Presentazione del libro di poesie di Vincenzo Aiello “Faiddi di ciatu”

di Giuseppe Bagnasco

        Leggendo la prefazione al libro “Faiddi di ciatu”, qualcuno potrebbe accorgersi  come nel testo non si faccia alcun riferimento alla copertina. Si tratta di un fatto cronologico perché al tempo in cui mi furono consegnati dall’amico Vincenzo Aiello le 41 poesie, semplicemente questa ancora non esisteva. La ricevetti per e-mail qualche mese fa e quindi mi è doveroso commentarla e questa che mi si offre, è la giusta occasione per farlo. D’altronde, nel prefare un’opera, è nel mio costume di critico,  esaminare oltre ai testi, anche quella che da sempre definisco la vetrina del libro. La copertina, pregevole nella sua composizione, realizzata dal M° Salvatore Benanti ( non so se su commissione o fortunatamente già esistente) riproduce in maniera omeopatica il titolo dato al volume delle poesie. E questo perché sia il titolo che la figura della copertina vertono allo stesso significato cioè si somigliano. Infatti la parola omeopatica nella sua semantica, deriva dal greco òmoios che in italiano si traduce in simile e dà origine anche alle parole omonimo, omologo, omosessuale ecc. Ma esaminiamo la copertina. Vi si intravede un fuoco che da un rovo sprigiona faville dando forma in alto ad un viso di donna, che dalla fronte cinta da un alloro, sembra rappresentare la Musa della poesia. La donna è ripresa nell’atto di respirare a occhi chiusi mentre sembra assaporare i versi che da un libro aperto, si espandono nell’aria. C’è da dire, scusate la digressione, e a discapito del M° Salvatore Benanti, che tra le nove Muse elencate nella Mitologia greca, non esiste quella che protegge e ispira i pittori. Ci troviamo comunque di fronte ad una bella metafora. Da qui l’omeopatia tra il soggetto figurativo e il titolo “Faiddi di ciatu”. Esaminiamo allora il dipinto e indaghiamo come leggere il suo perché, cioè in cosa costituisca il suo messaggio. Cominciamo dalle faville. Le faville sono creature del fuoco e rappresentano quel fuoco che si accende e alimenta l’animo del poeta. Lasciando le fiamme si trasformano, col respiro del poeta in versi che staccandosi pertanto dal rovo-materia, diventano spirito. Omero le chiamava “parole alate”, cioè divine. Siamo quindi davanti ad una spiritualità dal momento che la trasformazione sa di divino. E a questo non ci sembra estranea la definizione che dà dell’arte il critico Vittorio Sgarbi quando afferma: “C’è della divinità nell’uomo perché l’artista aggiungendo bellezza al mondo ne continua la creazione. Attraverso l’arte l’uomo si immortala”. Una definizione che trova fondamento persino nella Teogonia di Esiodo vissuto 2800 anni fa nella Grecia arcaica. Infatti nella scala mitologica della vita da lui descritta, andando a decrescere, agli dei, gli immortali per eccellenza, seguivano nell’ordine i semidei, i miti, gli eroi, gli artisti e in ultimo i mortali. Da notare che però gli eroi e gli artisti, per la loro specificità, sebbene mortali, non finivano tra le ombre dell’infernale Ade, ma venivano destinati all’Isola dei Beati e quindi conseguentemente resi immortali. La poesia quindi, quella vera, quella immortale, quella dettata da uno spirito vero, e non costruita davanti un computer con il supporto di internet, è solo quella dove la penna e la carta “comu du ziti sciarriati” come afferma  il Nostro, alla fine fanno pace quando sopraggiunge l’ispirazione, parola che nella sua radice conserva la sillaba “spir” che forma anche quella di spirito. Anche il poeta Giacomo Giardina quando annotava i suoi pensieri lo faceva anche sugli spazi bianchi di occasionali giornali. Questa è la poesia che si legge in Faiddi di Ciatu, poesia vera. La poesia di Vincenzo Aiello non è fine a sé stessa ma intesa come un congeniale veicolo di cui si serve  per inviare il suo messaggio puntando sul valore del passato. Un valore che lui nei versi di una sua lirica considera “U tisoru” : “Stamatina u suli spunta di punenti…lu tempu..ha parturutu troppu cosi tinti..” indicando già in questi il disvalore dei nostri giorni. Pertanto il richiamo ai valori della famiglia, del rispetto verso i vecchi, degli affetti genuini e non i vezzeggiamenti ipocriti e di quell’operare per la loro salvaguardia, prima che il mondo moderno li ingoia definitivamente, è questo il compito che si pone l’Autore di “Faiddi di Ciatu”. Certamente con questa raccolta, ci troviamo di fronte ad una sorta di testamento spirituale oltre che ad uno rogito linguistico. Essa, negli intendimenti del poeta, si pone quindi come una diga posta a freno alla progressiva scomparsa di una lingua, quella siciliana, che ci è stata data dai nostri padri, generazione dopo generazione. E’ infatti di oltre otto secoli la sua presenza e cioè fin dall’ affermazione di quella Scuola Siciliana con cui Federico II chiuse il Medioevo e aprì alla lingua italiana. Per tutto questo, anche se qui espresso succintamente, è considerevole e meritevole di rispetto e di lode chi preserva amorevolmente attraverso i propri versi  la custodia di quei valori che nel tempo, insieme alla lingua, ci furono dati come una legazia culturale. E  tra questi possiamo ben annoverare il poeta Vincenzo Aiello.

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