Profili da Medaglia/15 - "Gaetano Falzone" di Tommaso Romano

Nato a Palermo nel 1912, ivi morto nel 1984.
Storico. Laureato in Giurisprudenza e in Filosofia. Docente ordinario di Filosofia e Pedagogia, insegnò tali materie presso gl’istituti magistrali di Petralia Sottana e “G. A. De Cosmi” di Palermo; quindi passò all’insegnamento di Storia e Filosofia presso il liceo “Garibaldi” di Palermo. A ventiquattro anni partecipò da volontario alla guerra d’Etiopia. Arruolato nel battaglione “Curtatone e Montanara”, nella seconda guerra mondiale combatté da ufficiale in vari fronti. Durante il Fascismo fu componente della Commissione nazionale dei Littoriali della Cultura e dell’Arte e segretario dell’Istituto Coloniale di Palermo. Dedicò alla storia risorgimentale della Sicilia, in particolare alle vicende del 1848 e del 1860, tutto il suo impegno scientifico.
Nel 1934 fondò il mensile della gioventù universitaria palermitana “L’Appello”. Nel 1949 si recò a Parigi per consultare gli archivi del Quai d’Orsay, fino a quel momento preclusi agli studiosi, e poté scrivere la storia della rivoluzione siciliana del 1848 attraverso le inedite fonti francesi. La ricerca gli fruttò la libera docenza in Storia del Risorgimento e l’insegnamento presso le Facoltà di Magistero e di Giurisprudenza dell’Università di Palermo.
Rivalutò le figure storiche di Francesco Crispi, Rosolino Pilo e Giovanni Corrao; di quest’ultimo fece traslare la salma in un loculo murato nel chiostro di S. Domenico, nel lato appartenente alla Società per la Storia Patria, nonostante la tenace opposizione del cardinale Ruffini.
Fu componente del Consiglio direttivo della Società Siciliana per la Storia Patria, socio di diverse accademie europee e, negli anni Sessanta, collaborò attivamente con diverse riviste storiche e culturali nazionali, quali “Nuova Antologia”, “Rassegna storica del Risorgimento”, “Archivio storico italiano”, “Il Risorgimento”, “Nuova rivista storica”, “Archivio storico siciliano”, “Archivio storico messinese”, “L’Osservatore politico letterario”.
Produsse una lunga serie di volumi dedicati al Risorgimento e, particolarmente, al ruolo della Sicilia in quella stagione della storia. Svolse anche una notevole attività di pubblicista dedicandosi soprattutto alla diffusione dei valori civili del Risorgimento, alla valorizzazione dei beni culturali della Sicilia e all’amicizia tra i popoli del Mediterraneo, nonché tra questi e quelli dei Balcani e dell’Europa orientale.
Collaborò per anni alla pagina culturale del “Giornale di Sicilia”; fondò e diresse la rivista trimestrale di studi storici “Il Risorgimento in Sicilia”, “Vie di Sicilia”, “Sicilia turistica”, “Vie mediterranee”.
Nell’ottobre del 1960 organizzò il congresso sul primo centenario della spedizione dei Mille, in qualità di presidente del Comitato di Palermo dell’Istituto per la Storia del Risorgimento. La sua ultima opera, Storia della mafia, fu pubblicata in diverse lingue. Fu direttore del Museo etnografico “Giuseppe Pitrè”, socio dell’Accademia di Scienze, Lettere e Arti, Giudice onorario del Tribunale per minorenni e componente del Consiglio di amministrazione dell’Ente Provinciale del Turismo di Palermo.
Alcune delle sue seicento opere pubblicate: Il Battaglione Universitario. Da Mogadiscio ad Addis Abeba (1937); Italia e Ungheria nel Risorgimento (1940); Italia e Germania nel pensiero e nell’azione di Mazzini, Cavour, Crispi, Bismark e Bulow (1941); Fonti francesi sulla rivoluzione siciliana del 1848-1849 (1950); La rappresentanza della dittatura garibaldina a Londra (1960); Italiani e greci nel Risorgimento (1967); Il Risorgimento a Palermo (1971); Mazzini e i romeni (1971); Crispi. Una esperienza irripetibile (1971); Crispi fra due epoche (1974).
Il nome dello storico Gaetano Falzone è sicuramente ascrivibile all’area della difesa della Tradizione Italiana concepita e realizzatasi in senso unitario, secondo il disegno nazionalista e sabaudo. Oltre che per le opere storiografiche, non collocabili all’area del tradizionalismo strettamente inteso, restano fondamentali il suo metodo e un’antesignana Storia della mafia – opera che, lodata da Giuseppe Prezzolini, edita nel 1974 e pubblicata con successo anche in Francia, risente anche della lezione etnostorica e demopsicologica di Giuseppe Pitrè – nonché pregevoli monografie su Carlo III di Borbone e il Viceré Caracciolo. Diresse il vivace periodico “La Rivolta” nel secondo dopoguerra.
Amico di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ne scrisse con acutezza un profilo, a mio avviso indispensabile, come confermatomi pure dall’erudito bibliofilo e studioso del Tomasi, Cangelosi. Obiettivo dichiarato da Falzone – che aderì negli anni Sessanta ai Centri per l’Ordine Civile di Gianni Baget Bozzo – fu quello d’indagare, conoscere «terra e individui siciliani» partendo da «lontananze di tempo che possono sembrare disancorate da ogni rapporto col presente. Eppure questo disancoramento non c’è, perché la geografia detta legge alla storia, e la storia di ieri condiziona quella del presente». Una Sicilia definita da Falzone “bipartita”, fra est e ovest, dove il sentimento e il carattere, nella differenza, formano un’autentica Comunitatis Siciliae. Il Risorgimento, ammette Falzone, con la coscrizione obbligatoria in Sicilia, in cui l’«ordine regio piemontese si presentò subito come meno illuminato dell’ordine regio borbonico», provocò la delusione e la rabbia dei siciliani e, quindi, l’esplodere nefasto della mafia «nel generale disappunto e per la diffusa amarezza per l’atteggiamento di Torino che eludeva e mortificava ogni speranza degli autonomisti, ridando vigore ai borbonici e togliendo forza ai moderati unitari nel momento di iniziazione dell’isola alla vita democratica e parlamentare».
E, intanto, la mafia – continua ancora il Falzone – «fin dal primo momento aveva capito che nel nuovo ordine democratico non poteva fare a meno del governo e della classe politica. [...] Insomma si organizzava la mafia nelle sue forme di mediazione tra la violenza e l’autorità, tra il paese reale e il paese legale».
L’istituzionalizzazione della mafia comporterà l’essere diventata, per Falzone, un pilastro del potere in Sicilia, allargando il suo dominio come una “piovra”, valicando l’oceano e internazionalizzandosi, anche con gli enormi flussi migratori che porteranno rimesse ulteriori di denaro ai mafiosi residenti in Sicilia, per “garantire protezione ai congiunti” e non solo.
Stordita, ma non estirpata mai del tutto dal Fascismo e da Cesare Mori, la mafia in Sicilia, sostiene il Falzone, tornerà più forte di prima con l’arrivo degli Angloamericani nell’Isola, nel 1943.
I temi cari al Falzone – metodologicamente e antropologicamente assai interessanti per una visione autenticamente controcorrente – saranno ancora affrontati in una successiva breve pubblicazione dal titolo La mafia e il sentire mafioso, ove l’analisi si manifesta originale e pregnante, indicando nella massiccia presenza di questa nei centri della finanza e dell’industria, nonché ricercando la cooperazione degli esponenti politici facilmente lusingati al momento delle competizioni elettorali, anche la nuova mafia dei “colletti bianchi”, nel quadro di uno Stato “permanentemente assente in Sicilia” e tuttavia capace di autentici misfatti.
Come poi affermerà anche Giovanni Falcone, per Gaetano Falzone la «mafia non è fatto irreversibile». Analisi e tesi non molto distanti da uno Sciascia e da un Michele Pantaleone, che ben conobbi quale correlatore ad un seminario universitario a Giurisprudenza, organizzato da Gaetano Ingrassia e che, oggi, con indubbio merito, è stato riposto all’attenzione, prima da Mario Grasso e ora da Gino Pantaleone, benemerito nella sua appassionata costanza.
Mio professore all’Università e suocero di Giuseppe Tricoli (aveva sposato, infatti, Mirella), uomo tutto d’un pezzo e dal forte carattere, falzone fu per me – e per noi giovani d’allora – un riferimento autorevole per una lettura storica seria e non partigiana del Risorgimento e soprattutto della genesi della mafia, una lezione cui mi sono sempre rifatto per i miei studi, anche ampliandone gli orizzonti interpretativi sul versante legittimista.
Voglio ricordare il coraggio e la coerenza di questo intellettuale, che apparteneva idealmente alla Destra Storica liberale, alla maniera di Roberto Lucifero e Panfilo Gentile, e che tuttavia non si sottrasse nel sostenere la rinata Destra, non solo quella missina, fondando agl’inizi degli anni Settanta, con altri, il Circolo Federico II di Palermo, che si affiancava alla Libreria “L’Italiano” (che aveva preso nome dalla storica rivista diretta da Pino romualdi), voluta da Tricoli, Fragalà, Campisi, Lo Porto, Maria Clara Ruggieri, aurea, del e con il giornale che fu la bandiera di Lo Porto, “Popolo di Sicilia” (che ebbe una seconda fase editoriale intitolandosi “Il Resto d’Italia”, responsabile Vito Vaiarelli).
Ma soprattutto, appunto, il Circolo Federico II fu fucina e palestra della giovane Destra d’allora e poté vantare le presenze, nel suo seno, di studiosi e maestri illustri, quali il genetista Giuseppe Sermonti (il più critico di scientismo e darwinismo, nato a Roma nel 1925, allora docente a Palermo), il geologo Giuliano Ruggieri con la moglie Maria Antonietta Moroni, anch’ella docente universitaria (due figure che mi sono molto care e che non mancarono, come guide illuminate, d’indicare e accompagnare il mio iniziale e non facile cammino), Gaetano Catalano, Giulio Bonafede, Giuseppe Maria Sciacca, Filippo Puglisi, che furono pure miei professori. Di Puglisi, da non confondere con Gianni, fui allievo e lo ricordo con viva gratitudine e ammirazione quale relatore per la mia tesi di Estetica, incentrata sul problema dell’oggettività, contestatissima in sede di esami di laurea – era il 1976 – da Claudio Vicentini, soltanto perché non citavo i canonici, ma Sedlmayr, Assunto, Mordini, Evola, Guénon, Papini e De Chirico...!
Partecipava attivamente alla vita del Circolo, con la verve che bisogna almeno riconoscergli, Armando Plebe, già marxista e, in quel frangente, autore di due opere edite dalla Rusconi con “scandaloso successo” (oltre centomila copie) per la cultura conformista della sinistra del tempo, dal titolo Quel che non ha capito Carlo Marx e Filosofia della reazione. Plebe, poi dominus per anni della c.d. “cultura di destra” (avversata, nell’impostazione da lui stesso datale, giustamente da Giovanni Volpe, Evola, Adriano Romualdi, ecc.), da poco scomparso, era sempre accompagnato da Gianni Puglisi, che ho avuto modo di continuare a incontrare nel tempo, non senza screzi e polemiche. Si deve a Puglisi, molto astuto e intelligente oltre che legato a svariati ambienti di potere, la liquidazione temporanea della gloriosa Fondazione Lauro Chiazzese, diretta da Dino Grammatico (con il mio amico Balistreri e con il valoroso collega manlio Corselli) e di cui fui segretario generale e autore di un Repertorio sulla sua storia, ma anche il mio isolamento nella Società Siciliana per la Storia patria, nella quale ero peraltro risultato il primo eletto quale Consigliere.
Tornando a falzone e all’ultimo decennio della sua vita intensa, mi preme dire del colpevole silenzio (eccettuato Giuseppe carlo Marino, che è pure di chiara e netta cultura marxista e di Sinistra) di studiosi dell’Università, luogo che gli fu comunque caro malgrado gli ostracismi e le incomprensioni.
Oggi, grazie alle Famiglie tricoli e Falzone, i suoi testi, giornali e documenti sono ben conservati e consultabili nella sede (sottratta alla mafia per merito di chi scrive e dell’allora collega assessore Pippo Enea) della Fondazione giuseppe e Marzio Tricoli. Quest’ultimo fu anch’egli mio amico, giovane e brillante uomo politico come il padre, strappato, per un incidente domestico, alla famiglia, agli affetti e alla buona politica.

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