STRADE E TAMBURI DI SABBIA di Emilio Paolo Taormina

            Possiamo definire tutto il “lavoro” poetico di Emilio Paolo Taormina un canto “in progress”, un’elegia o un poema lungo quanto tutta la sua vita dedicata alla scrittura, come egli stesso afferma nell’introduzione, dove ripropone, ritenendola ancora oggi valida, la sua idea di poetica del 1998. Una scrittura – vi leggiamo – “fortemente ancorata alla realtà” rivisitata e reinventata attraverso la parola, quale scaturisce dalla “sensibilità estetica”. Sì che non c’è cesura, soluzione di continuità tra vita e poesia, perché in Taormina il mondo della realtà e il mondo interiore trovano naturale corrispondenza nella scrittura, essendo, questa, esperienza interiore in cui i due mondi, pur nelle loro differenze e contraddizioni, finiscono per amalgamarsi ed entrare in sintonia grazie ai “due filoni fondamentali: la memoria e la ricerca della parola”, le quali scandiscono e rappresentano, di ogni uomo che sia anche artista, tre momenti inscindibili del processo vitale e spirituale: conservazione, creazione e interpretazione. Tutto è vita vissuta, senza la quale “non verrebbe fuori nulla”. E tutto è, per il Nostro, poesia, senza la quale la vita e il mondo non avrebbero alcun valore;   resterebbero solo confinati nell’assurdo e perduti in un deserto di strade, tra miraggi e dune di solitudine e senza oasi, simili a tamburi di sabbia percossi e senza suono, perché sprofondati tra i clamori e i rumori, equivalenti al silenzio assordante del vuoto, della chiacchiera, della banalità. Allora la salvezza è nella natura, fonte di stupore, con la quale egli s’immedesima stabilendo un delicato e piacevole contatto. Perché essa è la creazione, la presenza divina, il canto, di cui si fa eco la parola, che della natura accoglie e riproduce suoni, odori, visioni, sapori, colori. Questa parola, in sintonia con tanta bellezza, si fa diario di una vita segnata da una “implacabile volontà di ricerca”, dall’amore irresistibile per la poesia e per il mistero che ne occulta il volto e la consegna all’inconoscibile, all’indicibile. E l’amore per la donna, innanzitutto, ma anche verso qualunque altro suo oggetto, è il sentimento dell’intera esistenza, sempre rinnovato, nostalgicamente, attraverso la memoria o praticato e alimentato dalla cura e dalla passione del nostro poeta per le arti: la musica e la poesia su tutte. E, qui, l’amore è il filo conduttore e il centro verso il quale convergono e dal quale si dipanano i ricordi, che finiscono per costituire il corpo e l’anima della silloge. Qui, tutto è fluido e cristallizzato: fiume del tempo, della vita, che scorre in limpidi versi, ma dove non ci si può bagnare una seconda volta, perché memoria, in cui il vissuto è assorbito e tanto più perduto quanto più il cuore del poeta è invaso dalla nostalgia inevitabile. La quale, se da un lato, gli consente di sciogliere un inno alla vita esaltandone la bellezza, celebrandola come il bene prezioso, dall’altro lato, stende su di essa il proprio manto evidenziandone la fugacità e gettando nello smarrimento il poeta, il cui  spirito vitale è offuscato dal pensiero della morte. Strade e tamburi di sabbia sono, allora, i giorni che restano, caratterizzati dalla pena di vedere il canto inaridirsi e perdersi nel deserto del tempo che avanza. E tuttavia non viene meno la ricerca del volto segreto, invisibile, indecifrabile della Poesia, della quale il Nostro dichiara di non conoscere il luogo né l’alfabeto e che attende da un numero iperbolico di anni senza precludersi la possibilità di vederla arrivare, che essa possa manifestarsi all’improvviso:

 

attraverso / le strade del tempo / forse ho mille anni / ti cerco / sulle vette innevate / nei vicoli / e nelle grotte / non conosco / il tuo alfabeto / la mia casa / ha sempre / le finestre aperte / tu puoi arrivare / come la luce / di una saetta / (…) tu puoi sbocciare / nella rosa del mattino / o nel raggio verde / del tramonto / io attendo / che tu ti palesi / come un geroglifico / su una stele

 

Questi versi e i successivi, come vedremo, sono riferibili oltre che alla Poesia - naturificata[1] e in linea col sentimento panico della natura fortemente avvertito dal Taormina - anche alla donna amata e idealizzata, “costruita”, sempre cercata, desiderata, corteggiata, inseguita in ogni luogo e custodita dentro di sé e, dunque, presente in ogni momento, in ogni oggetto toccato dal poeta, in ogni atto della vita:

 

ti ho costruita / con la creta / della mia anima” “tu mi hai reso / apolide / sono senza casa / e patria / dovunque io vada / tu sei in me / sei nella chiave / dell’auto / nella bustina / di zucchero del caffè / tra le righe del giornale”   

Per il poeta avvertire questa com-presenza, questo vivere in simbiosi con la donna, custodirne il volto dopo che ella è morta, vederla allo specchio nei propri occhi, è fondamentale perché da lei dipende la sua stessa esistenza; senza di lei egli cessa di percepirsi, perde perfino la corporeità.

 

allo specchio / nei miei occhi vedo te”  “lungo la spiaggia / sullo specchio / d’acqua / non vedo / la mia immagine / dove ho lasciato / la mia anima / chi sono / voglio uscire / dalla nassa /della tua assenza

 

La presenza della donna è resa attraverso il parallelismo con la natura. La collina, la terra, il seme, il sangue, l’alba, il mare … cui la donna è assimilata, sono temi, connotazioni che troviamo ricorrenti in Pavese e che costituiscono sia nel poeta piemontese, sia in Taormina, una sorta di isotopia della vita, cui si contrappone la morte: pensiero dominante e presente nella “casa abbandonata” per l’assenza dell’amata. Sulla morte vince l’amore, sempre rinnovato, ricordato, celebrato e intrecciato con gli elementi naturali che il poeta rende partecipi dei propri sentimenti; un amore che egli esalta e al quale attribuisce potenza metamorfica, tale da fargli “mutare” identità, da fargli assumere forme diverse della natura e delle cose. Sì che lo stesso amore è trasformato e rinominato essendone il poeta  il custode diretto.

 

io sono la foglia / impigliata ai tuoi / capelli / (…) la rosa che ti carezza / le labbra quando / l’annusi / l’ombra che ti segue / alle spalle / (…) sono il crepitio / dell’acqua quando / t’immergi nel torrente / la fiamma che ti stringe / sono l’usignolo / che è venuto a cantare / nel tuo giardino / sono la pioggia il sole / l’arcobaleno / io sono quello / che ti vuole amare

 

 C’è uno scambio continuo tra la poesia e la donna, intercalato dai ricordi della giovinezza, dalle immagini del poeta/ragazzo, innamorato della vita, della natura, della donna, della poesia, le quali entrano nelle parole, nei versi, che le restituiscono al lettore col sentimento nostalgico del tempo perduto e con la forza di un realismo visionario, a dir poco magico, che le scolpisce con l’uso di un linguaggio altamente figurato. E sono, queste immagini, dei flashback, che il Nostro traduce in paesaggi dell’anima con dettaglio di percezioni e di sentimenti:

 

tu eri il canto / ed io ti volevo / come donna”; “sei entrata / nel mio verso / come il sole nei frutti”; “il mondo intero / era la luce immobile / sul tuo profilo / il silenzio / accovacciato / tra di noi / come il respiro / di un animale”; “tu vieni fuori dallo scrigno / della mia anima / (…) non so come ti chiami / il tuo cuore come un lupo / si nutre nella foresta / del mio sangue / sulla trama delle foglie morte / mi detti le parole di un poema”.

 

L’intera silloge è un’evocazione dell’esperienza vissuta, che attraverso il filtro della memoria  fluisce, trasfigurata, in un magma di sentimenti e di emozioni che, nel rendere lo stato d’animo profondamente malinconico del Poeta, immerso nel ricordo dell’età felice, costituiscono la trama del lungo “racconto” poetico che ha il tono e le caratteristiche di un soliloquio, perché a sé stesso parla il Poeta; il suo «io» è l’anima, che trova quiete nella trasposizione idilliaca nella natura ed è il soggetto, o il pronome, mai separato dalla seconda persona, da quel «tu», nel quale l’«io» del Nostro si rispecchia e che sta a indicare la donna che egli non ha mai smesso di amare. E questo legame, che costituisce l’oggetto e il centro della silloge, è intriso della memoria nostalgica che caratterizza l’età senile, per cui l’amore appare trasfigurato e trasformato nel grande ideale di un sentimento vissuto e perduto, ma mai dimenticato, sempre desiderato e perciò avvertito come un sogno (quasi una sensucht), su cui sempre il pensiero ritorna e che è la veste in-cantata di quest’opera, dove la purezza della poesia trova cor-rispondenza e misura proprio nell’amore, che possiamo qui considerare come il correlativo oggettivo e soggettivo, al tempo stesso, del sentimento poetico, in virtù del quale il «tu» si coniuga con l’«io».

 

tu sei lontana / come l’orizzonte / passo dopo passo / t’inseguo / mi cresci dentro”; “tu sei partita / per un paese  / molto lontano / le stelle sono / invecchiate / non sanno più / parlare”; “nei pleniluni / dei tuoi occhi / sono io / quello che sussurra / il tuo nome / sulla collina / del tuo corpo / ho piantato / una volta / ulivi e aranci / sono morto / ad ovest / della tua mente / dove il mattino / è un incendio / di pavoni / e sabbie d’oro”; “tu come una colomba / riposi nel mio petto / noi siamo la brezza / che consacra / l’amore dei pollini / siamo marmo / e sangue / siam carne e stella”; “vorrei stare / nelle tue vene / per mischiare / il tuo sangue / con il mio / vorrei sognare / tra le tue ciglia / per affacciarmi / dai tuoi occhi”.

 

L’amore non è solo il sentimento, ancora vivo, del poeta per la sua donna, ma è anche il principio vitale che tutto abbraccia e avvolge, ed è correlato armonicamente con la natura. Esso ha nell’interiorità il suo luogo eterno. Vi è custodito fin dalla sua nascita, ed è il mito che rende mitica l’adolescenza, ma le sue radici profonde sono nel Creato, frutto della Parola, in virtù della quale ha nel linguaggio poetico il suo migliore respiro, la sua massima e più alta espressione e celebrazione. Per la presenza costante e permanente di questo nobile sentimento possiamo considerare questa silloge un canto d’amore universale - un ‘matrimonio del cielo e della terra’, parafrasando W. Blake - anche quando la malinconia, la nostalgia, la solitudine, coniugandosi col pensiero della morte, sembrano affliggere il cuore del Poeta, sì che l’intera raccolta può apparire campita con il “colore” scuro e uniforme dello sconforto, generato da quei sentimenti negativi. I quali, tuttavia, nulla tolgono alla leggerezza del canto, perché la bellezza è il tessuto e la sostanza di cui sono fatti i versi. Anche le cose, personificate, partecipano allo stato d’animo del nostro poeta, ne riflettono gli umori, le emozioni, i sentimenti, ma è la natura la cassa di risonanza del suo sentire. Essa è l’altra anima che vive e respira nei suoi versi rendendo sostenibile quella malinconia, che Leopardi definì “il più sublime dei sentimenti umani” e che il Taormina sembra accogliere nella medesima accezione.

Questa malinconia fa da spartiacque tra il tempo trascorso, della memoria, e quello che trascorre inesorabilmente portando con sé la vita nella sua fuga. Là dove “tambureggia” il pensiero della morte, il canto che ha sempre accompagnato il poeta nel suo cammino, ne attutisce il “rullo” con i suoi toni sommessi. Alla morte, presente fin “dall’infanzia”, il Nostro chiede di mostrargli il volto confidando, sperando, pur nella certezza del “buio fitto”, dell’impossibilità cioè di averne conoscenza e coscienza, di potere continuare nell’aldilà a scrivere versi, di continuare a “vivere” attraverso la poesia:

 

morte cara compagna / lasciami sedere / davanti a te parliamo / paziente mi hai seguito / dall’infanzia / e non mi hai mai mostrato / il tuo volto / prendi la mia mano / e portami ma lasciami / vedere il tuo volto / io lo so che il giorno / inizia con un pesce di luce / e finisce nel buio fitto / mi chiedo se nel tuo / inchiostro potrò mai scrivere / un verso”.

 

La malinconia vince sulla morte, perché l’amore, mai spento, rende sublime quel sentimento pregno di memoria, di vita; perché là dove c’è nostalgia “l’angelo / della poesia / entra sempre / senza bussare” e “con l’amore e la poesia / gli uomini / si sollevano un palmo / da terra”.

Negli ultimi versi, il canto si leva, sommessamente, sulle ali del sentimento unico che in sé unisce l’amore e la nostalgia, e con esso prende “quota” la bellezza, di cui è permeata l’intera raccolta.

 

forse non è rimasto nulla / se non un poco di nostalgia / l’amore è un vecchio / uccello / che non si stanca mai / si ferma sui comignoli / e le banderuole / e poi ritorna a volare”.

 

[1] Il termine è dello scrivente

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