti abitanti dello stesso globo e, al contempo, vediamo le sorti del pianeta concentrate nelle mani di pochi potenti; il dibattito politico è ridotto al pettegolezzo, alla frecciatina velenosa, alla ricerca ossessiva di un nemico; il sacro e il trascendente sono stati aboliti, eliminati con la forza dalla nostra società – benché Tommaso Romano mi bacchetterebbe per l'uso del termine "società", preferendo richiamare il ruolo degli individui –, eccezion fatta quando si vuole invocare un principio metafisico di giustizia e farsi alfieri della “parte giusta della Storia”. In questi giorni confusi, in questa epoca oscura e nebbiosa, Tommaso Romano ci fornisce una lanterna: il Manifesto del Mosaicosmo. Gli argomenti affrontati toccano a 360 gradi l'intera esperienza umana, interiore ed esteriore, spirituale e pratica, artistica ed economica. Vista la vastità della materia, mi soffermerò sui temi della libertà e della tecnologia.
Cos’è la libertà?
Alla domanda “Cos’è l’uomo?” il Mosaicosmo risponde: “l'uomo è libertà incarnata in materia cosmica”. C’è però un problema: l’uomo spesso non sa di essere libero. Ne possiede una conoscenza puramente mentale, ne scolpisce un simulacro con lo scalpello del pensiero e il martello del linguaggio, ma non conosce profondamente la sua libertà, ovvero se stesso. Niente di nuovo rispetto a quanto affermato dal monito delfico secoli or sono: l’uomo deve conoscere se stesso. Questo dettaglio, però, non è di poco conto; al contrario, comporta una sfida ardua e un paradosso impossibile da sciogliere con la mente analitica, ma accessibile solo per mezzo dell’intuizione. Da una parte l’uomo, nella sua vera essenza, è pura libertà; dall’altra, la libertà è un traguardo al quale deve ancora approdare.
Per illustrare questo paradosso possiamo chiedere soccorso alla celebre immagine del primo canto dell’ Inferno, in cui Dante ha a portata di mano il “dilettoso monte” – la cima della vita virtuosa – ma non riesce a scalarlo. Il suo stesso corpo è come un metallo pesante che lo trascina verso il basso – «il pie’ fermo sempre era il più basso» – e la salita si rivela un’impresa faticosa, ostacolata e interrotta dall’intervento delle tre fiere. Nessuno dei tre animali assale Dante fisicamente: restano lì, fermi, a sbarrare la strada, e tanto basta per sconvolgere l'interiorità del poeta. Con questa immagine onirica e vividissima, Dante ci dice che finché l’uomo sarà schiavo delle passioni, dell’orgoglio e del desiderio appropriativo, non potrà ascendere al suo vero Sé, che è libertà, amore e beatitudine (“principio e cagion di tutta gioia”).
Infatti, se l’uomo fosse profondamente consapevole della sua libertà, perché mai sceglierebbe di vivere nel conflitto? Non serve alcun esempio per confermare questa condizione; basta, ahimè, guardarsi intorno. Direbbe il Virgilio dantesco: perché l’uomo non accoglie in sé il principio della gioia? Trattandosi di un’impresa tutt’altro che semplice, è stato possibile per Dante raccontarla in più di 14mila endecasillabi: ci valgano come consolazione. Delineato questo quadro, comprendiamo le ragioni della parola-chiave che Romano accosta alla libertà: “vocazione cosmica”. L’uomo deve ricordare – cioè "riportare al cuore", concetto ben diverso dal semplice rammentare – di essere libero, e deve tendere con tutte le sue forze a tale stato. In questo senso credo che Romano parli della libertà come di un “bene irriducibile da custodire” e di una “chiamata da onorare”. Se l’uomo scorda di onorare la sua libertà, commette un’ ἁμαρτία (hamartía), ovvero "manca il bersaglio", si aliena da se stesso e incorre in un errore metafisico. Ecco perché il Manifesto del Mosaicosmo non può mai essere ridotto a un innocuo vademecum: esso ci ricorda cos’è una vera donna, cos’è un vero uomo, e che l’essere umano non può esimersi dall'essere libero, altrimenti getta alle ortiche la propria dignità. È un ruggito di fuoco profetico che risuona nel deserto della civiltà e che vibra nelle orecchie dei pochi attenti.
Infine, libertà d’impresa e libertà artistica sono le manifestazioni sociali di questa purezza originaria: due forme di libertà che si danno la mano e si rafforzano a vicenda, purché sorrette da una vigile attenzione. Oggi più che mai, il racconto mainstream descrive l'impresa e l'arte come pratiche il cui fine ultimo è l’accumulo di denaro: Quanto fattura quell’azienda? Quanto ha incassato quel film? Quanti “mi piace” ha quella pagina? eccetera. Se così fosse, a guidare queste attività sarebbe un "auriga addormentato" – per usare un’immagine platonica – che abbandona il proprio carro in balia di cavalli tesi al solo soddisfacimento di desideri personali. Questo accade spesso, ma si tratta di una spiacevole eccezione che, per quanto dilagante, non può essere la norma. Per contrastare tale addormentamento, serve una forza uguale e contraria: una vigilanza che guidi l’imprenditore e l’artista verso il bene e la bellezza. Con questa disposizione interiore può essere un artista anche un lavoratore dipendente o un impiegato: l’autenticità dell'attenzione trasfigura l'adempimento del dovere in un atto di libertà.
È iniziato tutto con l’IA?
Affrontando il tema del rapporto - inscindibile, per il Mosaicosmo - tra scienza e umanesimo, il Manifesto non passa ovviamente sotto silenzio l'evento che ha ormai prepotente attirato su di sé le luci della ribalta nella vita di ogni persona. Sto parlando dell'Intelligenza Artificiale.
Anche in questo caso, le parole del Manifesto sono più che condivisibili: l'IA deve essere progettata e utilizzata con saggezza, deve essere inserita nel quadro di una visione complessiva dell’uomo e non può sostituire le relazioni tra umani. Tutto ciò è auspicabile sul piano morale, ma su quello teorico sorgono alcuni interrogativi.
Tanto per cominciare: se una visione antropologica autentica fosse stata davvero tenuta in considerazione su scala globale, sarebbe mai nata l’IA? Essa nasce per fare tutto più rapidamente, per eliminare la fatica e accorciare i tempi del processo creativo. Questa logica accomuna l'IA a invenzioni precedenti, dalla calcolatrice a Google. A queste invenzioni sottende una visione secondo cui l'uomo è un consumatore, che usa questi strumenti per fare più velocemente il suo lavoro, accumulare più soldi. Se avessimo seguito una visione secondo cui la fatica, la concentrazione e lo studio sono fondamentali per la trasformazione interiore, probabilmente simili strumenti non avrebbero avuto ragione d'esistere. Non è una lotta contro i mulini a vento: l'IA c'è, ed è una tigre che possiamo, al massimo, tentare di cavalcare. Sto dicendo, però, che non si può sempre "salvare capre e cavoli": o si persegue una visione dell'uomo come quella del Mosaicosmo, o si incentiva uno sviluppo tecnologico che è fine a se stesso. Lo sviluppo tecnologico, infatti, è spesso sviluppo della tecnologia, non elevazione dell'uomo tramite essa.
Un altro nodo centrale è la relazione umana. La disumanizzazione dei rapporti a causa della tecnologia è un processo già in atto. Già nel 2011, in uno dei suoi sketch comici Pete Holmes affermava che la ricerca di informazioni online sta rovinando le nostre vite: “Non c’è tempo per il mistero, per l’immaginazione”. Il tempo tra il "non sapere" e il "sapere" è diventato talmente breve che la conoscenza ha perso il suo sapore, rendendo la vita insensata. Holmes ricordava il tempo in cui non sapere qualcosa generava un desiderio, una mancanza interiore che ci spingeva a cercare le risposte interagendo con "persone vere" (sottinteso: piuttosto che con uno schermo).
Coerentemente con questa deriva, avrei potuto far leggere questo scritto a un amico per chiedergli un parere. Invece, l'ho inviato a un chatbot chiedendo di evidenziare eventuali errori. Il mio amico sarebbe stato più o meno efficiente dell'IA? Be’, non lo sapremo.
Conclusione: un'invenzione, niente di nuovo
Come previsto all'inizio di questo scritto, la percezione è quella di aver scritto tanto pur avendo appena sfiorato la superficie del profondo oceano del Mosaicosmo. Concludiamo questo quadro, che rimarrà consapevolmente incompleto, dicendo che Tommaso Romano è un inventore e che il Mosaicosmo è un’invenzione. E cioè, non è niente di nuovo. Può sembrare l'ennesimo paradosso, ma a ben guardare il significato etimologico del verbo inventare è “venire all’interno” (in-venio), quindi scoprire. Non a caso, in greco antico il verbo euriskho veniva usato tanto come “scopro” quanto come “invento” (l’inventore era il protos euretes, il primo scopritore).
Tommaso Romano ci ha regalato un’invenzione che non è nuova proprio perché egli è un uomo della Tradizione e riconosce la profondità delle radici della sua teoria, in contrapposizione a una modernità che recide ogni legame con il passato. Come diceva San Paolo di Tarso, “Lo Spirito rende nuovo le cose”.




