Ester Monachino recensisce "Solfeggi d'oblio" di Tommaso Romano (Ed. All'insegna dell'Ippogrifo)

di Ester Monachino

 

Nella suggestiva plaquette di Tommaso Romano, “Solfeggi d’oblio”, densa nella carnalità del tessuto poetico, il tempo orizzontale, nella sua impermanenza trascorrente, si fa nido duale di soffio inconsistente e di fermento.

L’atmosfera è quella propria di un sentire profondo, cittadino delle viscere d’Anima, malinconico a fior di pelle e dolente solo se si osserva in quel locus occulto dove la quotidianità non ha più sussistenza.

Lo sguardo poetico è distaccato: il tempo che va, “orologi dismessi” (pag. 7), trascina con sé un carico di parvenze che pure furono sogni, “promesse aurorali” (pag. 6), e che ora sono sentore d’assenza o deprivato approdo.

Pure, basta quel guizzo istantaneo e “immortale” dell’attimo presente per riaccendere in se stesso  -anche se con tonalità cromatiche tenui-  la speranza dello “Sguardo Infinito” (pag. 5) come sostanziale significanza di un altrove connaturato nelle profondità intime invisibili allo sguardo fuggevole.

La rappresentazione del “Bolero” di Ravel è il leitmotif metaforico dei versi: accensione di sentimenti e passioni che vengono e vanno. Poi, non rimane che il suono degli strumenti che si affievolisce, dell’oboe d’amore (pag. 10), del rumoreggiare delle onde sonore sul pentagramma dei giorni.

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