IL CIRCOLO POIESICO E IL PENSIERO ANALOGICO

  

  La scrittura è un atto visivo. Si scrive con lo s-guardo. Con questo sognatore restiamo sospesi davanti alla pagina bianca: lo spazio accogliente l'universo letterario, che intrat-tiene il poeta, o lo scrittore, nell'attesa devota che l'opera si annunci e la notte versi sul foglio le prime luci dell'alba ponendo fine all'angoscia iniziale. L'invisibile richiede occhi che sappiano vedere e ascoltare perché sulle labbra fioriscano, silenziose, le parole, impazienti del loro battesimo di luce, col quale tacciono i suoni e la sorgente da cui si originano. Figlie del silenzio, sono voci sulla pagina nella loro veste corale, musica per gli occhi e la bocca. E sono sogni le parole, tra-scritti e versati sulla pagina. L'inevitabile risveglio lascia l'autore voglioso della notte e insoddisfatto della propria opera, che interrompe l'atto creativo. E questa sospensione è la sua incompiutezza, che però non spezza definitivamente il legame tra lo s-guardo e il sogno e prelude a nuove estasi, a nuove scritture. Il circolo poiesico è questa avventura incessante, perché l'Opera è sempre differita. Non c'è soluzione di continuità tra le opere, perché ogni opera è una "fenice", risorge dalle proprie ceneri e ha vita nuova nelle diverse produzioni che essa genera. Perché ogni opera è madre, ha le sue filiazioni ed è parte dell'universale processo creativo, che ha come meta la propria origine, la composizione di quel mosaicosmo[1], che è il volto universale dell'Opera o della Scrittura, il quale si ri-vela, restando forma ineffabile e invisibile, nella parola umana, che la poesia rende a immagine e somiglianza del Verbo divino.
       Un pensiero unico, affine, circolare, cammina con le opere e con gli autori. Esso pensa per immagini e procede per analogie, per somiglianze e differenze, per similitudini, metafore, illuminazioni. Tradotto in linguaggio poetico, il pensiero analogico opera la  trasfigurazione delle parole, alle quali assegna nuovi significati (trasfigurazione semantica), e, di conseguenza, un allontanamento dal pensiero logico, o comune (trasfigurazione logica), deviando da esso e volgendo alla propria sorgente naturale, là dove la distanza abolisce spazio e tempo, regioni ed epoche letterarie, facendo del processo creativo un cammino nella contemporaneità, un pensiero o s-guardo universale che si fa scrittura, luogo ameno e albero della visione, che crescendo in profondità sale al cielo infinito della Poesia: notte e luce della parola.
      La Bellezza, che se-duce lo s-guardo, è l'Opera in essere e in divenire, e il suo divenire è l'opera, della quale è il principio e la meta. Per sua virtù avviene la trasfigurazione, che congeda il linguaggio ordinario dandogli veste poetica, liberandolo dall'arbitrarietà e dalla convenzione, "sospendendo" il pensiero logico in una selva di oscurità, che non lascia filtrare la luce razionale. Nulla è impossibile alla poesia. Tutto le è concesso. Le si addicono i voli pindarici, l'apparente mancanza di senso e di connessione logica, le esagerazioni iperboliche, il distacco dalla realtà, il superamento degli ostacoli, lo scioglimento delle contraddizioni e delle utopie, il taglio dei nodi gordiani. La Bellezza, che genera e dissemina il testo di lecite e "insensate" licenze, ha il potere di cancellare le assurdità, le improbabili certezze, giustificandole e rendendole verosimili, credibili. Tutto si perdona alla Bellezza, tutto acquista senso nella sua contemplazione. Al suo cospetto, non ci si avvede di ciò che è distante dalle regole della logica e la mente e il cuore del lettore vedono solo la normalità. Verità si celano nel pensiero poetico/analogico, per cui non manca mai il senso che la stessa Bellezza gli assicura e del quale ci fa persuasi se balena il dubbio sulla bontà e sulla serietà dell'opera. Dove c'è Bellezza, arte pura, c'è sincerità. L'inganno è nell'artificio, nella volontà di fare apparire bello ciò che non lo è, di passare per innovatori a tutti i costi. Il libero pensiero critico ha il compito di smascherare gli spacciatori di opere "false" e il dovere di dedicarsi alla Bellezza, solo per la quale vale l'interpretazione: l'arte che crea ed espone l'arte; che ricostruisce il legame logico; che toglie i veli alla notte e rischiara e dilegua le ombre delle parole, le quali rifulgono delle segrete luci della sorgente. È questa che adombra di chiaroscuri le scintillanti costellazioni. In linea con la sua natura ontologica, essa predilige la notte per le sue manifestazioni poetiche. E là dove essa dona poesia c'è l'essere, nella modalità dell'apparire e del nascondimento. La presenza/assenza dell'essere garantisce e rende incessante il processo creativo. Il circolo poiesico segna un nuovo inizio, un nuovo cammino verso la meta, che è un ritorno all'origine, dove regna il silenzio che si dà in ascolto allo s-guardo, perché nutra di sogni le mute parole. Al risveglio è un lieve sospiro. Libero dalla bramosa angoscia e appagato, il sognatore gode dell'opera, e i suoi occhi sono ancora incantati. Ma incompiuta è la magia, che lo richiama all'avventura. Di nuovo sospeso davanti alla pagina bianca, egli volge lo s-guardo all'Aperto e resta in attesa dello stato di grazia, desideroso di mangiare dell'albero e di vedere crescere i frutti della nuova fioritura.

 

 

[1] Il neologismo è di Tommaso Romano, che così lo spiega: "rappresentazione corale del concerto degli spiriti, di tutti gli spiriti, nessuno escluso, che con gradazioni e intensità diverse collaborano a formare la catena che non si spezza tra vita e oltre vita... la vita di ogni uomo va intesa come scheggia, frammento, una tessera del grande mosaico che diviene nel suo farsi e che, comunque, non è mai avulsa dal contesto e quindi né dalla vita reale né dalla vita di relazione". In Essere nel Mosaicosmo, di T. Romano, ed. Thule, 2009

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