"Per un Tradizionalismo Attivo" di Edoardo Vitale

Scrisse nel 1959 il filosofo del diritto Giuseppe Capograssi: “Il più grande costruttore dello Stato italiano fu un altro Stato, lo Stato piemontese e questo è il nostro peccato originale. Lo costruì come poté col cannone e la conquista, e, sotto la mano ferrea del soldato e del funzionario ignaro, adusati al comando breve e ad esperienze diverse, andarono in frantumi formazioni vibranti e delicate di organismi, di tradizioni e di solidarietà secolari e si fece presso a poco il deserto. E demmo al mondo lo spettacolo, forse unico, di uno Stato organizzato con forme perfettamente opposte a quelle che erano le indicazioni precise di una ricca storia millenaria”.
Negli ultimi decenni, grandi passi in avanti sono stati fatti sul piano della consapevolezza di quanto è accaduto alla nostra terra e ai nostri popoli a seguito dell’invasione perpetrata nel 1861 dal regno sabaudo e della conseguente tirannica occupazione, anche se, forse, non ancora si precepiscono appieno la vastità e la gravità dei guasti da allora arrecati.
Tuttavia alla graduale, e sempre più diffusa, presa di coscienza su quanto accaduto a partire dal 1860 ha fatto riscontro un incessante peggioramento delle condizioni di vita, personali e ambientali, di ciò che usualmente definiamo Mezzogiorno e che invece sarebbe più appropriato designare come Due Sicilie.
È, perciò, avvertita da tutti la necessità di incidere concretamente sulla realtà invertendo la rotta funesta che conduce all’impoverimento, all’invecchiamento, alla desertificazione del Sud, in altre parole alla distruzione di quel luogo meraviglioso che abbiamo la fortuna di avere come Patria.
Occorre peraltro rilevare che tutti i tentativi sin qui compiuti per dare una dimensione politica alla dilagante aspirazione al riscatto della nostra terra hanno registrato sostanziali fallimenti.
Quello che più di ogni altra cosa tarpa le ali alle speranze di rinascita del Mezzogiorno è la confusione mentale dovuta alla mancanza di cultura e alla presunzione di poter subito arrivare alla meta (non ben precisata) senza cercare di comprendere le cause profonde dell’attuale sfacelo. Molti, appagati da un assorbimento acritico e superficiale del revisionismo storico nella versione “bignami” che circola soprattutto sul web, non si accorgono di ricadere negli stessi errori concettuali, di metodo e operativi, che furono sfruttati dai nemici delle Due Sicilie per annientare la nostra libertà.
Accade, così, che uomini e donne desiderosi di risollevare le sorti del nostro Sud si trovino di fronte a due forme di meridionalismo, che ben poco hanno in comune e le cui strade divergono nettamente.
Da un lato, il meridionalismo “perequativo”, che sul presupposto delle aggressioni e delle spoliazioni subite dal Sud, rivendica una “parità di trattamento”, una maggiore equità distributiva, ritenendo che questa sia la chiave per risolvere la “questione meridionale”.
Dall’altro, il meridionalismo tradizionalista, che indica appunto nella Tradizione, dinamicamente intesa, la chiave per comprendere la nostra peculiare identità di popolo, la spiegazione della nostra grandezza passata e la bussola per orientare il nostro cammino nella difficile, ma entusiasmante strada per riorganizzare la nostra società e riprendere in mano il nostro destino. È il “tradizionalismo attivo” teorizzato da Silvio Vitale, che vedeva come un dovere di chi più sa la coerente applicazione delle sue conoscenze alla salvezza della comunità.
Noi ci riconosciamo pienamente in questa seconda via, che è più impervia, ma che è l’unica idonea a dare alla nostra gente, ai nostri figli, un futuro di libertà e di dignità, da veri napoletani e siciliani.
Per intraprendere questa sfida, occorre studiare la storia non solo dei 126 anni di monarchia borbonica, ma di tutta la storia del Sud, a partire dai lontanissimi albori della nostra ricchissima civiltà. E avere uno sguardo attento e partecipe alla storia del mondo, il che inevitabilmente ci porterà a solidarizzare con quanti, nel passato e nel presente, hanno combattuto e combattono per la difesa della Tradizione contro le forze antiumane che negli ultimi secoli hanno assunto una potenza e una protervia quasi illimitate.
Essere meridionalisti e non opporsi alla tirannia del Pensiero Unico e delle ideologie materialiste (a cominciare dal liberismo oggi dominante anche a causa dello strapotere dei gruppi usurai che lo sostengono e lo impongono) significa aprire le porte alle forze che già hanno cominciato a smembrare e divorare il nostro territorio, a distruggere ogni bellezza e ogni diversità, ad avvelenare e schiavizzare le nostre popolazioni, a disgregare la nostra società, a minare le stesse famiglie per creare una massa informe di servi narcotizzati manipolabili e sacrificabili agli interessi delle consorterie che coltivano il diabolico disegno di dominare il mondo.
Non è possibile subire passivamente, quasi fosse una calamità naturale e non il putrido frutto di un disegno predatorio, la vergognosa tragedia della disoccupazione giovanile, che priva la nostra patria delle forze migliori, quelle che dovrebbero servire alla sua rinascita. In un sistema che indica ai giovani la disponibilità allo sradicamento come la più alta delle virtù, in un mondo dove la condizione incoraggiata è quella di migranti, senza patria e senza affetti, per servire ovunque e in qualsiasi momento i padroni del mondo, il nostro Sud si svena per far sopravvivere i propri figli, fingendo di ignorare che questo tipo di sopravvivenza passa per l’abbandono spesso definitivo della terra dove sono vissuti, dove hanno i loro affetti, dove hanno formato la loro personalità.
C’è il rischio concreto che la nostra patria, definita da Giacinto De’ Sivo “il sorriso del Signore”, possa trasformarsi nel giro di pochi anni in un desolato ospizio per vecchi, venendosi così a completare il genocidio cominciato con la repressione della grande e sacrosanta insorgenza antisabauda, e che le sue residue bellezze siano accaparrate, sfruttate e snaturate da gruppi di speculatori senza scrupoli. E sappiamo bene che le nostre responsabilità al riguardo cominciano a diventare enormi.
Urge pertanto formare uomini e donne seri e determinati, incorruttibili, capaci di fare tesoro delle lezioni della storia e di esaminare con equilibrio e passione ogni aspetto della vita sociale, culturale, economica, politica. Di allacciare sinergie e solidarietà con quanti, nel mondo, combattono la stessa battaglia di libertà e di vita contro un meccanismo infernale mosso da individui e organizzazioni senza scrupoli.
In questa nobile e giusta battaglia, i popoli siciliano e napolitano devono tornare ad essere protagonisti. L'Italia vive la realtà, pressoché unica in Europa, di un divario spaventoso fra due parti del paese, con quella più sofferente che è sostanzialmente sparita dai programmi di governo. E noi, che uniti o affiancati, abbiamo percorso per millenni una strada comune ricca di cimenti e vittorie indimenticabili, noi che, pur orgogliosi dei nostri peculiari caratteri, abbiamo in comune una visione del mondo forgiata dalle grandi civiltà che hanno resa splendida e inimitabile la nostra tradizione, non possiamo non far sentire la nostra voce.
In questo mondo dominato dall’idolatria del denaro, irrispettoso delle diversità e della dignità dei popoli e delle persone, in cui alza la voce una visione del mondo manichea e superficiale, che affronta i problemi del pianeta con la stessa brutalità addebitata da Capograssi agli invasori piemontesi, i popoli napolitano e siciliano hanno gli strumenti culturali e morali non solo per riprendere in mano il proprio destino, ma per additare al mondo soluzioni eque e giuste, nel rispetto delle diversità.
Il convegno del dodici maggio nella capitale siciliana vuole essere un’occasione di studio e di riflessione nel segno di una fratellanza che vuole tradursi in un impegno comune.
 Mai più vittimismo, mai più rassegnazione. Nella luce della Tradizione, il riscatto del Sud!
 
Edoardo Vitale, Magistrato, Direttore de "L'Alfiere" di Napoli
 
 
Note per l'Incontro del 12 Maggio 2018 di Palermo, ore 17:00, Hotel Cristal di via Roma 477 e consegna dei Premi "Vincenzo Mortillaro". Partecipano Ignazio E. Buttitta, Antonino Sala e Tommaso Romano. Titolo del Convegno "Il Sud fra identità, emergenze e globalizzazione"

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