Il pozzo di Gammazita - Storia di Vespri o dell’amore onorato

 

“se ancora mi tocchi, come Gammazita,

Mi vedrai nel pozzo seppellita “.

Milano, Brera, nel suo studio il veneziano F. Hayez sta dipingendo la prima delle tre versioni dei Vespri siciliani, è il 1822, committente del soggetto la marchesa Visconti D’Aragona, ricorrono i seicento anni dalla rivolta siciliana contro gli angioini e la nobildonna vuole ricordare un episodio della sua storia avita, qull’incipit della rivoluzione che porterà il casato spagnolo sul trono di Sicilia.

Il quadro, di genere storico, ci descrive l’episodio chiave in versione teatrale, è una scena ripresa dal palcoscenico della Scala, immagine d’un melodramma narrato con tecnica fine e filologia d’ambientazione ma oleografico nella descrizione di protagonisti e avvenimento.

La guerra d’Ilio scoccò col rapimento adulterino di Elena che si concesse al principe pastore Paride; a Palermo e Catania accadde il contrario, onore come miccia, fedeltà d’amore fino alla morte.

Il 30 marzo 1282, lunedì dell’Angelo, sul sagrato della chiesa palermitana di S. Spirito, un soldato francese di ronda, tale Drouet, all’uscita dei fedeli dai vespri della sera, fulminato dalla bellezza d’una nobildonna, fresca sposa, le si avvicina molestandola. In città la febbre contro i francesi era già alta e il milite bavoso usa a pretesto la perquisizione della dama, vuol sincerarsi che l’avvenente signora non nasconda armi sotto l’abito sontuoso. Con tal pretesto le infila le mani nel corpetto palpeggiandole il seno, ma il raptus erotico dura un lampo, lei grida, respinge il gradasso, lo sposo s’avventa sul cruccone, ratto gli sfila la spada scucendogli, con un fendente, il petto. Drouet cade riverso a terra, mentre gli astanti strillano il fatto sulla piazza, l’aspirante violentatore crepa da fesso, non può capire che è stato lui la miccia della rivolta palermitana. La piccola folla si gonfia, tra il fuggi, fuggi, spuntano le armi, è caccia senza quartiere agli oppressori, la mala segnoria…mosse Palermo a gridar:”Mora, Mora!”. Fu “pulizia” dai francesi usurpatori, strada per strada si consumò la mattanza dei sciscirì, parola trabocchetto dei ciciri (ceci), chi sbagliava pronuncia era francese, se davanti ai ceci diceva sciscirì, addio c’erano condanna con esecuzione. Sappiamo che da Palermo il fuoco antiangioino divampò su tutta l’isola, aprendo una lotta di liberazione durata vent’anni fino al 1302 con la proclamazione del Regno di Trinacria, sovrano Federico III d’Aragona con la firma alla traballante pace di Caltabellotta e un Papa, Bonifacio VIII, a tramare contro i ghibellini Aragonesi. Hayez riscrive il testo col pennello, ci dice che a sfilar la spada a Drouet fu il fratello della nobildonna, lui stesso a colpirlo mortalmente, mentre il marito sosteneva la svenevole sua signora; sullo sfondo la facciata d’una chiesa gotica, dico una perché non è il S. Spirito, però Milano era lontana e la fotografia non c’era.

La ribellione antifrancese aveva un motto “Antudo!” (Animus Tuus Dominus), parola magica per farsi coraggio nella lunga guerra contro Carlo D’Angiò, Francia e Papato.

Fu forse in questo clima che si svolse un episodio simile, parallelo a quello di Palermo, scendendo sotto l’Etna, in quel di Catania.

Vicino alle antiche mura cittadine c’era (e c’è) un pozzo dal quale s’attingeva acqua per uso domestico e abbeverar le bestie. Ogni giorno le donne ci andavano con le anfore di terracotta per attingere alla fonte, secondo uso o necessità facevano anche più viaggi, qualcuna come Rosaria andava per sé ma anche per i signori in cambio di uno spicciolo o qualche bene. Quelle femmine incontrandosi spigolavano volentieri sul “si dice”, d’altronde i pettegolezzi sono il pepe nei pigolii dei ginecei, si cucivano e scucivano storie d’amore co’ spasimanti, corna, languori degli amanti, condito il tutto da morale e onore, per chiudere c’era il rosario dei malanni.

Quella fanciulla era bella, bella, da lasciarsi appiccicati gli occhi, camminava dritta come un alfiere, le palpebre abbassate, ma l’ondeggiare dei fianchi pareva un invito. Nera di capelli scriminati sulla fronte, un manto sulla testa, il collo bianco reggeva un ovale perfetto dove brillavano due occhi grandi del colore dei marroni, pieni d’una luce punto malinconica, zigomi alti, naso aristocratico fatto col cesello e giù una bocca disegnata da un maestro. Alta il giusto, ben stretta alla vita, spalle dritte, si capiva e si mormorava di gambe da sogno a reggere un busto di promesse tra seni e fondoschiena. Aveva poco più di sedici anni ma già l’aveva colta un giovanotto, Salvio, che di mestiere faceva il muratore, bravo quanto basta per avere commesse sparse soprattutto per le case dei baroni anche se i pagamenti andavano a rilento e i conti non tornavano mai, ma il “giro” buono l’era fatto, si poteva metter su famiglia con valide prospettive. Lei era povera e povera la casa della sua famiglia con un papà bracciante nelle terre dei signori ed una madre che cuciva, cuciva finché il moccolo non si spegneva, d’altronde le bocche dei cuccioli nel nido erano tante.

Così Rosalia faceva l’acquaiola col pozzo, portava l’acqua a servizio per racimolare abiti da infilare nel baule del corredo, mettere sul tavolo un mucchietto di soldi da portare in dote. Ormai lo sposalizio era pubblicato, passata la settimana di Passione, alla prima domenica dopo Pasqua sarebbe andata in sposa al suo Salvio. S’immaginava quel giorno, l’uscita di casa in abito bianco, sotto braccio a papà Antonio fino alla chiesa di S. Giuseppe, i canti della cerimonia, i sì davanti a don Oreste, l’uscita sul sagrato col lancio del riso, un bacio legittimo davanti agli invitati, poi il pranzo in campagna con pochi regali.

Mentre sognava questo film, alla vigilia delle nozze, lavorava come ogni giorno ad attinger acqua al pozzo, ancor di più del solito perché l’indomani era festa e non avrebbe lavorato.

Un soldato francese di guardia al quartiere la vedeva passare e ripassare ogni giorno, tant’era bella che in cuor suo se n’era invaghito, di più gli aveva preso la febbre alta della passione, un focherello che col passar del tempo s’era trasformato a incendio. Quella mattina le si accostò con la scusa banale d’aiutarla a portare il peso delle anfore piene, ma Rosaria non gli rispose, poi sentendosi toccare, si divincolò scrollandosi le spalle, il soldato tornò alla carica afferrandola con forza per girarla gridandole in francese “tu dois être a moi, a moi!” cercando di infilare le sue manacce sotto la gonna. L’anfora ch’era sul capo di Rosalia cadde sul bordo del pozzo fracassandosi, “Mai! Mai!” gridò la malcapitata. Con tutta la forza spinse il maligno indietro, questi inciampò cadendo, poi fece per rialzarsi tornando all’attacco, Rosalia gridò ancora “Mai, si provi mi toccari,  m’mmazu!”, vistasi però persa, balzò sul muretto del pozzo e senza girarsi si precipitò nel vuoto. Il soldato s’affacciò, la intravide inerme, sentì le urla della gente che accorreva, cercò di raccontar balle per scusarsi del tragico episodio ma la pelle la lasciò su quel selciato dispersa nel sangue angioino. Già perché a Palermo era già scoppiata la rivolta, simile a incendio sulla prateria il fuoco divampava sulla Trinacria, nasceva il grido di battaglia “Antudo!” con la bandiera giallo rossa della Triscele.

La prima domenica dopo Pasqua, Salvio andò al cimitero a pregare sulla nuda terra della promessa sposa, depositò sul bruno tumulo erica fiorita ed una rosa rossa simboli d’ onore nell’ amore.

Emanuele Casalena

NB. Il testo è una libera riscrittura delle due leggende popolari.        

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