Profili da Medaglia/22 - "Ernst Jünger" di Tommaso Romano

Nato il 29 Marzo 1895 a Heidelberg, figlio di un farmacista della bassa Sassonia e di una franco-bavarese, Ernst Jünger nel 1914 partì volontario in guerra compiendo atti eroici, fino a meritare le massime decorazioni dopo una breve esperienza nella Legione Straniera.
Nel 1923, a Lipsia e a napoli, studiò Scienze Naturali e Filosofia. Si sposò nel 1925; interruppe gli studi e si stabilì a Berlino; poi, nel 1933, a Goslar. Si accostò a Ernst Niekisch, ai circoli nazionali, rivoluzionari, nazionalbolsevichi e conservatori, non aderendo al regime nazista, tanto da scrivere esplicitamente sul “Völkischer Beobachter”, il 14 Giugno 1934, di soprassedere alle citazioni dei suoi libri, perché «non sorgesse neppure un’ombra di dubbio circa la natura della mia personalità politica» e rifiutò anche la nomina all’Accademia Prussiana di poesia. Capitano dell’esercito tedesco a Parigi occupata, fu a disposizione del Quartier Generale scrivendo “der Friede”, una sorta di manifesto dei cospiratori contro Hitler, riuniti nel Circolo del 20 Luglio.
A Carrara, nel 1944, morì il figlio Ernst (aveva lo stesso nome del padre), dopo aver diffuso “Der Friede” ed essere stato arrestato dalla Gestapo. Lo stesso Jünger fu fatto dimettere dall’esercito. Visse prima a Ravemburg e poi a Wilflingen, nella foresta nera di Svevia. Dai libri impregnati di spirito nazionale e militare Jünger ebbe un lungo e complesso ripensamento, “imparando a dubitare del dubbio”, senza però ritenere mai antitetici i momenti della sua vita e opera. La stessa idea di guerra, come scontro fra pari, si dissolveva ora come tragedia chimica, divenendo ciò il cuore del suo nuovo orientamento esistenziale: «Oggi non ci si può occupare della Germania in compagnia, bisogna farlo da soli, come un uomo che nel bosco si fa largo col suo coltello e che è sostenuto solo dalla speranza che altrove nel folto ci siano altri a far lo stesso lavoro». La vita pericolosa in guerra e in pace, la visione del Der Arbeiter (1932) e le successive opere porranno sempre al centro l’uomo, ma in differenti contesti, anche nella standardizzazione livellatrice del mondo e nelle conseguenze che la tecnica impone e che, comunque, aprono nuovi scenari esistenziali. Certo, gli era da tempo lucidamente chiaro, come scrisse in un epigramma, che «Nel più fine gioco di scacchi dello spirito del mondo vanno avanti le pedine più insignificanti».
Jünger si occupò, nei saggi e nei romanzi, non tanto di politica quanto di Idee secondo la visione platonica; in sostanza, disegnando una metapolitica lirica, non un’analisi sociologizzante della realtà.
Una prova di tale visione è in Heliopolis, un romanzo del 1949, la cui trama, ha scritto Karl O. Paetel, «si svolge in un’ipotetica località del futuro e ripropone il problema del potere sull’esempio dell’eterna e antica lotta fra tradizione e progresso. Il protagonista del libro, che ha chiari caratteri autobiografici, si esime dai suoi compiti, quando ubbidienza e coscienza vengono in conflitto».
Lo stesso Jünger, nel 1951, in Der Waldang, scrisse a proposito del singolo respinto su sé stesso: «Avere un nostro destino o essere considerati dei numeri, questa è la decisione che oggi viene imposta a ognuno e che ognuno deve prendere da solo».
Dotato di una rara capacità nell’armonizzare pensiero e linguaggio, Jünger attraversò il nichilismo e pure l’uso delle droghe, senza mai dare, in sostanza, in tutte le sue vaste opere, ricette preconfezionate di vita. Piuttosto, gli elementi autobiografici, spesso sottesi in metafore e allegorie, sono l’indice di uno stile chiaro ed elegante, anche quando usa artifici, simboli e immagini letterariamente pregnanti, a volte sostenuti con elementi gnostico-magici, che diventano, però, nel tempo, linguaggio più colloquiale (vedi i suoi splendidi libri intervista) rispetto alla durezza si potrebbe dire d’acciaio degl’inizi.
Oltre al premio Goethe (1980) e al Premio Mediterraneo (1986), Jünger meritò onorificenze di guerra, cavalleresche e di Stato, fra cui: la Croce di Ferro di I classe (1916) e la Fibbia alla Croce di Ferro di II classe; Cavaliere: Ordine Reale di Hohenzollern con spade (1917) e Pour la Mérite (1918); ordine al merito dello Stato di Baden-Wurttemberg (1980); Gran Croce: Ordine al Merito della Repubblica federale tedesca (1985); Ordine al Merito di Germania, con Placca; Medaglia dell’Ordine di Massimiliano per le Scienze e le Arti (1986).
Fra le sue opere principali tradotte in italiano citiamo: Nelle tempeste d’acciaio (1995); Il tenente Sturm (2000); Il cuore avventuroso. Figurazioni e Capricci (1986); l’operaio. Dominio e forma (1984 e 1991); Foglie e pietre (1994); Ludi africani (1974); Sulle scogliere di marmo (1942 e 1998); Giardini e strade (1934 e 2008); La pace (1993); Heliopolis (1972); Oltre la linea, con Martin Heidegger (1989); Il nodo di Gordio, con Carl Schmitt (1987); Trattato del ribelle (1990); Il libro dell’orologio a polvere (1994); le api di vetro (1964 e 1993); Al muro del tempo (1970 e 2000); Lo stato mondiale. Organismo e Organizzazione (1998); Cacce sottili (1997); Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza (1982); Eumeswil (1918 e 2001); il problema di Aladino (1998); un incontro pericoloso (1989); Due volte la cometa (1989); La forbice (1996); Tre strade per la scuola. vendetta tardiva (2007); Il contemplatore solitario (1995); Scritti politici e di guerra (3 voll., 2003-2005). Per un ulteriore approfondimento sull’uomo Jünger e sui suoi testi molto interessanti si consiglia, a cura di Antonio Gnoli e Franco Volpi, I prossimi Titani. Conversazioni con Ernst Jünger (Adelphi, Milano, 1997).
L’editore klen Kotta di Stoccarda ha pubblicato, in ventimila pagine, tutta l’opera di Jünger, ma aveva anche edito la rivista “Antaios”, diretta da Mircea Eliade e da Jünger, dal 1960 al 1972. A Wilfingen, la seconda moglie di Jünger, Liselotte Baeuerle, ha trasformato la residenza in Fondazione, ordinando l’epistolario e i suoi manoscritti. Per Jünger, come la stessa mi ha confessato, «sono più importanti le cose che non si vedono»; inoltre, aggiunse testualmente che la concezione dell’Anarca è «le contraire de le marxisme» e che «l’anarca vuole la pace e l’altro [il marxista] il contrario».
La guerra, quella fisico-chimica, dopo la prima guerra mondiale, era un problema che lo assillava parecchio, ritenendola paragonabile a “catastrofi” come Chernobyl, un tema che ritorna nel volume Il problema di Aladino, allorché imputabile della distruzione della stessa natura.
Si è parlato e scritto di un suo avvicinamento finale al cristianesimo e addirittura di una sua conversione (che sarebbe avvenuta nel 1996).
In occasione del soggiorno palermitano del 1986, Jünger si richiamava piuttosto ancora al mito, agli Dei: «Amo molto che in Omero si possa parlare con gli Dei, avere contatti con essi, […] preservando la propria libertà»; e ancora mi disse «danno molto gli Dei: la grande distanza. Ma non sto molto bene con Nettuno, perché ho avuto situazioni pericolose in mare. Tuttavia, certe cose non si devono domandare, come ha detto Eraclide».
Mi diceva di amare molto, nel viaggio, la scoperta della natura, dell’architettura, l’avvicendarsi della storia dell’arte. Diceva di credere di possedere un’eredità mediterranea e di lavorare intellettualmente e costantemente sempre, anche durante i viaggi stessi, come potei constatare.
Alla domanda sulla sua affermazione che «la descrizione di un oggetto m’interessa più del sentimento», così mi rispose: «Mi riferisco alla monade di Leibnitz, in cui s’incontra tutto, sentimento, verità e tutto l’essere. Ma lo porto solo come esempio. Se vedo un oggetto, cerco di sapere il suo essere, poiché non è solo materia». E ancora, «nell’accurata descrizione si trova materia spirituale». Aggiunse a proposito del linguaggio: «Come Giacobbe si scontra coll’Angelo, così io m’incontro con la lingua». Sosteneva ancora: «La borghesia, le classi non esistono più. Anche il lavoratore non è più una classe sociale, quanto una figura, ora cambiata. Ora, da vecchio, sono diventato e penso più oggettivamente, rispetto alla lotta che in gioventù conducevo alla borghesia». E, tuttavia, sottolineava, «purtroppo il mondo diventa uniforme».
Ecco allora perché «la letteratura è molto più della politica. L’avventura può trovarsi su ogni libro; se prendo una penna può essere un’avventura».
La poesia, infine mi rispose precisamente ha sì un ruolo, un significato, «è qualcosa un po’ superiore del mondo. La sera, dopo un giorno di molto lavoro, devo leggere vera e propria poesia per essere proprio lieto».
Mi parlò, dietro mia ulteriore domanda, di Eliade e di Evola. Del primo mi disse che lo stimava e che il grande storico delle religioni era stato una volta a visitarlo e che avevano lavorato su comuni progetti e intessuto corrispondenza. Gli interessavano molto, disse, «gli studi dell’essere del sonno e della mistica». Quanto al secondo rispose che, siccome lo stesso credeva che «il mito è molto più reale, essenziale che la storia», in tal senso «Evola è stata una persona molto apprezzabile».
Più il tempo va passando e più chiara è la percezione di avere goduto della presenza, conoscenza e amicizia di autentici giganti. Ernst Jünger è stato fra questi. Senza dubbi o riserve. Anche a volte professando idee diverse dalle mie.
Veniva chiamato, dalla fedele segretaria Inge Dahm, il poeta (aveva anche scritto versi in gioventù) nelle lettere che mi scriveva e conservo e, da suo fervido estimatore, insieme ai componenti della Giuria del premio Mediterraneo di Nino Muccioli e Mario Sansone, volli tenacemente per lui l’assegnazione del premio Internazionale, che poi non senza resistenza di pochi membri della commissione gli attribuimmo il 30 ottobre 1986, a Palermo, nella Sala gialla del Palazzo Reale, riduttivamente, come ben sostiene Piero Longo, detta dei Normanni.
In quelle giornate, con la moglie Liselotte e con un gruppo di Amici cari, quali Marcello Staglieno, Vittorio Vettori e Francesco Grisi, Gino Agnese e gennaro Malgieri, accolsi Jünger, che già aveva 91 anni, portati con regale e prussiana compostezza. camminava due ore al giorno e faceva docce fredde, diritto nella persona e nello sguardo, come una quercia secolare.
Fu un evento, per Palermo, la sua presenza, ma anche per me stesso che l’organizzai.
Jünger era stato già quattro volte in Sicilia (un verde libretto di Sellerio preziosamente ci ha consegnato ancora riedito un antico suo scritto sulla sua visita nel 1929); ne sentiva come determinante il respiro della civiltà, della solarità mediterranea.
Il 29 Ottobre, giorno antecedente la premiazione, si svolse il ricevimento a casa Maniscalco Basile. Fu un’uguale emozione come nei giorni a seguire: indimenticabili. Restai sempre al suo fianco e lo accompagnai per i luoghi canonici e archetipici di palermo e Monreale, con umiltà e fierezza, trovandomi davanti un Maestro che avevo letto, studiato e ammirato per intero, fino a quel giorno, nelle traduzioni italiane delle sue opere e nelle riflessioni critiche sulla sua vasta produzione, a cominciare e fu il mio primo incontro con la sua Opera immensa dallo studio che gli dedicò Julius Evola, L’operaio nel pensiero di Ernst Jünger, edito da Armando.
Non sempre i Personaggi corrispondono nello schermo del proprio immaginario alla realtà che suscita l’incontro. Jünger lo è stato per me invece totalmente, tanto che le tappe palermitane sono rimaste nitide nella mia memoria e, in effetti, ho quasi un timore reverenziale nel tracciare questo stesso ricordo, ora.
Un uomo grave e gentile, soldato e combattente, un perenne cavaliere errante nel bosco, un uomo libero, signore di se stesso e quindi Anarca (ben altro significato di anarchico), un entomologo illustre, uno scrittore in grado di fare smarrire e al contempo orientare.
Un Poeta, appunto.
In nome della poesia l’unica verità a cui mi sono sempre votato, oltre a Cristo mi pare non un atto di superbia intellettuale trascrivere i miei versi dedicati all’uomo di Wilflingen, tratti da Eremo senza Terra (La Centona, Palermo, 1993): «A Ernst Jünger. Non hai parole eccessive / non servono ai silenziosi / colloqui dell’anima /a volte canti mesto / il passo è forte / e il cuore ancora / malgrado le bufere / avventuroso. / Gli Dei ti donarono / sole improvviso / per questa conca che ricordavi / aurata / nei giorni anniversari di Goethe / e cercasti il Pellegrino / con gli occhi di sempre / dritto come le querce sveve / davanti al sarcofago del nostro Federico; / ti accolse Mahler / alla reale montagna in sinfonia / accarezzavi le colonne al chiostro /zampillava all’angolo l’antica fonte / quando il piccolo gatto parlò, / lucide lacrime / per i marmi avari di Carrara. / Solo è l’Anarca / che vede oltre / ciò che descrive, / solo nella notte / quando torna la pioggia / e il mito è più essenziale / d’ogni storia / nell’eterno viaggio».
Prima di proporre il discorso di ringraziamento pronunciato da Jünger per l’attribuzione del Premio, brevemente vorrei aggiungere qualche lacerto ulteriore sulla sua visita, l’ultima a Palermo.
Ho raccontato, parlando del suo grande Amico italiano Marcello Staglieno, dell’arrivo di Jünger nella capitale siciliana. Era ospite del Premio in un moderno, non sfarzoso, albergo di via Crispi, il President, che si affacciava sul mare. La mattina seguente prelevai il Maestro, la moglie e la segretaria con la mia 127 celestina, per visitare la città storica; si soffermò a lungo ai Quattro Canti e alla Martorana. Proseguimmo per la Cattedrale, dove si svolse il metafisico incontro con federico II, ma pure l’austero raccoglimento sul sacello di Re Ruggiero, a mio avviso il più grande fra i grandi monarchi del Regno di Sicilia.
Percorrendo lo stradone del Corso Calatafimi, si soffermò ad ammirare le solenni architetture dell’Albergo delle Povere. C’inerpicammo per la vecchia e panoramica strada della Rocca verso Monreale. Ogni tanto avvenne quattro volte fra l’ascesa e il ritorno mi faceva accostare a bordo strada. Il poeta dagli occhi limpidi pensava, socchiudeva lievemente gli occhi e poi scriveva.
Coglievo l’importanza di quei momenti come un’epifania creativa che mi era stata concessa dall’Alto. Quel viaggio in Sicilia non era solo il ritirare un Premio, pur prestigioso, da parte di un grande scrittore. La magia di quella mattinata indimenticabile ebbe centro ancora al Duomo monrealese, con la Seconda Sinfonia di Mahler, e al Chiostro benedettino, dove Jünger parlò non esagero con un gatto che lo stava ad ascoltare come in contemplativa estasi. Non fu soltanto una mia impressione dettata dall’emozione. Anche le signore al seguito commentarono con me l’arcano incontro, sebbene ci fosse ben noto il rapporto di Jünger con le specie animali, gl’insetti, i coleotteri (a proposito, l’ottimo scrittore Aldo Gerbino titolò una sua bella raccolta poetica, Il coleottero di Jünger, e qualche imbecille se ne stupì!).
Al Belvedere di Monreale, Jünger volle soffermarsi, commentando lo scempio della Conca d’Oro sfigurata dal cemento, «totalmente mutata, irriconoscibile»; eppure mi disse che restava, comunque, uno stupendo paesaggio. «La Sicilia è stata ed è il punto centrale del Mediterraneo per tutta l’Europa», aggiunse.
Quando fu ora di pranzo ebbi in mente di portare i miei ospiti in un ristorante nei pressi della cittadina normanna. Jünger cortesemente mi disse di preferire uno spuntino poco impegnativo e, tutt’e quattro, come turisti qualsiasi, consumammo il non lauto pasto che, date le specialità culinarie assaggiate, il Maestro disse aver molto gradito. Tutto con armonica sobrietà, con lo stile della distanza che contraddistingueva, senza alcuna posa, Jünger, che era sempre gentile e partecipe, mai trasbordante o eccessivo.
Jünger era uomo di autentico stile.
Alla cerimonia pomeridiana Jünger pronunciò il suo discorso, tradotto da Inge Dahm come segue e la cui prima edizione fu pubblicata sulla mia “Spiritualità & Letteratura”: «Vostra Magnificenza, pregiato signor Presidente, illustre giuria, egregi signore e signori, Sono profondamente grato al Centro di Cultura Mediterranea d’avermi assegnato il suo premio culturale per l’anno 1986. So apprezzare quest’onore e conosco bene i nomi dei miei predecessori famosi, dei quali alcuni ho incontrato come Leopold Sédar Senghor. Con altri sono stato legato in amicizia, come con Mircea Eliade, per 12 anni mio coeditore di “Antaios, giornale per un mondo libero”.
Premio Mediterraneo - il nome racchiude molto più che solo l’Italia, la quale ne rappresenta però, si potrebbe dire, la parte centrale, il cuore. Amo tanto questo mare Mediterraneo, che quando passa un anno senza che possa andare sulle sue spiagge mi sembra un anno perduto. Mi sono fermato in tutti i paesi confinanti, ma più volte e col maggior piacere in Italia. Così approvo questo riconoscimento come un nuovo legame di stima che mi unisce alla vostra patria. Una stima sempre intimamente coltivata quasi in ciascun tedesco, basata su fatti storici, geografici e culturali.
Così, fin da ragazzo s’infiammava la mia fantasia alle avventure dell’Orlando Furioso, che mio padre aveva nella sua biblioteca, illustrato da Gustavo Doré in una splendida edizione, che io serbo ancora oggi con piacere. Ogni persona colta della mia generazione ha letto la “Divina Commedia”, spesse volte citandola. Oggi ammiro con i miei connazionali il grande romanzo contemporaneo della vostra isola “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Sono passati ormai più di 50 anni che ho trascorso due estati nella bella e antica città di Palermo, alloggiando a Mondello, da dove partii per le visite dei luoghi storici, specialmente del Duomo con i suoi sarcofaghi, come si può leggere in un breve racconto intitolato “Dalla Conca d’Oro”. Di questo tempo è pure la “Lettera siciliana all’uomo nella luna” e l’inizio della mia ricerca fervente per il coleottero quasi mistico “Copris Hispanus”. Ancora prima, più di 60 anni fa, godevo un soggiorno molto amabile a Napoli, studiando nell’Acquario, cioè all’Istituto Zoologico, una seppia, la “loliga media”, che si cacciava nelle acque del golfo.
A quel tempo nessuno ancora pensava alla seconda guerra mondiale. Mio figlio Ernst non era ancora nato; poi è caduto nel novembre del 1944 nelle montagne marmoree di Carrara.
Più tardi sono stato spesso in Italia: alcune volte per fare le cure di Montecatini, o tre mesi da ospite onorario nella Villa Massimo dell’Accademia Tedesca a Roma; anche due volte ancora in Sicilia e perfino nove volte in Sardegna, l’isola mia prediletta o nell’amato suo isolotto di San Pietro, la perla nella collana. Ho trovato amici non solo fra gli “hommes des lettres”, traduttori-poeti come Henri Furst, giornalisti come Marcello Staglieno, editori come Longanesi o Calasso, ma anche fra pastori e pescatori. Ricordo buoni colloqui nella macchia, mangiando un porcellino arrostito allo spiedo, o essenziali discussioni alla spiaggia, radunati intorno alla zuppa di pesce. Avevo l’impressione che il raziocinio comincia a ritirarsi dal popolo semplice, come l’ho raccontato nel mio libro “Sotto la Torre Saracenica”. Sono perciò lieto che questa premiazione mi dà la possibilità di rivedere l’amata Palermo. Ancora una volta vivi ringraziamenti per questo onore».
Altro incancellabile momento dopo la prima colazione in albergo era il 30 ottobre 1986 fu il rito della dedica di Jünger alla mia poesia, apposta nel volume edito da Adelphi e dal titolo Un incontro pericoloso.Nelle giornate palermitane, come naturale, parlammo molto della cultura italiana, francese e tedesca: di Evola e Spengler, di Guénon e di von Salomon, di Heidegger e di Goethe, di Nietzsche, di Drieu La Rochelle e di Montherlant, ma anche di Borges e di Arturo Onofri. Sorprendentemente conosceva l’opera di Vettori, Zolla e di Piero Scanziani. I suoi giudizi erano netti ma non supponenti.
Senza entusiasmo si sottopose, in una stanza d’albergo, alle domande di numerosi giornalisti e scrittori intervenuti. Non una conferenza stampa, ma singoli incontri. Così aveva desiderato.
Ovviamente non pochi fra i numerosi inviati gli chiesero del suo rapporto col nazismo. Alcuni ignoravano che Jünger, con altri esponenti della Rivoluzione Conservatrice e dell’esercito, era stato un ispiratore e protagonista dell’attentato a Hitler, che non risparmiò mai di criticare, giungendo negli ultimi anni a proporre la pace con “Il mio nuovo pensiero”, ossia un nuovo universale inno lontano dalla tecnologia, distante dallo sciovinismo nazionalista e sempre all’opposto del satanico razzismo biologico e persecutorio fino all’olocausto di Ebrei e minoranze etniche e religiose. Una vera aberrazione, sentenziò. Tante menzogne, disse in un’intervista al “Giornale di Sicilia” resa ad Antonio Ortoleva, «sono state dette da persone che non avevano letto i miei libri».
Come già ricordato, l’intera serata del 29 trascorse nella splendida casa dell’avvocato umanista, fine scrittore e gran gentiluomo, Luigi Maniscalco Basile. Magione splendida, in stile veneziano del periodo Liberty, con accanto la casa del grande architetto Basile. Suggerii personalmente a Luigi di accogliere Jünger nello studio-biblioteca gremito di ventimila volumi. Maniscalco Basile insieme a Muccioli (che si sentì sgravato di un peso) accolsero così Jünger e Rosario Romeo (altro illustre premiato) con un sobrio ma affollato ricevimento, a cui presero parte molti non invitati e curiosi. Restano delle belle fotografie, oltre che impresse le cadenze, di quella serata, con due intellettuali, pur tanto diversi eppure tanto reciprocamente rispettosi delle altrui posizioni. Ricordo anche che Jünger e Maniscalco Basile vollero stare una buona mezzora a colloquio in biblioteca, contenente molti bei testi dello stesso Jünger.
Di queste giornate palermitane resta traccia nei Diari di Jünger pubblicati nel 1988 dall’editore klen Kotta, nelle interviste e pezzi d’autore giornalistici (molto bello quello di Gennaro Malgieri sul “Secolo d’Italia”) e in una lettera di Jünger a me indirizzata al ritorno in Patria, dove assai lusinghiero è il ricordo del nostro incontro. La pubblico per la prima volta, per il pudore che ho sempre avuto nel mostrare questo documento, per me tanto prezioso quanto l’averlo ricevuto.
Per continuare il dialogo dello Spirito con Lui resta la sua portentosa Opera. Oltre il deserto della tecnocrazia, visse un autentico Titano che meritò il Premio Goethe, non certo il Nobel dato a teatranti, attori e cantanti.
Jünger, oltre i Premi che passano, resta piuttosto nel tempo senza tempo degli alberi, delle pietre e degli uomini, fra i grandi scrittori e interpreti privilegiati del Novecento.
 
nella foto in alto da sinistra:Ernst Jünger e Tommaso Romano

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