Lucia Capizzi, Rosaria Cascio "La signora Lucia di Napoleon. Storie di una donna" (Navarra editore)

di Maria Patrizia Allotta
 
    Entrambe palermitane, da molto tempo hanno in comune un uomo. La più anziana è la madre di Pietro, la più giovane è la moglie di quest’ultimo.
    Unite da tempo da un amore indissolubile, nell’anno detto 2018, hanno deciso di suggellare la loro straordinaria intesa grazie alle 77 pagine pubblicate da Navarra Editore dove è evidente non soltanto l’insolita intesa tra suocera e nuora - che certamente sbalordisce e sorprende - quanto piuttosto il prezioso desiderio di raccontare e raccontarsi.
   Chi vuole raccontare è Rosaria Cascio, chi si racconta è Lucia Capizzi.
   La prima utilizza i suoi studi umanistici, l’amore per la storia e la passione per la ricerca biografia; la seconda si serve soltanto della sua irripetibile spontaneità, del suo vivace ingegno, del suo stesso essere donna.
   E nei fogli non più bianchi, raccolti sotto il titolo La signora Lucia di Napoleon, ambedue - alternandosi, ma in un unico abbraccio - riescono bene nel loro intento, grazie ad uno stile semplice e naturale, alieno da orpelli e giravolte, maschere e finzioni, pirolette e infingimenti.   
   La scrittura dell’artefice del libro, ovvero di colei che vuole raccontare - lontana dall’abbaglio delle mode letterarie, distante dalle furbizie baroccheggianti e disinteressata ad ogni forma di intimismo fine a se stesso - appare, infatti, chiara, immediata, netta senza mai, tuttavia, scovolare nella banalità lessicale né, tantomeno, nella mediocrità sintattica oppure nella insipidezza narrativa.    
   Tutt’altro. Servendosi di una tecnica non comune paragonabile ad una annotazione grafica quasi musicata, sostanziata da un linguaggio autenticamente libero, l’Autrice nuora, volendo assecondare la sua vocazione per l’arte della drammatizzazione, sembrerebbe quasi sussurrare, a fior di labbra, parole capaci di rievocare e ricostruire coordinate spazio-temporali - descritte con estrema perizia e certamente supportate da un lavoro di ricerca documentale assai valido - che riconducono il lettore, inevitabilmente, a quel periodo magico della nostra Palermo dell’immediato dopoguerra - in “quell’aureo mondo” passato ma non dimenticato, in quel “tempo dorato” e ancora non obbliato - dove e quando la bellezza, oltrepassando ogni povertà, violenza e volgarità, riusciva, nonostante, a trionfare.
    E ciò che più caratterizza la narrazione è il fatto che attraverso un chiaroscuro limpido e per mezzo di un mosaico scenico lucente - che va dal 1946 al 1998 - la Nostra non soltanto racconta l’esistenza singolare della suocera, signora Lucia Capizzi, detta di Napoleon - classe 1928, borgata Arenella, quinta elementare - ma porge al pubblico un lacerto di storia, uno spaccato memoriale, uno squarcio rapsodico dove l’epopea domestica s’intreccia con l’epica sociale, l’individuale con il collettivo, il particolare con l’universale. 
       Ma non è tutto. Avendo fede nella “scrittura degli altri e di sé”, la scrittrice - docente di Lettere presso l’antico e prestigioso Liceo Regina Margherita di Palermo - ancora una volta fa leva sulla scienza della biografia, intesa quest’ultima “non come mero elenco di sterili notizie legate all’esistenza di un individuo ma piuttosto come autentico ausilio per riconoscere, fino in fondo, la vera essenza di ciascun individuo”.
   Ancora una volta si diceva. Sì, perché l’arte biografica - termine quest’ultimo che inevitabilmente riconduce a “βioςi”, quindi, in buona sostanza alla “scrittura della vita” - in queste pagine è nuovamente celebrata con lo stesso entusiasmo e con la stessa passione rispetto alle precedenti opere già pubblicate - da Beato fra i mafiosi. Puglisi: storia, metodo, teologia (con F. Palazzo e A. Cavadi) a P.G. Puglisi. Sì, ma verso dove? Identikit di un beato animatore vocazionale (con R. Lopes e N. Lanzetta), da Il primo martire di mafia. L’eredità di Padre Pino Puglisi (con S. Ognibene) a Io pretendo la mia felicità. Ho pagato tanto e adesso me la merito, scritto unicamente ai propri alunni - ove l’intendimento primario sembrerebbe quello di ricucire i lembi e i fondamenti di svariate esistenze per approdare poi in quella visione globale ad ampio raggio indispensabile per lo studio efficace del genere umano e della sua stessa civiltà.
   Allora, un ulteriore mosaicosmo quello donato a noi in La signora Lucia di Napoleon dove Rosaria Cascio, forse inconsapevolmente, sembrerebbe sposare e condividere, l’idea di uno dei massimi  ideatori e sostenitori della Scienza della Biografia, Tommaso Romano, secondo il quale la “biografia come scienza non si riferisce semplicemente alle grandi personalità che la cronaca di ogni tempo ci consegna in qualsiasi dominio e in qualunque libero esercizio ma anche all’impronta, comunque, unica e irripetibile che ogni essere umano lascia nel suo cammino terreno”.
    Ed è appunto il caso di Lucia Capizzi, la cui presenza terrena, il suo cammino esistenziale, la sua stessa vita mortale - certamente non paragonabile a quella di un beato martire della mafia - diviene, comunque, elemento essenziale nell’economia dell’esserci perché esempio magistrale per l’avventura nel mondo e per il mondo.
    Ecco allora che in seno al sopracitato romanzo la sobria scrittura di Rosaria Cascio si intreccia con quella colloquiale di Lucia Capizzzi, dando vita ad un tappeto musivo efficace, costruttivo, altamente pedagogico.
     Infatti, lontano da ogni forma di inutile intellettualismo, da ogni superfluo conformismo e da ogni banale pregiudizio classista, la signora Napoleon, con orgoglio, si racconta con autorevole immediatezza e con efficace confidenza.
   Ne viene fuori un profilo da medaglia!!!
   Ma non tanto perché nell’arco del tempo riesca brillantemente a riscattare la sua umile origine con volontà e determinazione, o perché da semplice commessa diviene direttrice di uno dei prestigiosi negozio della famiglia Spatafora, neanche perché da figlia di una povera borgata diviene sorella confidente della nobiltà e dell’alta borghesia palermitana e neppure per i sacrifici compiuti quotidianamente nell’arco di ben 52 anni, quanto per il suo impegno nel riuscire, per la sua audacia e resistenza, per le scelte e il coraggio, per la consapevolezza dei propri limiti, per la fermezza a superare quest’ultimi.
     Ma anche per i conflitti generazionali subiti, per le lotte elitarie affrontate, per gli scontri familiari vissuti in piena solitudine.
    L’alto magistero, quindi, consiste, non tanto per il trionfo di una brillante carriera professionale, quanto per avere saputo tutelare - in una società prevalentemente maschilista - le sue forme e il suo sorriso, la sua intelligenza e il suo stesso ingegno, il suo prestigio e la sua irripetibilità semplicemente per mezzo di quella divina grazia tutta al femminile, che da sola e se ben governata, certamente, garantisce decoro e dignità.
    Classe 1928, borgata Arenella, quinta elementare, si diceva all’inizio.
 Bene, a chi scrive adesso piace ribadirlo.
    Perché senza appartenere a nessun movimento femminista, senza albagie ideologiche, senza studi superiori, senza neanche, probabilmente, la conoscenza di testi letterari e filosofici e priva dell’incontro diretto con dotti e sapienti, La signora Lucia di Napoleon ha goduto, e gode a tutt’oggi all’età di nov’antanni, di una straordinaria emancipazione e di una singolare libertà.
    E forse, non avrà letto Cristina Campo, né Seneca, Platone e Aristotele, presumibilmente neppure Heidegger, Dostoevskij e Coelho eeppure sa che La vita, senza una meta, è vagabondaggio (Seneca); che per l’uomo onesto, il successo consiste nel realizzare onestamente gli obiettivi che si è proposto (Platone); ma anche che la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli (Aristotele). Così come sa perfettamente che ogni uomo nasce come molti uomini e muore come uno solo (Heidegger); che la delicatezza e la dignità non si imparano dal maestro di ballo ma alla scuola del cuore (Dostoevskij) e che, infine, la vita non è la stazione bensì il treno da non perdere mai (Coelho).
     Tutto questo e molto altro ancora Lucia di Naponeon sa, e Rosaria Cascio, magistralmente, ha saputo ascoltare questo suo sapere, annotando poi, nel tempo e per il tempo, ciò che massimamente accarezza l’anima.
 
 
“Un’anima fine  non è quella
che è capace dei voli più alti,
ma quella che si alza poco
e si abbassa poco, e abita
però sempre in aria libera
 a un’altezza nobile e luminosa”.
 
(Friedrich Nietzsche)

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