Mosaicosmo/1 - “Tommaso Romano, Artefice della tradizione, nel Mosaicosmo della postmodernità” di Primo Siena

In quest’angolo estremo dove la geografia drammatica del subcontinente latinoame­ricano - opportunamente ribattezzato quale America Romanica dalla sapienza olistica del filosofo classico Carlos Alberto Disandro- ter­mina nei ghiacciai dell’Antartide, mi sono giunti a breve distanza ultimamente due libri: uno intitolato Itinerari metapolitici, pubbli­cato dall’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici (Isspe) di Palermo e l’altro con il sorprendente titolo: Essere nel Mosaicosmo, pubblicato dall’editrice siciliana Thule. Autore dei due libri è Tommaso Romano, scrittore di polso e coraggioso editore. Culto­re di un pensiero cattolico che fa della metafì­sica lo strumento efficace per avvicinare e svolgere il “concreto”, Tommaso non a caso porta il nome del grande Aquinate; nome che si associa al patronimico Romano, casato origi­nario di Positano nella gloriosa Repubblica marinara amalfitana che nel Medioevo custo­dì il legato di Roma.
Tommaso Romano é siciliano di Palermo (nato nel 1955), dove alla fine del Settecento si erano trasferiti i suoi antenati, tra i quali si distinsero personaggi politici, artisti ed intellet­tuali di rilievo; per cui non meraviglia che anch’egli possa vantare impegni politici rile­vanti che lo portarono a farsi responsabile del­la cultura in senso lato nell’amministrazione regionale siciliana e provinciale della sua Palermo, a ció chiamato per i suoi precedenti di docente di estetica, poeta, scrittore ed edi­tore. In quest’ultima funzione, ancora giova­nissimo promosse una impresa editoriale con­trocorrente che intitolo significativamente Thule, misteriosa isola di fuoco e di ghiaccio dove il sole non tramonta mai. E per insegna di quell’impresa adotto il volto di Minerva con un casco guerriero: simboli tutti scelti non a caso, a significare che fin dai primi pas­si della sua lunga avventura esistenziale, egli avrebbe affrontato, via via, la non facile navi­gazione della cultura del mito e del simbolo salpando dall’isola della Tradizione dov’era stato introdotto dal magistero di autori “cul­turalmente scorretti” quali: Julius Evola, Atti­lio Mordini, Silvano Panunzio, Mircea Eliade, Elias de Tejada, Gustave Thibon, Ernst Junger, Marcel de Corte, Ezra Pound, Cristina Campo, Augusto del Noce, assieme ai classi­ci antichi e moderni oggi alquanto trascurati: Seneca e Marc’Aurelio, Sant’Agostino e Dan­te, Petrarca e Vico, D’Annunzio, Marinetti e Gentile. La Tradizione risulta, dunque, il suo punto di partenza; ed egli - come ha lucida­mente espresso nei saggi raccolti sotto il tito­lo Torre dell'Ammiraglio - la intende secon­do una interpretazione dinamica dell’ autenti­co significato semantico del verbo latino tra- dere, cioè «trasmettere». Nell’ambito religio­so la concepisce come “traduzione e concre­tizzazione negli eventi storici della Verità cri­stiana che gli Apostoli hanno trasmesso alla Chiesa"; di conseguenza, essa è sacra, ha un carattere vivo e viene arricchita dalle tradizio­ni precristiane intese quale praeparatio evan­gelica che culmina nell’Evento salvifico del mistero teandrico di Cristo Gesù. Nell’ambito politico, lungo lo sviluppo delle varie situazioni storiche, Tommaso Romano considera la Tradizione del tutto svincolata da ogni preoccupazione nostalgica e reazionaria, per cui la configura come movimento dina­mico di salvaguardia “delle tradizioni e delle libertà concrete di un determinato popolo e dell’ecosistema voluto dal Creatore e sovvertito dal­la modernità”. In tale contesto, Romano si fa sostenitore di una cultura votata alla libera creatività concessaci da Dio, per cui: "In una stagione d'inquietudini, di lacerazioni, di cadu­te, la creatività dell’uomo non può che essere pro­fezia che diventa parola, segno, gesto, musica; profezia che diventa il sogno che vive all'interno dell'avventura". Tradizione e cultura si fanno quindi azione politica nel movimento di Tradizionalismo Popolare di cui Tommaso Romano è uno dei fondatori ed ispiratore dottrinale nonché atti­vo testimone, assieme a Piero Vassallo e Pino Tosca. I quali con lui concepiscono le linee concettuali destinate a riportare la società civile e politica sotto la legittima autorità desunta dalla formula sapiente: Omnis potestas a Deo per populum; formula con la quale si ricorda che tale sovranità risale direttamen­te al Dio Creatore di cui è figura il Cristo Pan- tocrator, mentre di essa il popolo è solo un depositario il quale, a sua volta, delega quella stessa sovranità ai governanti entro i limiti del diritto naturale. Egli coltiva nell’azione politi­ca il principio dell’ordine morale e sociale, vi propugna lo sviluppo del bene comune diret­to al fondamento antropologico della persona e vi afferma una concezione di socialità consa­pevole fondata sulla famiglia quale centro della società organizzata. In quest’ottica si svolge la partecipazione attiva di Romano nell’area politica, caratterizzata da un esem­plare senso di responsabilità ed un invidiabi­le atteggiamento d’indipendenza personale nei riguardi delle cupole partitocratiche; atteggiamento che gli consente di assumere con estrema dignità l’assessorato alla cultura e alla pubblica istruzione nell’amministrazione della Provincia regionale di Palermo dal 1994 al 1995, assessorato nuovamente assunto dal 1998 al 2002 e dal 2005 al 2006, per trans­itare quindi con lo stesso incarico nel Comu­ne di Palermo fino al maggio 2007. Tutto questo è ben documentato nei suoi Iti­nerari metapolitici, una raccolta di scritti per­sonali e di testimonianze che tracciano una tappa importante del suo itinerario esistenzia­le dove si dimostra che “si può governare inno­vando senza trasbordare”.
Qui trovo una felice e gratissima consonanza con la concezone metapolitica che ambedue, Tommaso Romano ed io, abbiamo appreso da un comune straordinario maestro quale Silva­no Panunzio; cioè di una scienza interdiscipli­nare che si fa scienza sacra, per cui il realismo politico della scienza profana riconosce nella natura umana principi e valori di carattere metastorico e metafisico che assumono sem­pre una valenza universale, laddove secondo il realismo aristotelico-tomista la verità si nutre dell'Essere concepito nella prospettiva del Sacro. Di conseguenza, la politica quale scien­za profana va pur sempre rapportata all'etica quale entelechia interiore (l'essere che elegge il proprio dover essere), intesa soprattutto-secondo le considerazioni acute del tradizio­nalista cattolico Attilio Mordini, amico di entrambi - “quale parola interiore pronunciata da Dio nel germe di ogni creatura e che l'uomo raccoglie nella sua contemplazione" e fa sua attraverso la parola, cioè il verbo umano imma­gine del Verbo di Dio.
L’itinerario esistenziale di Tommaso Romano culmina attualmente in quel suo Essere nel Mosaicosmo dove attraverso un felice neologi­smo, suggeritogli dalle tessere che costituisco­no il mosaico, egli - in una lunga conversa­zione con gli amici Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello - traccia una sintesi simboli- ca della vita umana colta nella profondità unica del suo essere e negli atti che ne conse­guono. Romano vede nella vita personale di ogni essere umano una tessera che contribui­sce a formare il mosaicocosmico nel quale l’u­manità è immersa secondo la gerarchia latina del unicuique suum: laddove ogni tessera per­sonale del mosaico si riflette quale Anima- Memoria nella luce del Cosmo. Qui, Tomma­so Romano al dualismo classico di “anima- materia” aggiunge l’elemento della relazione impalpabile con il Cosmo nel quale l’essere umano è immerso; si tratta di un legame armonioso e sottile che forma la trama peren­ne del tappeto musivo “rilucente del deposito della memoria, in una sintesi unica della sin­golarità dell’esperienza umana che si manife­sta come una impronta nei cieli della morte e della rinascita”. Tutta la visione mosaicosmi­ca di Romano è pervasa da un visione del Sacro quale propensione umana alla parteci­pazione ad una vita morale autentica, le cui radici egli riconosce nel senso universale della vita garantita dal Diritto Romano (non a caso violentemente attaccato dalle scuole positiviste e naziste) in cui si raccoglie ed organizza giuridicamente il sentimento di universalità riassunto da Dante nel suo De Monarchia. La perdita del senso di universalità ha coinci­so con la perdita del senso di armonia e di uni­tà, testimoniando così una ulteriore scissione rispetto alla perdita del senso cosmico. Di conseguenza viviamo nella nuova Babele costituita dalla confusione delle ideologie, perché purtroppo - lamenta Tommaso Romano - la sconfitta delle ideologie simbo­licamente rappresentata dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, ha travolto con sé altresì le idealità positive che nutrivano i pro­getti civili orientati a sostituire gli ideologismi caduti. Dinnazi a questa deludente realtà, egli rivendica il recupero del senso della Totalità in opposizione alla pratica oppressiva di un tota­litarismo pianificatore. E ciò allo scopo di favorire mediante le arti figurative e la musi­ca un nuovo incontro dell’uomo con il mon­do cosmico inteso nel significato attribuito dai Greci al Kosmos: pienezza d’esistenza e destino, dove la libertà dei singoli si riflette nella profonda universalità.
In questo processo gioca un ruolo definitivo la poesia intesa non già come gioco dei sensi, ma metanoia, cammino iniziatico che si mani­festa nella Parola quale espressione musicale del Logos.
Con ammirevole e sincera umiltà, Tomma­so Romano ammette la presenza nella sua concezione del mosaicosmo di incertezze che lo stimolano a non desistere dalla ricerca e dall’indagine sul destino e sulla Verità. Per lui, il mosaicosmo è “una delle vie possibili, non l’unica, del pensiero che tende alla Veri­tà, è una strada verso le altezze liberanti”. Come si vede, Tommaso Romano continua il       suo cammino sull’erta difficile di quella metapolitica mosaicosmica dove arde il desi­derio incompiuto di Assoluto.
 
da: “Tradizione” anno XLVI n. 31-32, Milano, Gennaio-Febbraio 2010

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