Anna Maria Bonfiglio, “Di tanto vivere” (Caosfera Edizioni), 2018

di Ester Monachino
 
Più del sangue, la Poesia sigilla una sorellanza indissolubile che ha domicilio nel sentire puro dell’Anima, in quella forza immaginifica che non è svaporante fantasia ma verità creativa abile nel corporizzare in Parola un pensiero dandole ossa e linfa.
Eccoci consanguinee, dunque, me e Anna Maria Bonfiglio. Così è che leggere i suoi versi in “Di tanto vivere”, poema in quattro parti (edito da Caosfera con acuta e pregnante prefazione di Valentina Meloni), avvia l’accensione di quell’abbraccio animico quando a farsi intensa e forte è l’empatia per cui si vorrebbe tramutare in volo una caduta, in rugiada una lacrima ed esorcizzare il tempo dell’assenza o quello della pena nell’istante atemporale del Presente della Gioia e dell’Amore.
Invero, tanta malinconia, tanta rabbia rappresa, tanti desideri rimasti impigliati tra stelle sonnolenti scorrono a pieno fiume sotterraneo tra i versi che più non celano ma nei quali incalza l’urgenza “quieta” a dire l’inquietudine. “Quieta”: ma il lettore sente la fiumana della passione trattenuta, smorzata, privata della signoria della manifestazione liberatoria e liberante.
Niente è superfluo nella scrittura in versi di Anna Maria. Una versificazione intimistica, malinconica e cruda, penetrante, e con quella musica dentro, nella parola, a scandire i ritmi del sangue.
Anna Maria, poeta, si dona all’incontro: la si trova, mobilissima, nella scrittura tra “pozzo e luna” (pag. 21), tra profondità ctonie e lievitazioni siderali perché la mappa dell’interiorità, nel poeta, si slarga a dismisura.
Radica in una stanza? Soltanto se lei stessa lo vuole. Per questo, più che nella stanza, metafora principe della raccolta poetica, cui ovviamente va a contrapporsi un’alterità esterna carica di tutto quanto ha la cromaticità odierna del quotidiano, la Bonfiglio  -a mio avviso-  la si incontra alla finestra, aperta o chiusa per proprio disporre (vedi pag. 33 e pag. 52).
Alla finestra, uscio e balaustra dei quadri spaziali e temporali, vivi ed incisivi, che colgono l’essenza dell’essere e del non essere, della gioia e del lutto, le opposizioni, le evocazioni, i lampi di memoria, le rabbie e gli abbandoni. Caleidoscopio del vivere.  Con variazioni di dolore (pag.18), di disincanto (pag. 28), con occulti schemi di desiderio (pag. 73) e speranze e sogni (pag. 86). Testardi.
Incontro Anna Maria, dunque, alla finestra: “Un’ape solitaria/ ai vetri batte l’ali/ e sugge vento” (pag. 55); e ancora “ha saziato la propria giovinezza/ al suo tiepido umore/ non può bastarle/ la carezza del sole/ né il bacio del vento che passa” (pag.73).
E’ lei, il poeta, l’ape: noi ne riceviamo il miele di fiori e amarezze, la tenerezza integrale, l’urlo della carne, le corse non compiute, la voce spezzata, i ricordi, le impossibili e impotenti cose, le verità taciute e gridate.
Un libro da leggere con fervore, nella sua dura interezza, che non smette di coinvolgere, che fa stringere i denti e provoca l’abbraccio e poi il respiro e poi la forza della speranza e dell’amore. E poi la sorpresa che tanta ricchezza interiore ricolma di frutti, di nuove atmosfere aurorali.

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