"Le cose e il tempo" di Guglielmo Peralta
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- Category: Scritture
- Creato: 22 Maggio 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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L’Occhio: (Allo S-guardo, che se ne sta in disparte e assorto) Mia luce, mio sole, ti vedo taciturno e pensieroso. Sono io, questa volta, a chiederti che cosa ti assilla…
Lo S-guardo: (infastidito) Ecco! Mi hai spezzato l’incanto. Tu vedi senza comprendere e mi distogli dalla mia principale occupazione. Nulla m’inquieta, nulla mi assilla, assolutamente. Nulla c’è per me di più positivo dell’essere sovrapensiero e taciturno. Giacché quando io penso, in verità, contemplo; e quando taccio, ascolto. Tacere è la grande virtù del silenzio, concedersi all’ascolto, il dono del linguaggio. Nell’oscurità profonda io sono il cantore cieco e muto, perché per me e attraverso di me parla la Poesia. Essa è il silenzio più solenne, la grande assente nella sua proteiforme presenza, alla quale l’uomo deve la grazia del dire portentoso. Nei momenti d’illuminazione, sono ospite dello spazio creaturale e aperto alla visita dell’Angelo. Fuori di me e in me è il mondo delle cose. Dentro di me è il loro accadere.
L’Occhio: Scusami se ti ho distratto; ciò accade perché mi dimentico, a volte, che sei un sognatore. Chiedo venia e, al tempo stesso, ti ringrazio perché compensi la mia cataratta con la tua vista cristallina e, dunque, con le immagini che tu trasferisci nelle parole e che a me restano invisibili, ma che tuttavia colgo, come in uno specchio, attraverso le tue riflessioni, le quali, se non mi consentono di vederle chiaramente, mi permettono almeno di apprenderle e di venire così a conoscenza di verità segrete, che solo a te è concesso di con-cepire contemplando. Tu sei il maestro delle visioni ed io il tuo umile discente. Indicami, di grazia, il cammino per salire in altezza scendendo in profondità. Ciò lo consente la Poesia, della quale nulla io so, ma leggo il suo linguaggio che mi fa errante e mi seduce con la sua promessa di rivelazioni, sempre rinnovata e inadempiuta. Sì, essa è assente, anche se ‘manifesta’ nelle diverse creazioni artistiche; eppure a te si concede nei momenti di grazia, ed è un miracolo da attribuire alla tua capacità di sognare. Ma dimmi come possono le cose che sono fuori, essere dentro di te, e in te prendere forma, vita…
Lo S-guardo: Perché tu possa comprendere, abbandona la comune nozione di tempo. Esso è l’accadere: l’a-venire e la venuta del mondo delle cose. L’uno, è il loro futuro possibile, in quanto ‘ev-enti’ con probabilità di esistere, ed è il passato, in quanto ‘esist-enti’ a priori, in potenza; l’altra, è il loro essere in atto: il loro futuro esistenziale e il presente. Con me, in me, accade il miracolo. Io sono il passato, il presente e il futuro delle umane creazioni. Ogni cosa è tempo. In tutte le cose da me create coesistono le tre età, in quanto forme intrinseche della loro natura ontologica.
L’Occhio: Da quel che dici, mi pare di capire che non solo le cose materiali, ma anche le spirituali - intendo le opere d’arte e di poesia – sono frutto del sogno, della tua immaginazione creatrice. E inoltre, deduco che, in virtù della loro natura ontologica, le cose sono ciò che sono e non possono essere separate dal loro essere intrinseco. Amico mio, ricevi un grazie iridato, per questa tua lezione di bellezza, che dà luce nuova alla mia pupilla. Farò tesoro delle tue visioni, che mi aiuteranno a valutare meglio ciò che mi sta davanti e mi circonda, e a capire, a dare maggiore importanza all’intelletto piuttosto che al senso, essendo il mio organo alquanto inaffidabile e offuscato.
Lo S-guardo: D’ora in poi - è il mio augurio - insieme oltrepasseremo la soglia, abiteremo il cielo e la terra. Lo vuole la Bellezza. Lo vuole la Poesia, che ci chiama. In punta di vista, entreremo nel suo grembo. Usciremo. Incantati. Crisalidi del sogno. Innamorati della parola.
L’Occhio: Oh! Questo è un belvedere. Mi affaccio e già scorgo tutta la Bellezza. Ospito l’Infinito che si accomoda nella mia pupilla. E non c’è panorama migliore di questo che vedo! Mio sole, mia luce… nel tuo augurio il sogno s’invera. Contemplo, poetica-mente, la sua natura reale. VALE!




