“Retorica della transigenza. Giano Accame attraverso i suoi libri” di Aldo La Fata

Di Giano Accame ho seguito nel tempo il percorso intellettuale ammirandone la coerenza, l’intelligenza, l’onestà e la dirittura morale. Giornalista e scrittore di area missina (si era arruolato a diciassette anni nell’esercito della Rsi), fu inviato de Il Borghese tra il 1958 e il 1968, e per molti anni, direttore del settimanale Nuova repubblica e del quotidiano Secolo d’Italia. Scrisse moltissimo, ma per lo più articoli e saggi brevi per giornali e periodici d’area e non, specializzandosi in giornalismo economico. Tra i suoi libri Socialismo tricolore (1983), Il fascismo immenso e rosso (1990), Ezra Pound economista (1995), La Destra sociale (1996), Il potere del denaro svuota la democrazia (1998), Una storia della repubblica (2000), La morte dei fascisti (2010).

Mi avevano parlato di lui sempre con grande rispetto e considerazione, sia Silvano Panunzio (tra i due ci fu uno scambio epistolare circoscritto nel tempo ma significativo e cordiale), che Fausto Gianfranceschi e Primo Siena. In particolare questi ultimi lo avevano conosciuto e frequentato ai tempi del raggruppamento evoliano dei “figli del sole” e anche dopo.

A vederlo Accame dava l’impressione di un uomo serio, ponderato, riflessivo, con una permanente nota di amarezza stampata sul viso, tra delusione e disincanto. Accame aveva vista e sofferta la fine del Fascismo e assistito inerte al trionfo dei suoi avversari politici. Esperienza che evidentemente aveva messo in subbuglio l’animo suo, costringendolo nel tempo a ritornare criticamente sui propri passi. Egli non fu mai né un superfascista alla Evola, né un “soldato politico” alla Freda, ma un intellettuale a tutto tondo (servata distantia, ho sempre notato delle notevoli affinità con il suo omologo di sinistra Vittorio Foa), un uomo di pensiero controcorrente, ma, direi per temperamento, alieno da ogni forma di ribellismo scomposto. Nazionalista, uomo d’ordine, disciplinato e ossequiente alle leggi, politicamente sempre in bilico tra destra e sinistra (il suo “fascismo di sinistra” convergeva per molti aspetti con quello dei Panunzio), più a suo agio tra libri che tra manganelli e moschetti (questi ultimi impugnati sì, ma senza mai premere il grilletto), e con la penna come sua unica “arma da punta”.

Nel 2008, nella felice occasione del suo ottantesimo compleanno, “Letteratura e Tradizione” di Sandro Giovannini gli dedicò un numero speciale dove, tra gli altri, si poteva leggere un compendioso contributo di Marcello Staglieno intitolato “Un talento e un carattere” che può considerarsi come il primo tentativo di dare forma a una biografia intellettuale di questo autore. Ora, a distanza di dieci anni – ne sono trascorsi nove dalla scomparsa dello scrittore avvenuta il 15 aprile del 2009 – ci riprova Carlo Gambescia con un libro breve ma denso, che fin dal titolo suggerisce una chiave interpretativa non ideologica dello scrittore e dell’uomo: Retorica della transigenza: Giano Accame attraverso i suoi  libri (Edizioni Il Foglio, Piombino 2018).

I due sostantivi femminili, “retorica” e “transigenza”, definiscono direi in modo assai efficace non solo la pregevole arte di ragionare e scrivere di Accame, ma anche la sua cifra etica, il valore aggiunto del suo nobile civismo. Transigenza da intendersi non come “tattica politica”, ma come virtù, come umana disposizione alla tolleranza e all’indulgenza.

A voler essere obiettivi, esempi di “pensiero transigente” a destra non sono mai mancati. Penso, tanto per fare dei nomi importanti e a tutti noti, a Thomas Mann, Ernst Jünger, Martin Heidegger, Mircea Eliade, ma se ne potrebbero ricordare tanti altri. Sempre che non si preferisca parlare in questi casi di trasformismo e camaleontismo politico-culturale. D’altronde, la “transigenza” non è una prerogativa della tradizione liberale, ma è soprattutto un atteggiamento mentale che direi naturale nei bambini e che però tende a svanire gradualmente con l’età. Solo le persone assennate e virtuose e i veramente intelligenti lo recuperano.

Pregiudizi e idee false abbondano in ogni dove e con grande facilità ce ne lasciamo dominare. Cominciare un lavoro di revisione critica delle proprie idee e convinzioni è già un primo passo, ma il percorso è lungo e accidentato e non è detto che si riesca a vederne la fine.

La mia impressione (impressione “da destra”) è che culturalmente i pregiudizi siano più duri a morire “a sinistra” che “a destra”. Sento dire ad esempio che i “liberali di sinistra” negano quasi fosse un fatto ontologico che possano esistere “liberali di destra” e altre consimili idiozie. Io invece sono propenso a riconoscere alla destra (comunque la si voglia declinare), una maggiore capacità di trasversalismo e di sincretismo politico (si pensi appunto alla “sinistra fascista”, al “fascismo immenso e rosso” di Accame, ma anche, per quanto fenomeni minoritari, al nazi-maoismo e al nazional-bolscevismo), di cui la sinistra non sembra capace nella sua quasi certezza di stare sempre dalla parte del bene, salvo poi comportarsi con disinvolto e acritico conformismo borghese, riempirsi la bocca di luoghi comuni e disinteressarsi – loro gli unici paladini della giustizia - dell’umanità sofferente (in Italia gli unici “sofferenti” di cui la sinistra si occupa sono solo i loro potenziali elettori: ieri la classe operaia e i disoccupati, oggi in esclusiva gli extracomunitari).

Tornando ad Accame che certo non fu né un liberale come ideologia politica, né un liberista come teoria economica – Gambescia senza alcun dubbio ne conviene -, io credo che la sua “transigenza” e la sua mitezza oltre ad essere un fatto temperamentale, così come il suo amore per la libertà, derivassero anche dalle sue molte letture che comprendevano testi spirituali e religiosi in senso tradizionale. Su un altro piano direi invece che il suo “realismo politico” restava ancora ben ancorato sul tradizionale asse destra-sinistra.

Dopo di lui – la sua effettiva militanza politica perde consistenza dopo il duemila -, quella che Gambescia definisce la nicchia o “caverna platonica” ideologica, mi pare si sia spopolata e oggi risulti quasi vuota. In essa non si intravedono ormai che patetiche ombre gesticolanti ma inconsistenti (ombre di cui per amor di patria evito di fare i nomi). Ma non saprei dire se questa sia proprio una buona notizia. È in atto infatti una profonda e radicale mutazione antropologica che ci riguarda tutti, conseguenza della cosiddetta “società liquida” o post-ideologica. In apparenza diventiamo tutti più buoni e tolleranti, ma perdiamo in lucidità mentale e senso critico. Passiamo dalla transigenza all’intransigenza con grande facilità. Brutto segno. E le ideologie ormai morte e sepolte non c’entrano per nulla. Da qui l’urgenza di una più profonda cultura e di una spiritualità creatrice – né l’una senza l’altra - in grado di riconnettere gli uomini tra loro e a Dio. Quindi, se è importante sul piano orizzontale ricordare che esiste, come fa Gambescia nel suo bel libro, una “retorica della transigenza” di matrice liberale da contrapporre a una “retorica dell’intransigenza” ideologica e di matrice illiberale, è altrettanto importante ricordare, come faceva con sapienza Silvano Panunzio, che esiste sul piano verticale una “retorica del divino”. Quest’ultima prende le mosse dall’esperienza spirituale, metafisica, mistica e religiosa che trascende il pensiero e la logica umana, con la più alta forma di riserbo che è il silenzio e affronta i problemi e le divisioni umane con saggezza e consapevolezza mettendo fine alla dialettica e alla logica dei contrari. Una prospettiva che Silvano Panunzio definiva “metapolitica” e che Giano Accame, nonostante non fosse un credente in senso classico e tradizionale, conosceva bene e approvava.

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