"Più di 2000 lanci perfetti e poi…" di Giacomo Civiletti
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- Creato: 25 Maggio 2022
- Scritto da Redazione Culturelite
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Non aveva ancora toccato terra ma sapeva già che quello sarebbe stato un atterraggio molto difficile, forse l’ultimo della sua vita . E così fu.
Questo pensava Altiero Umberto Altomonte , ex colonnello dei paracadutisti, mentre precipitava dal balcone della sua casa in montagna.
Ma chi glielo aveva fatto fare a sporgersi?
E quella ringhiera? Non si era mai accorto che fosse così bassa … sarebbe potuta succedere una disgrazia … poi ghignò al pensiero che la disgrazia, sotto forma d’incidente domestico gli stava succedendo e proprio a lui, come a una qualsiasi pappamolla borghese in pensione, a lui tanto agile da essere chiamato la molla , sempre scattante, ovunque: caserma, circolo, campi sportivi, piste da ballo, sentieri montani ,boschi ,sottoboschi e interminabili spiagge.
Così era ; sessantun anni portati alla grande, ottantacinque chili distribuiti su centottantasette centimetri ,un numero consistente di missioni certificate da altrettanti nastrini e relative medaglie ; da sei mesi in pensione, anzi in congedo permanente, cioè a casa, rottamato.
Non usciva quasi più ; non riusciva a vestirsi con abiti civili e non potendo più indossare la divisa, né andare in giro nudo, stava dentro il suo studio a sentire la musica dei Rolling Stones a tutto volume , ma se la porta dell’ampia stanza stava chiusa non era per impedire che il suono si propagasse per la casa, quanto per non fare uscire l’odore acre delle canne che fumava . Roba locale, quasi pessima, coltivata dal suo e fidato ex luogotenente Castrenze Castelli nell’orticello dell’alloggio di servizio sito in una caserma deposito non lontana da quella dove ancora prestava servizio .
Altumato, così lo chiamava la moglie facendo la crasi dei nomi e del cognome ma che in realtà stava per alto e fumato.
Non aveva molta stima di lui, anzi da parecchio tempo lo odiava. Non era la sola, dato che il massiccio soldato era il concentrato di tutte le più scontate nefandezze psicologiche e comportamentali di un militare di carriera: era stato altezzoso con gli umili, spietato con i deboli, un cane rabbioso con i subordinati, irascibile ed insofferente con pari grado e superiori. Un vero miracolo che nessuno gli avesse mai sabotato il paracadute.
La signora quand’erano soli, chiamava il marito “ coppola di minchia” ma non per riferirsi scherzosamente al colore amaranto del fiero basco da parà quanto per fargli capire in che considerazione lo tenesse e dopo averlo qualificato , gli faceva puntualmente rilevare quanto fosse poco attento a lei che era stata ore dal parrucchiere per ottenere quel colore e quell’acconciatura, ma che lui se ne infischiava, che chissà a chi aveva la testa, ma che lei gli avrebbe fatto vedere … il tutto condito con un turpiloquio degno del più becero sergente istruttore.
Il loro legame i primi dieci anni aveva funzionato, fra campi d’addestramento, corsi d’aggiornamento e un notevole numero di missioni all’estero, sommando tutti i giorni trascorsi insieme la loro effettiva convivenza non superava i due anni ; i guai cominciarono quando lui, miracolosamente scampato ad una mina in Afganistan , fu promosso colonnello e destinato al comando di una scuola specialisti, a fare il preside diceva : a lei non piaceva abitare in caserma e si sentiva il marito troppo addosso, in tutti sensi, lui era frustrato dai rifiuti della moglie e dalla piega che aveva preso la sua carriera che pensava giunta al termine e i due litigavano spesso, ma la loro guerra stava per finire, era il trentuno dicembre del duemila e dieci.
Quella sera avevano lasciato liberi d’andare per i fatti loro Piercarlo e Domiziana i loro figli di diciannove e diciassette anni e si preparavano a festeggiare l’arrivo del nuovo millennio al Circolo Ufficiali.
Lui in alta uniforme era perfetto, lei bella presenza, finto bionda , elegantissima nel suo abito da sera sembrava una principessa; nessuno avrebbe sospettato le sue origini plebee stigmatizzate dal suo cognome d’origine : Mangiacavoli a meno che non avesse sentito quello che lei, quando litigava con il “coglionello” , così lo chiamava quando voleva vezzeggiarlo, si faceva uscire dalla bocca. Che avevano litigato se ne accorsero tutti, il primo fu il direttore del circolo e Maggiore del servizi commissariali Furio Camillo Altomonte, fratello minore del Colonnello, bellimbusto, scapolo con la passione per tutte forme di gioco d’azzardo.
Li raggiunse e salutò il fratello sbattendo esageratamente i tacchi per sfotterlo, e gli disse che il generale comandante della Regione Militare gli aveva appena chiesto di lui e voleva vederlo e presa la cognata sottobraccio si diresse al bar, dove il barman , un militare in giacca bianca, agitava uno shaker ; l’accolse il secondo che sugli attenti rivolgendosi al maggiore disse : comandi. Ordinarono due Margarita e scambiandosi l’occhiolino fecero cin cin.
Il massiccio seguendoli con lo sguardo pensò a quanto fossero simili quei due : frivoli, anzi futili ed aggiustandosi la cravatta andò verso il generale, pensando che chissà forse in quell’occasione conviviale avrebbe potuto strappargli la promessa d’un incarico meno sedentario. Così fu. Riuscì ad ottenere la promessa.
Dopo alcuni mesi gli arrivò la nomina a comandante di un reggimento.
La sua bionda consorte adducendo gravi motivi familiari quali : madre anziana, sola e malata, figli che non volevano cambiare scuola, amici ed abitudini e lei stessa che voleva una casa stabile in una civile abitazione, decise che non l’avrebbe seguito nella nuova destinazione , del resto lontana poco più di duecento chilometri dalla città dove abitavano e volevano continuare ad abitare. Il massiccio non batté ciglio, la distanza fra la casa che sua moglie avrebbe scelto, lui non aveva tempo per queste cose e il suo nuovo comando, l’avrebbe percorso in meno di novanta minuti primi con la sua Alfa GT Spietata 3, ne aveva avuto altre due Alfa: Spietata uno e due.
Quando presero ad arrivargli le prime multe salate ,le decurtazioni dei punti della patente e dopo che cominciò ad imparare dove stavano in agguato gli autovelox, si convinse che non aveva nessun record da battere e così nei fine settimana, raggiungeva i suoi cari in poco più di due ore.
I figli li intravedeva, ormai grandi avevano i loro sgami e poi non avevano molto da dirgli; lui cercava di comunicare con loro, ma i ragazzi lo mettevano al corrente dei loro successi scolastici una ed universitari l’altro per incassare i lauti premi pattuiti, per il resto erano molto evasivi e non gli dimostravano grande affetto, lui si consolava pensando al gap generazionale che fa trovare strani i figli ai genitori e viceversa ; la moglie invece gli faceva trascorrere quelle quarantotto ore di convivenza come un pascià : manicaretti, performance amorose e scelta dei film a lui preferiti ; i loro rapporti erano diventati idilliaci. Tutto andava bene. Lui faceva il suo mestiere, il comandante ,ed era felice, lei la moglie innamorata due giorni a settimana e così trascorse il primo di quegli anni , fino a quando non arrivò la ferale notizia, seguita immediatamente da un’altra. La prima: Il generale di Corpo d’Armata e grande ufficiale della Repubblica Baldo Maria Vittorio Altomonte era passato a miglior vita dopo avere appena compiuto il suo novantaseiesimo compleanno che alcuni giorni prima i due figli, la nuora ed i nipoti avevano festeggiato nella casa di riposo dov’era 0spite da quando era rimasto vedovo cinque anni prima.
La seconda: Collocamento a riposo del colonnello Altero Umberto Altomonte per sopraggiunti limiti d’età.
La morte del padre ,ormai allettato da un paio d’anni, dispiacque al colonnello, ma non lo sconvolse ; quello che invece lo ferì fu il suo congedo prima d’avere raggiunto la promozione a generale, sapeva che la nomina gliela avrebbero mandata poi a casa, ma non gl’importava, lui la greca sulla spalla la voleva mentre era in servizio, ma non c’era niente da fare, doveva rassegnarsi e non pensarci più per non rovinarsi il fegato.
I travasi di bile li fece per colpa dei suoi cari. Il generale e grande ufficiale pensando d’essere eterno ,era morto senza lasciare un rigo di testamento; l’eredità era costituita da due eleganti appartamenti in città con quattro box e due grandi magazzini ed una villa nell’isola d’Elba che da sola valeva quanto tutte le altre proprietà messe insieme e che costituì il nodo della discordia.
Furio Camillo con la scusa che lui vi accompagnava da sempre i suoi genitori e che lì trascorreva le vacanze la voleva. Ciò aveva dato origine a feroci alterchi fra i due fratelli ; il massiccio non intendeva rinunciare alla villa, ma i suoi non lo appoggiavano.
I figli avrebbero voluto le case in città, una ciascuno per andare a vivere per conto loro, mantenendosi con gli affitti dei box e dei magazzini, la moglie preferiva le spiagge della Campania dove aveva una casetta ereditata dai genitori perciò era propensa a lasciare la villa al cognato, che essendo scapolo e senza figli, pensava, l’avrebbe poi lasciata ai nipoti ,ma il colonnello, furioso, rispondeva a questa speranza della moglie che suo fratello se la sarebbe giocata e persa per questo aveva fatto appello all’unità familiare, ma tutti erano contro di lui, erano state rivangate vecchie ruggini,incomprensioni, ripicche, sembrava che tutti volessero bene più a Furio Camillo che a lui.
Era stato sempre così, anche con i suoi genitori ;lui mandato dopo le medie al collegio militare, allontanato dalla famiglia che così poteva coccolare il figlio minore al quale tutto era concesso e sempre perdonato anche per la bocciatura in seconda media con la scusa che una polmonite gli aveva fatto perdere due mesi di scuola ed in seguito ebbe, il pargolo, anche la possibilità di cambiare un paio di facoltà universitarie per poi rinunciare definitivamente agli studi e partire militare come ufficiale di complemento.
Il suo fratellino, se non fosse stato il figlio di suo padre non sarebbe riuscito né a superare il concorso né successivamente a raffermarsi ed arrivare faticosamente al grado di maggiore anche se delle salmerie, comunque anche se non lo stimava era lo zio dei suoi figli che per lui stravedevano, il cognato di sua moglie che lo trattava come un fratello … anche se purtroppo fratello lo era a lui .
Il suo fornitore di fumo, suo fedele sottoposto da sempre e compagno in tante missioni e con il quale si confidava, gli aveva portato i funghi che lui, cuoco provetto, aveva cucinato ; il colonnello sapeva quanto suo fratello Furio Camillo ne fosse particolarmente ghiotto e fu per riprendere il dialogo con lui e cercare di fargli intendere le sue ragioni che lo aveva invitato a pranzo. Il dissoluto e vacuo Maggiore e fratello minore accettò conoscendo la qualità di chef del fratello più grande e riconoscendogliela come unica .
Il massiccio e lo scommettitore avevano deciso di comune accordo d’incontrarsi nella casa di proprietà del colonnello alle falde del Terminillo,perchè l’ultima volta che avevano affrontato l’argomento “ eredità” nella casa di città del colonnello, i vicini, spaventati o forse più disturbati dalle grida minacciose avevano chiamato i Carabinieri.
Imbarazzo dei due Appuntati che intervenendo, si erano trovati davanti due ufficiali superiori in divisa, scarmigliati e congestionati dall’ira per una “ discussione in famiglia”.
Altro motivo era il bel tempo. Nonostante fosse autunno le previsioni meteorologiche avevano annunciato belle giornate e quella corrente lo era.
Fu per vedere dove gli era caduto il suo Dupont d’argento sfuggitogli di mano mentre stava accendendosi una Marlboro, che si protese in avanti sulla ringhiera del balconcino, troppo bassa per lui che sbilanciato in avanti precipitò nell’abisso sottostante.
Un volo di circa quindici metri; il balcone era sospeso su un piccolo burrone che pensava sempre di fare riempire , ma che dimenticava ci fosse appena distoglieva lo sguardo.
La sorpresa non gli consentì di mettere in pratica l’esperienza che avrebbe dovuto avere, forse perché incredulo per quello che gli stava capitando ; atterrò sulle ginocchia e poi sbatté la fronte a terra per il colpo di frusta prodotto dal suo stesso corpo nell’impatto.
Quando, due ore dopo circa, la moglie, i figli ed il fratello ch’era con loro arrivarono sul posto ,videro l’Alfa Spietata 3 parcheggiata nel vialetto davanti il cancello della villa, entrarono in casa e cominciarono a cercarlo chiamandolo, ma a parte il basco al quale il colonnello non aveva rinunciato poggiato su una sedia, non c’era traccia di lui.
Fu Piercarlo, affacciatosi per caso al balconcino che vide il padre e gridò come se avesse trovato il gatto : Trovatooooo!!! Gli altri lo guardarono con sguardi interrogativi e lui dalla soglia, sporgendo il braccio verso il vuoto disse : lì.
Lo videro, ma piuttosto che chiamare un’ambulanza per tentare lì di rianimarlo e subito portarlo in un ospedale, decisero d’andare a vedere da vicino.
Con calma uscirono dal cancello, imboccarono la stradina che costeggiando una parte della casa scendeva fino al fosso dove immobile giaceva il loro congiunto.
Dopo un rapido conciliabolo decisero che non avrebbero potuto farlo trovare lì dov’era caduto perché si sarebbe potuto creare uno scandalo, inducendo l’opinione pubblica a pensare ad un suicidio o peggio, la legge ad un omicidio ; nell’ambiente casermesco si sapeva che in famiglia c’erano tensioni , sarebbe venuto fuori, bisognava quindi trasportarlo in casa, nel suo letto.
Dopo circa un’ora di sollevamenti, fermate e spinte fu quasi scaraventato sul suo
letto accompagnato da commenti simili a quelli di facchini che consegnano un pianoforte a coda al nono piano.
Appena ripresa dalla fatica, la signora telefonò al medico di famiglia, suo primo cugino ed antico compagno di giochi medico infermieristici, lo avrebbe fatto venire e non avrebbe faticato a convincerlo a certificare una molto onorevole e plausibile morte per arresto cardiaco per il Massiccio, poi, sommessamente, a voce, si sarebbe aggiunto come indiscrezione che l’infarto aveva colpito il colonnello nell’esercizio delle sue esagerate prerogative maritali, così avrebbe pure fatto bella figura. Alla telefonata rispose la segreteria del medico e lei gli lasciò un messaggio pregandolo di mettersi in contatto con lei, appena gli sarebbe stato possibile. Erano le tredici e quaranta e i non molto inconsolabili superstiti ,complice il profumo dei funghi che invadeva la casa, decisero d’ apprezzare l’unica nota ed apprezzata qualità domestica del fu colonnello , la culinaria e si misero a tavola dove si lasciarono andare ad ogni genere di considerazione su quello che gli era capitato, prima sommessamente, poi sempre più allegramente, sguaiatamente, chiamando il padre, il marito, il fratello con epiteti ridicoli ed ingiuriosi ed arrivando persino a ridere convulsamente. Il Massiccio, facendo onore al suo nomignolo che gli avevano appioppato colleghi e subalterni , non era morto sul colpo, ma i suoi familiari , convinti e felici di esserselo definitivamente di torno non si erano accorti del debole battito del suo cuore né durante la faticosa traslazione né quando lo avevano sbattuto sul letto. Agonizzante, respirava impercettibilmente ed era immobile per le dolorose ed innumerevoli fratture, ma lucido, li sentiva e piangeva, percepiva la complicità ora più che sospetta, anzi palese che c’era fra sua moglie e suo fratello, era affranto per l’irrefrenabile gioia che il suo incidente aveva scatenato nei suoi figli e fu contento d’andarsene, di lasciarli per sempre e finalmente chiudendo gli occhi si abbandonò alla morte. Fu Castrenze Castelli l’ex luogotenente , che preoccupato lo cercò e lo trovò . Una vita insieme ; Castrenze sergente di prima nomina era stato assegnato al plotone del Massiccio allora sottotenente al suo primo comando , si conoscevano da più di trent’anni. Il colonnello “ romano de Roma ”, il sottufficiale ciociaro e più giovane di lui di qualche anno, uguali nella stazza , quasi con gli stessi colori fisici, simili nell’attaccamento al servizio ed alla disciplina sembravano fatti con lo stesso stampo, differivano nel carattere : irruente e aggressivo quello dell’ufficiale, riflessivo e sornione quello del sottufficiale , ma si piacquero quasi subito e fecero in modo di restare sempre insieme nello stesso reparto. Quel giorno, dopo avere chiamato innumerevoli volte il suo colonnello al cellulare ed anche al telefono di casa in città, non ottenendo risposta , il luogotenente decise di recarsi nella casa in montagna dove presumeva che il suo comandante si fosse recato. Appena arrivato trovò il corpo del maggiore Altomonte vicino alla sua automobile, sembrava morto sul colpo mentre cercava d’entrare in auto , ma era riuscito soltanto ad aprire lo sportello. Toccò il corpo e sentì ch’era freddo … pensò che l’ufficiale fosse morto da alcune ore e cominciò a chiamare : Signor Colonnello !!! Colonnello !!! C’è qualcuno in casa? Colonnello!!! Non ottenendo nessuna risposta decise di chiamare i Carabinieri che arrivati sul posto cominciarono con i rilievi prima sul corpo del Maggiore, poi entrarono in casa e fotografarono la tavola dove c’erano i resti di un pranzo per quattro persone, ad evidente base di funghi, forse velenosi, scrissero nel rapporto ; subito dopo trovarono i ragazzi e la madre : il maschio in bagno in un lago di vomito nerastro, la ragazza rannicchiata nel proprio letto, la signora sembrava avvitata su se stessa e giaceva sul pavimento della stanza degli ospiti. Il colonnello disteso sul letto matrimoniale, non presentava segni d’avvelenamento, guardandolo si vedeva una vasta e profonda ferita orizzontale alla fronte, l’omero destro uscito dal colletto della camicia ed un femore che gli usciva dalla tasca dei pantaloni. Il quadro fu chiaro al sottufficiale : il colonnello dopo avere visto morire i suoi familiari si era buttato dal balcone. Fu un attimo e si diede del coglione. Certo, pensò, il colonnello si è buttato dal balcone, si è frantumato e poi è risalito in casa e si è ricomposto nel suo letto . Si diede della testa di cazzo, poi cercò di ritrovare la lucidità ed il sangue freddo che gli avevano consentito di portare a casa la “ sghibba ” in tante pericolosissime “ missioni di pace” e provò a ragionare … Un paracadutista se si vuole ammazzare si spara, non si butta dal balcone. Forse lo avevano sorpreso e spinto nel vuoto i suoi cari familiari, ma poi pensò che non ce l’avrebbero mai fatta anche in quattro a sorprenderlo e sopraffarlo e senza farsi notare uscì dalla casa, vi girò attorno, arrivò sul ciglio del burrone e localizzò quello che doveva essere il punto d’impatto del colonnello sul terreno ; con cautela scese fino in fondo, accarezzò una pietra arrossata dal sangue del suo comandante e poco distante vide e recuperò il Dupont che conosceva bene e che tenne per se. Aveva capito.
Il colonnello aveva cucinato i funghi , poi aspettando l’arrivo dei suoi familiari era uscito in balcone per fumare e l’accendino gli era scivolato dalle mani , lui che a quell’oggetto ci teneva tanto, per recuperarlo l’aveva seguito … Ridicolo ! Non si poteva dire. Colonnello dei paracadutisti muore volando dal balcone per salvare un accendino. Questo avrebbero scritto e detto i media . Meglio fare pensare ad una caduta in seguito ad un malore. Risalì il dislivello, raggiunse la casa e disse ai Carabinieri che aveva trovato il punto preciso in cui era caduto il colonnello. Il perito settore dopo avere guardato i corpi decretò : Colonnello precipitato e presumibilmente morto sul colpo questa mattina , tutti i familiari morti per avvelenamento da funghi da alcune ore. Il luogotenente Castelli era d’accordo. Bravo dottore. Si guardò bene però dal dire ai Carabinieri che i funghi al suo inconsapevole colonnello, li aveva portati lui che sapeva non li avrebbe mangiati perché li detestava, ma che li avrebbe soltanto cucinati per il fratello che invece ne era ghiotto ; si , li aveva portati lui per risolvere un problema al suo colonnello , come aveva sempre fatto … non aveva previsto l’ecatombe, ma conoscendo i rapporti del suo comandante con moglie e figli non ebbe troppi rimorsi e senza darsi troppa pena pensò : non si può fare una frittata senza rompere le uova …*********




