“Magione Arts District a Palermo: Ventrone” di Anna Maria Esposito

Dal 13 giugno al 28 ottobre 2018, qui a Palermo, l’Associazione Archivi Ventrone ha inaugurato, presso il Complesso monumentale della Magione alla Kalsa, il Magione Arts District, che ha ospitato diversi artisti contemporanei autori dell'area dell’Italia centrale (alcuni più conosciuti, altri emergenti),  artisti che operano sull’analisi dell’immagine, ognuno con forti caratteristiche personali. L'evento si è protratto per 5 mesi, un progetto  inserito nel calendario ufficiale di “Palermo  capitale della cultura italiana 2018”.
 
La personale di Luciano Ventrone ha avuto titolo “The gene garden”, una selezione di opere sufficientemente ampia per comprendere la sua poetica, cronologicamente collocate tra gli anni ’60 e il momento contemporaneo.
Ventrone non lascia indifferenti. La sua arte rientra nel campo dell’Iperrealismo. Banalmente, qualcuno lo chiamerebbe “Realismo fotografico”.
Sono molti gli artisti che hanno scelto questo terreno d’azione. La lettura della realtà “aumentata” può avere, per l’artista, scopi differenti: per alcuni è un indugiare sul fenomeno, per riproporlo secondo la chiave di lettura personale; per altri ha una valenza estetica, ovvero l’indagine sul mistero della realtà naturale, come la funzione di un microscopio; altri ancora cercano la pura analisi del colore e della forma;
per altri è indagine sulla possibilità di usare vari tipi e tecniche di rappresentazione.
Ma Ventrone, in particolare, mi ha  affascinato. Ho voluto fermarmi, per cogliere il motivo di questa particolare attrazione, e ho cercato di capire e dunque esporre  la ragione che rende la poetica  di questo artista originale e differente da quella di tanti altri che operano nello stesso campo.
Parto dalla sua stessa  autodescrizione. 
Ventrone  si definisce e dice di sé, parlando in terza persona:
dipinge con il colore e la luce  (“Painting is not about a mere rapresentation of an object; it’s about color and light”).
Semplicemente, ed  umilmente, con il suo descriversi , getta al pubblico la gustosa “polpetta”  di una lettura tradizionale di questa forma di riproposizione della Realtà:
“The right proportion about this two elements form a shape inside the space”,
 (la giusta proporzione circa questi due elementi (colore e luce) determina una forma contenuta -all’interno dello- nello spazio).
Eppure, la sua pittura è molto di più. Ed un occhio colto di pittura coglie intuitivamente il senso più nascosto, che è la sua caratteristica specifica.
Infine, la butta lì, come un seme: “The subjet cannot be seen as it,  but as an abstract element.” (La virgola è mia)
Ecco che la sfida è aperta.
Essa consiste nel descrivere il senso di queste di queste 5 parole, apparentemente innocenti:
“but as an abstract element.”
 Ed è questo è ciò che mi ha immediatamente colpito ed anche coinvolto.  Davanti ai miei occhi era pittura di  fiori, frutti, foglie, vimini e gocce liquide, ma ciò che io vedevo era diverso.  Davanti a me,  vedevo chiaramente l’astrazione.
Inizia allora la ricerca della soluzione: qual è la crasi, la quale è anche punto di congiunzione, tra il fenomeno e l’idea di esso?  Per dirla in parole povere, tra la “Realtà” e l’Astrazione? O, come direbbe  Montale,  la smagliatura nella rete, la breccia nella muraglia del Reale, che finalmente fonde il Noumeno con la realtà?
Per prima cosa, dobbiamo riconoscere che qualunque cosa sia manufatto artistico è inevitabilmente ASTRAZIONE, perché è frutto di una rielaborazione mentale, che fa da filtro.
 Questo è dimostrato anche dalla volontà di uscire da questa contraddizione, da quest’aporia, nella ricerca,  ad esempio, degli artisti dal Cubismo (con l’introduzione, da Braque in poi, di elementi del mondo naturale all’interno dell’opera); e l’attività, ancora più violenta e decisa, dell’arte Ready  Made.
Cosa accade alla nostra percezione, di fronte ad un’opera Iperrealista?
Di fronte alla variazione di scala, il nostro cervello incontra difficoltà nel compiere la rielaborazione per la ricostruzione dell’immagine.
 E, proprio qui, si inserisce l’originalità di questo artista.
Qui è il segreto:  vengono  trasformati  i confini tra le superfici, le linee, in grafismi che la manualità esperta e consapevole di Ventrone ci butta addosso, come linee che ci ingarbugliano e ci imprigionano, uscendo dalla loro scala infinitesimale per diventare liane, gomene, colonne della rappresentazione della Realtà.
La stessa cosa accade ai colori, che diventano pasta di materia, che diventano soggetto di per sé: sottratti alla loro funzione di rappresentazione di cellulose, succhi, cortecce, ecco che hanno valenza di  per se stessi.
Lo sfuggire alla trama del reale avvicina la ricerca e l’idea di Ventrone a quella di Kandinskij, all’Astrattismo primigenio, ovvero la scoperta della meraviglia della rappresentazione dell’Idea, la quale,  finalmente smascherata, è riconosciuta reale quanto ciò che tocchiamo con le dita.
Ciò che tocchiamo con il pensiero è dunque per noi, legittimamente, altrettanto reale che la materia.
È simbolo della vita ma, insieme, materia della vita esso stesso.
 E, nella successione di fiori rigogliosi, luminosi, nei tripudi vegetali, nell’amore per la melanzana, per  la polvere sulla buccia del chicco d’uva, nell’amore per  il filo vegetale, tralcio, paglia, rametto di  vimini, l’estasi di fronte al ‘vetro’  del chicco di melograno, nel suo affondare nel buio dell’ombra, che è nascondimento da un sole che brilla come  astro mistico, nella venerazione del mondo naturale riconosciuto perfetto, immutabile, adorabile, ecco che in  quest’analisi della perfezione del cosmo sta l’arte umile, grande, visionaria, umana di Luciano Ventron

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