L'AIRONE CELESTE

     La scelta del titolo di un'opera non è secondaria alla scelta delle parole, che è l'atto creativo fondamentale nella composizione di un testo, specialmente poetico. Chi compie quest'atto è lo sguardo, col quale il poeta, il sognatore per eccellenza, si pone in ascolto del Silenzio traendo da esso le idee e le parole più prossime e più adatte ad esprimerle. A volte è il titolo ad ''ispirare'' il testo, a dare l'input necessario, perché quell'idea vaga che il titolo stesso già porta in sé, quel lucore nato dentro, che rischiara appena l'interiore oscurità, si distenda in orme di luce lungo il cammino della creazione e illumini la notte. Altre volte è posto dopo che l'opera è ''compiuta'', e allora il titolo è la sua sintesi e il nome che ne segna il destino. Ed è il cuore e il polmone, in cui l'opera palpita e respira perché vi è r-accolta dopo che ha preso anima e corpo costituendo una tranche de vie, un aspetto concreto, manifesto, della vita dell'autore, alla quale dà ''spessore'', essenzialità, perché è testo,tessuto dello spirito. Così è in questa silloge poetica di Tommaso Romano, dove la vita che si racconta conosce l'ebbrezza del volo e dell'Aperto che sconfina nel cielo dell'interiorità. È qui che il titolo si fa uccello, messaggero celeste, e, al tempo stesso, cede il suo corpo di volatile e le sue piume, e uscendo dalla metafora si muta nella forma invisibile della Poesia e nel pensiero che si fa parola alta levata, a sua immagine e somiglianza. Solo lo sguardo che ama l'alta quota può sognare l'airone celeste e con «lieve tremore/gentile» arrischiarsi, col pensiero, sull'abisso, ardire l'incommensurabile distanza dell'oltre e desiderare, confidare che «presto» si rinnovi la ''gioia'', qui e ora, perché non lieve e indesiderato è il timore che la «meraviglia» non duri,che non si apra la vista''fuori del tempo e del reale''[1],o si offuschi con la debole memoria.

 

Uno sguardo / disteso / un lieve tremore / gentile, / a presto / airone celeste / meraviglia d'uno / stupore inatteso, / a presto / prima che l'incantesimo / si disperda fra le brume / nelle nebbie / della residua memoria[2]

 

     Questo sguardo che arde dell'«Infinita Bellezza», la quale lo purifica restituendogli, col candore dell'innocenza, il tremore gentile, che è, in senso stilnovistico, proprio del cuore nobile, incline all'amore; questo sguardo innamorato, che prova stupore di fronte al mistero della divina e ineffabile Poesia,la quale è Verità e Bellezza, fa di Tommaso Romano ''il cavaliere dell'Infinito'', nell'accezione kierkegaardiana di chi, sostenuto dalla fede nella salvezza eterna, ricerca la possibilità di realizzarsi, di dare pienezza alla propria vita, qui, nel mondo, su questa «Terra ormai arida / di pura rugiada» vincendo così il timore di perdere la luce della grazia, di non potere più godere della Bellezza, anche per brevi, fugaci istanti. E la possibilità è nel desiderio dell'oltrepassarsi, del trasumanare, ovvero, nel concetto dell'esmesuranza[3], che il Nostro riprende da Jacopone da Todi, e che è il donarsi a Dio con amore traboccante, il bramare ardentemente la Verità.

     Il tema della salvezza e la ricerca della pienezza della vita sono inscindibili e non possono restringersi ed esaurirsi nell'individualismo estremo, nel singolo individuo separato dagli altri,  ma devono riguardare tutti gli uomini, devono essere un bisogno di tutti. Non c'è vera salvezza se non si salva tutta l'umanità. Questo profondo concetto, già in Majakovskij,[4] è presente in Romano, sia pure in maniera implicita, nella sua teoria del mosaicosmo, di cui troviamo qui alcuni riferimenti, e che così egli definisce: "rappresentazione corale del concerto degli spiriti, di tutti gli spiriti, nessuno escluso, che con gradazioni e intensità diverse collaborano a formare la catena che non si spezza tra vita e oltrevita, fra mondo e cosmo, fra terreno ed Infinito. La vita di ogni uomo va intesa come scheggia, frammento, una tessera del grande mosaico che diviene nel suo farsi e che, comunque, non è mai avulsa dal contesto e quindi né dalla vita reale né dalla vita di relazione"[5]. C'è in quel «concerto degli spiriti» la grande armonia: la compiutezza e il senso dell'esistenza, frutto della ricerca universale e condizione necessaria per la salvezza terrena ed eterna. L'idea del cosmico mosaico, come «perfezione possibile», che ciascuno deve contribuire a realizzare con la «tessera» della propria vita, è qui annunciata nel titolo e nel corpo della poesia: ''Intarsio nelle cose''[6], e in uno dei testi dedicati a Cristina Campo nel quarantesimo della sua  dipartita[7]. Per un poeta, qual è Tommaso Romano - che non conosce la torre d'avorio, aperto al dialogo, ai rapporti interpersonali ed edificanti, consapevole di quel legame ''sotterraneo'' e più universale che è l'interessere, cioè la correlazione tra tutti gli esseri che costituiscono la realtà del mondo e ne popolano i tre regni - la scrittura è il luogo d'incontrodegli spiriti amanti della parola, attratti dalla sua forza creatrice, i quali tendono, anche inconsapevolmente, a comporre il mosaico di quell'opera universale, che risponde al nome di Poesia, della quale è impossibile disegnare il Volto. Perché essa è l'invisibile, la Parola che fa cavalieri i poeti che vanno alla sua ricerca e ai quali essa appare e si concede per illuminazioni e immagini, come il Graal nel suo fascio di luci. Le opere di uno scrittore sono il mosaico della propria anima, un riflesso dell'Infinito, e perciò da custodire, da non disperdere, perché «perfezione possibile», modello e traccia e, in quanto tale, esso può indicare ad altri il cammino per la ricerca di un nuovo «intarsio». E così ci si abbandona al potere magico della scrittura, e il ciclo che ricomincia è «l'eterno ritorno all'uguale» di sapore nietzscheano, che qui è il dire sì alla scrittura nel perfetto equilibrio tra il sentimento della bellezza, l'ordine, l'armonia delle forme, che caratterizzano lo spirito apollineo, e l'ebbrezza della creazione, la passione, il senso di appartenenza alla terra, espressioni dello spirito dionisiaco, che non impedisce all'uomo di sognare il paradiso nonostante i vincoli terreni, perchè nel paradiso è radicato l'essere dell'uomo.

      L'airone celeste è un'icona, una figura ontologica, o meglio, ontopoietica, portatrice dell'essere poetante, della Poesia, della Parola che si dis-vela nel linguaggio facendosi scrittura musiva, la quale rivela la natura divina dell'uomo, che, in quanto creatura e creatore, è capace di fare bellezza e d'intarsiarla. Il mosaicosmo, allora, l'ideale mosaico universale, di cui l'airone è portatore, è l'interessere che comprende il cielo e la terra, la coesistenza di tutti gli esseri e la loro corrispondenza. Dunque, nell'airone è il respiro del cosmo. Nel suo nome è l'aria: l'archè di Anassimene e lo stoichéion, l'elemento infinito, unificatore di tutte le cose. E nell'aria, nello spazio interiore, che è l'altro spazio celeste, vola l'airone e vi sparge i suoi semi: le parole, le tessere del mosaico, o della scrittura, nella quale è possibile contemplarsi e riconoscersi nell'intarsio dell'anima, che l'etereo uccello ogni volta vi imprime. L'airone somiglia al Simurgh[8], l'uccello dell'albero dei semi, da cui si generano tutte le piante, e simbolo della divinità, in cui trenta volatili (quanti ne indica il nome) contemplano, come in uno specchio, la loro natura divina.

     Il volo, cioè l'anelito alla creazione, alla Bellezza, è il centro della silloge e si avverte anche là dove sono forti la denuncia e «lo sdegno» che Romano prova per il vuoto, la superficialità, la chiacchiera, la banalità, da cui «dover fuggire»[9] perché in contrapposizione con la spiritualità, distanti dal sentimento della meraviglia che riempie il cuore e gli occhi e di cui è pregna la raccolta. L'incanto, cui si abbandona il nostro poeta, non è mai allontanamento, distacco dalla realtà, e si accresce, per contrasto, di fronte alla dissipazione dei valori fondamentali, al degrado, alla crisi della società mondiale, alla deriva spirituale, alle tragedie che attanagliano l'umana esistenza, facendosi disappunto, forte rammarico per l'indifferenza degli uomini verso la grande bellezza del Creato e dei mondi dell'arte e della scrittura, che dovrebbe essere condivisa da tutti. Nel nome della bellezza, che include in sé il senso della giustizia, dell'onestà, del sacro, non  mancano le invettive contro i falsi fedeli e i falsi preti, contro l'assegnazione di premi ad amici e a dilettanti, contro gli adulatori, i falsi amici e conoscenti non meritevoli d'amicizia, contro «camaleonti, iene e sciacalli» e contro gli «ipocriti consensi».

     La spiritualità, che anima la raccolta, consente all'airone di volare alto anche quando plana sulle miserie umane. Perché nella denuncia, è forte il desiderio del cambiamento, dell'elevazione civile, morale, spirituale di tutti gli uomini. La «perfezione possibile», teorizzata da Romano nel suo mosaicosmo, non è un'isola, non è la conquista di ciascun individuo del proprio essere in virtù di sé stesso, ma la panantropia[10]:la conquista da parte di tutti del ben-essere che coincide con l'inter-essere e, dunque, la realizzazione di quel «concerto degli spiriti», uniti da solidale afflato. E la «perfezione possibile» si coniuga con la «rinascenza» auspicata dal Poeta, ed è il risveglio che urge, dell'uomo e degli Dei trasvolati, la cui fuga, già denunciata da Hölderlin, qui, è il sonno profondo dell'umanità in questa «sventurata età», in cui il sacro è sacrificato, obliato negli idoli, nei totem della «tecnica improvvida», che fa un lumicino della speranza. E tuttavia, con Hölderlin, Tommaso Romano resta nell'attesa dell'annuncio, dell'«l'Infinito indicibile», della «perfetta Bellezza / splendore in Verità», che pure «si manifesta» nella profondità contemplativa come «una luce/fioca»; ed è la sola che può infondere il bene nel cuore dell'uomo e dare inizio alla kènosis, al percorso di conversione, che richiede la rinuncia ai legami materiali e all'egocentrismo, lo ''svuotamento'' di sé per abbandonarsi a Dio e accoglierne la pienezza. L'avventura dello spirito, il cammino esistenziale del Nostro, che nelle sue opere e in questa silloge, in particolare, si di-spiega, quasi alla maniera di un Bonaventura, come itinerario della mente a Dio, è nel segno del vero Amore, da cui nascono la poesiae la visione del mosaicosmo, che, per dirla con Hölderlin, è «Essere uno con tutto ciò che vive». E a Tommaso Romano possiamo riferire, senza esagerare, le stesse parole che Heidegger espresse nei confronti di quel grande poeta della natura e del divino: ''Per me Hölderlin è il poeta che indica verso il futuro, che attende il Dio''.

 

Guglielmo Peralta

 

[1]              Cristina Campo, in epigrafe, pag. 59

[2]              Libero Airone, pag. 59

[3]              titolo della raccolta poetica (1968-2007) di T. Romano, Edizioni Heliopolis, Pesaro.

[4]              da Di questo, di V. Majakovskij: ''Lascia. / Non occorrono / né parole / né preghiere. / Che senso ha, / se tu / solo / ti salvi?! / Voglio / salvezza per tutta la terra priva d'amore, / per tutta / la folla umana / del mondo. / Sto qui da sette anni, / e rimarrò altri duecento, / inchiodato / ad aspettare questo. / Sul ponte degli anni, / tra il disprezzo / e le beffe, / con l'incarico di redentore dell'amore terrestre / dovrò rimanere / e rimango per tutti, / per tutti pagherò, / piangerò per tutti''.

[5]          InEssere nel Mosaicosmo, T. Romano, ed. Thule, 2009

[6]              ''Piccole cose e non di pessimo gusto / perché è il mio cercare / che s'intarsia nel tutto / (...) Non bruciate le carte / fu auspicio e grido / non bruciate questo mosaico / non smembratelo, non disperdetelo / è amato come perfezione possibile / s'accresce / come graal d'anima mia...'', (pagg. 23-25)

[7]

                ''La scrittura insegue così / e cerca l'intarsio / di ciò che ragione allontana / in apollinea forma misurata / (...) La carta fu l'incontro / e alla carta ferita d'inchiostro / si torna / talismano / nell'eterno ritorno all'uguale» (pag.63)

[8]              Uccello cosmico della mitologia persiana, il cui nome significa ''trenta uccelli''

[9]              Altrove, pag.33

[10]            Il neologismo è mio

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