"Più di 2000 lanci perfetti e poi…" di Giacomo Civiletti

Non aveva ancora toccato terra ma sapeva già che quello sarebbe stato un atterraggio molto difficile, forse l’ultimo della sua vita . E così fu.   

Questo pensava Altiero Umberto Altomonte , ex  colonnello  dei paracadutisti, mentre precipitava dal balcone  della sua casa  in montagna.

Ma chi glielo aveva fatto fare a sporgersi?    

E quella ringhiera? Non si era mai accorto  che fosse così bassa … sarebbe potuta succedere una disgrazia  … poi ghignò al pensiero che la disgrazia, sotto forma d’incidente domestico gli stava succedendo e proprio  a lui,  come a una  qualsiasi pappamolla borghese in pensione, a lui tanto agile da essere chiamato la molla , sempre scattante, ovunque:  caserma, circolo, campi sportivi, piste da ballo, sentieri montani ,boschi ,sottoboschi e interminabili spiagge.

Così era ; sessantun anni portati alla grande, ottantacinque chili distribuiti su centottantasette  centimetri ,un numero consistente di missioni certificate da altrettanti nastrini e relative medaglie ; da sei mesi  in pensione, anzi in congedo permanente, cioè a casa, rottamato.

Non usciva quasi più ; non riusciva a vestirsi con abiti civili e non potendo più indossare la divisa, né andare in giro nudo, stava dentro il suo studio a sentire la musica dei Rolling Stones  a tutto volume , ma se  la porta  dell’ampia stanza stava chiusa non era per impedire che il suono si propagasse per la casa, quanto per non fare uscire l’odore acre delle canne che fumava . Roba locale, quasi pessima, coltivata dal  suo e fidato ex luogotenente  Castrenze Castelli nell’orticello dell’alloggio di servizio sito in una caserma deposito non lontana da quella dove ancora prestava servizio .

Altumato, così lo chiamava la moglie facendo la crasi dei nomi e del cognome ma che in realtà stava per  alto e fumato.

 Non aveva molta stima di lui, anzi da parecchio tempo lo odiava. Non era la sola, dato  che il massiccio soldato era il concentrato di tutte le più scontate nefandezze psicologiche e comportamentali di un militare di carriera: era stato altezzoso con gli umili, spietato con i deboli, un cane rabbioso con i subordinati, irascibile ed insofferente con  pari grado  e superiori. Un vero miracolo che nessuno gli avesse mai sabotato il paracadute.

La signora  quand’erano soli, chiamava il marito “ coppola di minchia” ma non per riferirsi scherzosamente al colore amaranto del  fiero basco da parà quanto per fargli capire in che considerazione lo tenesse e  dopo averlo qualificato , gli faceva  puntualmente   rilevare quanto fosse  poco attento a lei  che era stata ore dal  parrucchiere per ottenere  quel colore  e quell’acconciatura, ma che lui se ne infischiava, che  chissà a chi  aveva la testa, ma che lei gli avrebbe  fatto vedere …  il tutto condito con un  turpiloquio degno del più becero sergente istruttore. 

Il loro legame  i primi dieci anni aveva funzionato, fra campi d’addestramento, corsi d’aggiornamento e un notevole numero di missioni all’estero, sommando  tutti  i giorni trascorsi insieme la loro effettiva convivenza  non superava i due anni ; i guai cominciarono quando lui, miracolosamente scampato ad una mina in Afganistan , fu promosso colonnello e destinato al comando di una scuola specialisti, a fare il preside diceva : a lei non piaceva abitare in caserma e  si sentiva il marito troppo addosso, in tutti sensi, lui  era frustrato dai rifiuti della moglie e dalla piega che aveva preso la sua carriera che pensava giunta al termine e i due litigavano spesso, ma la loro guerra stava per finire, era il trentuno dicembre del duemila e dieci.

Quella sera avevano lasciato liberi d’andare per i fatti loro   Piercarlo  e  Domiziana  i loro figli  di diciannove e diciassette  anni e si preparavano a festeggiare  l’arrivo del nuovo millennio  al Circolo Ufficiali. 

Lui in alta uniforme era perfetto, lei bella presenza, finto bionda , elegantissima nel suo abito da sera sembrava una principessa; nessuno avrebbe sospettato le sue  origini plebee stigmatizzate dal suo cognome d’origine : Mangiacavoli   a meno che non avesse  sentito quello che lei, quando litigava con il “coglionello” , così lo chiamava quando voleva vezzeggiarlo,  si faceva uscire dalla bocca.  Che avevano litigato se ne accorsero tutti, il primo fu il direttore del circolo  e Maggiore del servizi commissariali  Furio Camillo Altomonte, fratello minore del Colonnello, bellimbusto, scapolo con la passione per tutte forme di gioco d’azzardo.

Li raggiunse e salutò il fratello sbattendo  esageratamente i tacchi per sfotterlo, e gli disse che il generale comandante della Regione Militare gli aveva  appena chiesto di lui e voleva vederlo e    presa la cognata sottobraccio si diresse al bar, dove il barman , un militare in giacca bianca, agitava uno shaker ; l’accolse  il secondo che sugli attenti  rivolgendosi  al maggiore disse : comandi. Ordinarono due Margarita e scambiandosi l’occhiolino fecero cin cin. 

     Il massiccio  seguendoli  con lo sguardo pensò a quanto fossero  simili quei due : frivoli, anzi futili ed aggiustandosi la cravatta andò verso il generale, pensando che chissà forse in quell’occasione conviviale avrebbe potuto strappargli la promessa d’un incarico meno sedentario. Così fu. Riuscì ad ottenere la promessa. 

Dopo alcuni mesi gli arrivò la nomina  a  comandante  di un reggimento.

La sua bionda consorte adducendo gravi  motivi familiari quali : madre anziana, sola e malata, figli che non volevano cambiare scuola, amici ed abitudini e lei stessa che voleva una casa stabile in una civile abitazione, decise che non l’avrebbe seguito nella nuova destinazione , del resto lontana poco più di duecento chilometri dalla città dove abitavano e volevano continuare ad abitare. Il massiccio non batté ciglio, la distanza fra la casa che sua moglie avrebbe scelto, lui non aveva tempo per queste cose e il suo nuovo comando, l’avrebbe percorso in meno di novanta minuti primi con la sua Alfa GT  Spietata 3, ne aveva avuto  altre  due Alfa: Spietata  uno e due.

Quando presero ad arrivargli le prime multe salate ,le decurtazioni dei punti della patente  e dopo che cominciò ad imparare dove stavano in agguato gli autovelox, si convinse  che non aveva nessun record da battere e così nei fine settimana, raggiungeva i suoi cari in poco più di due ore.

    I figli li intravedeva, ormai grandi avevano i loro sgami  e poi non avevano molto da dirgli; lui cercava di comunicare con loro, ma i ragazzi lo mettevano al corrente dei loro successi scolastici una ed universitari l’altro  per incassare i lauti premi pattuiti, per il resto erano molto evasivi e non gli dimostravano grande affetto, lui si consolava pensando al gap generazionale che fa  trovare strani i figli ai genitori e viceversa ; la moglie invece gli faceva trascorrere quelle quarantotto  ore di convivenza come un pascià : manicaretti, performance amorose e scelta dei film a lui preferiti ; i loro rapporti erano diventati idilliaci.  Tutto andava bene. Lui faceva il suo mestiere, il comandante ,ed era felice, lei la moglie innamorata due giorni a settimana e così trascorse il primo di quegli anni , fino a quando non arrivò la ferale notizia, seguita immediatamente da un’altra. La prima:  Il generale di Corpo d’Armata  e grande ufficiale della Repubblica Baldo Maria Vittorio Altomonte era passato a miglior vita dopo avere appena compiuto il suo novantaseiesimo compleanno  che alcuni giorni prima i due figli, la nuora ed i nipoti avevano festeggiato  nella casa di riposo dov’era 0spite da quando era rimasto vedovo cinque anni prima.  

 La seconda: Collocamento a riposo del colonnello Altero Umberto Altomonte per sopraggiunti limiti d’età. 

  La morte del padre ,ormai allettato da un paio d’anni, dispiacque al colonnello, ma non lo sconvolse ; quello che invece lo ferì fu il suo congedo prima d’avere raggiunto la promozione a generale, sapeva che la nomina gliela avrebbero mandata  poi a casa, ma  non gl’importava, lui la  greca sulla spalla la voleva mentre era in servizio, ma non c’era niente da fare, doveva rassegnarsi e non pensarci più per non rovinarsi  il fegato.

I travasi di bile li fece per colpa dei suoi cari. Il generale e grande ufficiale pensando  d’essere eterno ,era morto senza lasciare un rigo di testamento; l’eredità era costituita da due eleganti appartamenti in città con quattro box e  due grandi  magazzini ed una villa nell’isola d’Elba che da sola valeva quanto  tutte le altre proprietà messe insieme e che costituì  il nodo della discordia. 

Furio Camillo con la scusa che lui vi accompagnava  da sempre i suoi genitori e che lì trascorreva le vacanze la voleva. Ciò aveva dato origine a feroci alterchi fra i due fratelli  ; il massiccio non intendeva rinunciare alla villa, ma i suoi non lo appoggiavano.

 I figli avrebbero voluto le case in città, una ciascuno per andare a vivere per conto loro, mantenendosi con gli affitti dei box e dei magazzini, la moglie preferiva le spiagge della Campania dove aveva una casetta  ereditata  dai  genitori  perciò  era propensa a lasciare la villa al  cognato, che  essendo scapolo e senza figli, pensava, l’avrebbe poi  lasciata ai nipoti ,ma il  colonnello, furioso, rispondeva a questa speranza della moglie  che  suo  fratello se la  sarebbe giocata e persa per questo aveva fatto appello all’unità  familiare, ma tutti erano contro di lui, erano  state rivangate vecchie ruggini,incomprensioni, ripicche, sembrava che tutti volessero  bene più a Furio Camillo  che a lui.                  

Era stato sempre così, anche con i suoi  genitori ;lui mandato dopo le medie al collegio militare, allontanato dalla famiglia  che così poteva coccolare il figlio  minore al quale tutto era concesso e sempre perdonato  anche per la bocciatura in seconda  media  con la scusa che una  polmonite gli aveva fatto perdere due mesi di scuola ed in seguito ebbe, il pargolo, anche la possibilità di  cambiare  un paio di  facoltà universitarie per poi  rinunciare definitivamente agli studi e partire militare come ufficiale di  complemento.  

  Il suo fratellino, se non fosse stato il figlio di suo padre non sarebbe riuscito né a  superare il concorso né successivamente  a raffermarsi ed arrivare faticosamente  al grado di  maggiore anche se delle salmerie, comunque anche se non lo stimava era lo zio dei suoi figli  che per lui stravedevano, il cognato di sua moglie che lo trattava come un fratello … anche se purtroppo fratello lo era a lui . 

Il suo fornitore di fumo, suo fedele  sottoposto da sempre e compagno  in tante missioni e con il  quale  si confidava, gli aveva portato i  funghi  che lui, cuoco provetto, aveva  cucinato ;  il colonnello sapeva quanto suo fratello  Furio Camillo ne fosse  particolarmente ghiotto e fu per riprendere   il dialogo con lui  e cercare di fargli intendere le sue ragioni che lo aveva invitato a pranzo.  Il dissoluto e vacuo Maggiore e fratello minore accettò conoscendo la  qualità di chef del fratello più grande e riconoscendogliela come unica . 

     Il massiccio e lo scommettitore avevano deciso di  comune accordo d’incontrarsi nella  casa  di proprietà del colonnello alle falde del  Terminillo,perchè  l’ultima volta che  avevano affrontato l’argomento “ eredità” nella  casa di città del colonnello, i  vicini, spaventati o forse più disturbati dalle grida  minacciose  avevano chiamato i Carabinieri.

Imbarazzo dei due Appuntati che intervenendo,  si erano trovati davanti due ufficiali superiori in divisa, scarmigliati  e  congestionati  dall’ira per una “ discussione in famiglia”. 

Altro motivo era il bel  tempo. Nonostante fosse autunno le  previsioni  meteorologiche  avevano   annunciato   belle  giornate e quella corrente lo era.

Fu per vedere dove gli era caduto il suo Dupont  d’argento sfuggitogli di mano  mentre  stava accendendosi  una Marlboro, che si protese in avanti  sulla ringhiera del balconcino, troppo bassa per lui  che sbilanciato in avanti precipitò nell’abisso sottostante. 

Un volo di circa quindici metri; il balcone era sospeso su un piccolo burrone che pensava sempre di fare riempire , ma che dimenticava ci fosse appena distoglieva lo  sguardo.

La sorpresa non gli consentì di mettere in pratica l’esperienza che avrebbe dovuto avere, forse perché incredulo per quello che gli stava capitando ; atterrò sulle                 ginocchia e poi sbatté  la fronte a terra per il colpo di frusta prodotto dal suo stesso  corpo nell’impatto.  

Quando, due ore dopo circa,  la moglie, i figli ed il fratello ch’era con loro  arrivarono sul posto ,videro l’Alfa Spietata 3  parcheggiata nel vialetto davanti il  cancello della villa, entrarono in casa e cominciarono  a cercarlo chiamandolo, ma a parte il basco al quale il colonnello non aveva rinunciato  poggiato su una sedia, non c’era traccia di lui.

 Fu Piercarlo, affacciatosi per caso al balconcino che vide il padre e gridò come se avesse trovato il gatto :  Trovatooooo!!!  Gli altri  lo guardarono con sguardi  interrogativi e lui dalla soglia,  sporgendo il braccio verso il vuoto disse : lì. 

Lo videro, ma  piuttosto che chiamare  un’ambulanza per  tentare lì di rianimarlo e subito portarlo in un ospedale, decisero  d’andare a vedere da vicino.

   Con calma  uscirono dal cancello,  imboccarono  la stradina che costeggiando una parte della casa scendeva fino al fosso dove immobile giaceva il loro congiunto.

Dopo un rapido conciliabolo decisero che non avrebbero potuto farlo  trovare  lì  dov’era caduto perché  si sarebbe  potuto creare uno scandalo, inducendo l’opinione pubblica a pensare  ad un  suicidio o  peggio, la legge  ad un omicidio ; nell’ambiente casermesco si sapeva che in famiglia c’erano tensioni , sarebbe venuto fuori,  bisognava quindi trasportarlo  in casa, nel suo letto.

 Dopo circa un’ora di sollevamenti, fermate e spinte fu quasi scaraventato  sul suo 

letto accompagnato da commenti simili a quelli di facchini che consegnano un pianoforte a coda al nono piano.

Appena ripresa dalla fatica, la signora telefonò  al medico di famiglia, suo  primo cugino  ed  antico compagno di giochi  medico infermieristici, lo avrebbe fatto venire  e  non avrebbe faticato a convincerlo  a  certificare  una molto onorevole e plausibile morte  per  arresto cardiaco per il Massiccio, poi,  sommessamente, a voce,  si sarebbe  aggiunto  come  indiscrezione che l’infarto  aveva colpito il colonnello  nell’esercizio delle sue esagerate prerogative maritali, così  avrebbe pure fatto bella figura.                                                                                                             Alla telefonata rispose la segreteria del medico e lei gli lasciò un messaggio  pregandolo di  mettersi in contatto con lei, appena gli sarebbe stato possibile.                                                                                                                                                              Erano le tredici e quaranta e  i non molto inconsolabili superstiti ,complice il  profumo  dei funghi che  invadeva la casa, decisero d’ apprezzare  l’unica nota ed apprezzata qualità domestica del fu colonnello , la culinaria  e si misero a  tavola dove si lasciarono andare ad ogni genere di considerazione su quello che gli era capitato, prima sommessamente, poi sempre  più allegramente, sguaiatamente, chiamando il padre, il marito, il fratello  con epiteti ridicoli ed ingiuriosi ed arrivando persino a ridere  convulsamente.                                                                    Il Massiccio, facendo onore al suo nomignolo che gli avevano appioppato colleghi e subalterni , non  era morto sul colpo, ma i suoi familiari , convinti e felici  di esserselo definitivamente di torno non  si  erano accorti del debole battito del suo  cuore né durante la faticosa traslazione né quando lo avevano  sbattuto sul letto.                                                                                                                                                   Agonizzante, respirava impercettibilmente ed era   immobile per le dolorose ed  innumerevoli fratture, ma lucido, li sentiva e piangeva, percepiva la complicità ora più che sospetta, anzi  palese  che c’era  fra sua moglie  e suo  fratello, era affranto  per l’irrefrenabile  gioia che il suo incidente aveva scatenato nei  suoi figli e fu contento  d’andarsene, di lasciarli per sempre  e finalmente chiudendo gli occhi si abbandonò alla morte.                                                                                                                                                                                Fu Castrenze  Castelli l’ex  luogotenente , che preoccupato lo cercò e lo trovò .                                                                                                                              Una vita insieme ; Castrenze   sergente di prima nomina era stato assegnato al plotone del Massiccio allora sottotenente  al suo primo comando , si conoscevano da più di trent’anni. Il colonnello “ romano de Roma ”, il sottufficiale  ciociaro  e  più giovane di lui di qualche anno,  uguali nella stazza , quasi con gli stessi colori fisici, simili   nell’attaccamento al servizio ed alla disciplina  sembravano fatti con lo stesso stampo, differivano nel carattere : irruente e aggressivo quello dell’ufficiale, riflessivo  e sornione quello del sottufficiale , ma si piacquero quasi subito e fecero in modo di restare sempre insieme nello stesso reparto.                                                     Quel giorno, dopo avere chiamato  innumerevoli volte il suo colonnello al cellulare ed  anche al telefono di casa in città, non ottenendo risposta , il luogotenente  decise di  recarsi nella casa in montagna dove presumeva che il suo comandante si fosse recato.                                                                                                                                                                       Appena arrivato trovò il corpo del maggiore Altomonte vicino alla  sua   automobile,  sembrava morto sul colpo mentre cercava d’entrare in auto , ma era riuscito soltanto ad   aprire lo sportello. Toccò il corpo e sentì ch’era freddo … pensò che l’ufficiale fosse  morto da alcune ore  e cominciò a chiamare : Signor Colonnello !!! Colonnello !!! C’è qualcuno in casa?  Colonnello!!!                                                                                                                                                                                           Non ottenendo nessuna risposta decise di   chiamare i Carabinieri che arrivati sul posto cominciarono con i rilievi prima sul corpo del Maggiore, poi entrarono in casa e  fotografarono la  tavola  dove c’erano i  resti di un  pranzo per quattro persone, ad evidente  base  di funghi, forse velenosi,   scrissero  nel rapporto ; subito  dopo  trovarono  i ragazzi e la madre : il maschio in  bagno in un lago di vomito  nerastro, la ragazza rannicchiata nel proprio  letto, la signora  sembrava avvitata su se  stessa e giaceva sul pavimento della stanza degli ospiti. Il colonnello disteso sul  letto matrimoniale, non presentava segni  d’avvelenamento, guardandolo  si vedeva una vasta e profonda ferita orizzontale  alla  fronte, l’omero destro uscito dal  colletto della camicia ed un femore che gli  usciva dalla tasca dei pantaloni. Il quadro fu chiaro al sottufficiale : il  colonnello dopo avere visto morire i suoi familiari si era buttato dal balcone. Fu un attimo e si diede del coglione. Certo, pensò, il colonnello si è  buttato dal balcone, si è frantumato  e poi è risalito in casa e si è ricomposto nel suo letto .  Si diede  della testa di cazzo, poi cercò di ritrovare la lucidità ed il sangue freddo che gli avevano  consentito di portare a casa la “ sghibba ”  in tante pericolosissime “ missioni di pace” e provò a ragionare … Un paracadutista se si vuole ammazzare  si spara, non si butta dal balcone. Forse lo avevano sorpreso e spinto nel vuoto i suoi cari familiari, ma  poi pensò che non ce l’avrebbero mai fatta anche in quattro a sorprenderlo e  sopraffarlo e senza farsi notare uscì dalla casa, vi girò  attorno, arrivò sul ciglio del   burrone e localizzò quello che doveva essere il punto d’impatto  del colonnello  sul terreno ; con cautela scese fino in fondo, accarezzò   una pietra  arrossata dal  sangue del suo comandante e  poco distante  vide e  recuperò il Dupont che  conosceva bene e  che tenne per se.  Aveva capito.   

Il colonnello aveva cucinato i funghi , poi aspettando  l’arrivo dei suoi familiari  era uscito in balcone per fumare  e l’accendino  gli era scivolato dalle mani , lui che  a quell’oggetto ci teneva  tanto, per recuperarlo l’aveva seguito … Ridicolo ! Non si poteva dire.                                            Colonnello dei paracadutisti muore volando  dal balcone per salvare  un accendino.                                      Questo avrebbero scritto e detto i media . Meglio fare  pensare ad  una caduta in seguito ad un malore. Risalì il dislivello, raggiunse la casa e disse ai Carabinieri che aveva trovato il                punto preciso  in cui era caduto il colonnello.                                                                                                                           Il perito settore  dopo avere guardato i corpi decretò : Colonnello  precipitato e     presumibilmente  morto sul  colpo questa mattina , tutti i familiari morti per              avvelenamento  da funghi da alcune ore.                                                                                                 Il luogotenente Castelli era d’accordo. Bravo dottore. Si guardò bene però dal dire ai  Carabinieri  che i  funghi  al suo inconsapevole  colonnello, li aveva portati lui che  sapeva  non li avrebbe mangiati perché li detestava, ma che li avrebbe soltanto cucinati per il  fratello che invece ne era ghiotto ; si , li  aveva portati lui per risolvere un problema al suo colonnello  , come  aveva sempre  fatto   …  non aveva previsto l’ecatombe, ma conoscendo i  rapporti del suo comandante  con moglie e figli non ebbe troppi rimorsi  e senza darsi  troppa pena pensò : non si  può fare una frittata senza  rompere le uova …*********                      

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