“Giovanni Monti: fu un poeta lirico del nostro tempo” di Nicola Romano

Ricordare Giovanni Monti penso sia doveroso, dal momento che la sua presenza nell’ambito della poesia, della saggistica e della narrativa italiana ha lasciato sicuramente un segno che va raccolto poiché vasto è stato il respiro della sua intera scrittura. La sua professione era quella di avvocato, specializzato soprattutto nel diritto del lavoro, una professione che portava avanti con serietà ed impegno. Egli amava molto il confronto, un confronto che a volte si rivelava vivo ed acceso, per come abbiamo avuto modo di seguirlo durante gli anni di attività del “Circolo culturale Leoni” a Palermo, del quale è stato un forte animatore.
Era nato a Palermo nel 1945, e già a 17 anni aveva esordito con Fiori di Campo, una silloge che già denotava la sua particolare vocazione per la poesia intimista. A questa, hanno fatto seguito le raccolte Non fiorì il ciliegio, Poesie ai poeti, Cose senza nome, Ossa non sono e Crepuscula. Dopo questi scritti “giovanili”, comincia il periodo della piena maturità di Monti; il suo sguardo e la sua osservazione s’inseriscono a vasto raggio nelle vicende del mondo, quelle più interessanti, quelle più intime e che attengono alla vera essenza dell’uomo: egli sembra far parte di un universo che dentro di lui si scioglie per rivelare quei segreti che solo uno spirito sensibile sa raccogliere. E ne dà prova di consapevole avventura, gli piace esplorare e penetrare gli animi, arriva financo – in una sorta di tenera curiosità - a misurarsi e addirittura a sostituirsi a dei grossi personaggi della letteratura per rivisitare e raccontare alla sua maniera taluni sentimenti che alla fine appartengono alla coralità degli uomini, ma trovando alla fine quella inventio che è propria degli abili scrittori. Un preclaro esempio di quanto sto affermando sono due opere che stanno agli antipodi di una cronologia editoriale: Le lettere alla bellissima dama di Aleksandr Blok e Odissea di Omero.
Nelle Lettere egli assume le sembianze del grande poeta russo Aleksandr Bolk e riscrive con personale visione ed in sequenza quasi poematica un folto epistolario con la da lui amata Ljuba, con la quale spartiva struggenti momenti di poesia. E Giovanni Monti «era» il poeta dell’amore, dell’amore cupo, indefinito, inquieto, modulazioni queste che, fra l’altro, poi ritroveremo nella bella plaquette del 1997, intitolata per l’appunto Trenta poesie d’amore.
Una sorta di “follia letteraria” è invece stata definita da qualcuno l’intenzione della rilettura e della riscrittura dell’«Odissea» di Omero. Un impegno, questo, forse anche da lui ritenuto immane e rischioso, un incontro-scontro da affrontare con un colosso fra le opere immortali. In buona sostanza, si trattava di trarre da un’antichissima struttura letteraria una nuova ricomposizione in chiave poetica, e Monti è stato un vero poeta, aveva gli strumenti per affrontare qualsiasi certamen, e quindi il prodotto che ci è stato restituito ci pone a contatto con un testo che non nasconde la sua complessità ma che, senza tralasciare nulla di essenziale ai fini di una immediata comprensione, ambisce ad acquisire un suo stile e una sua leggibilità che non tradiscono la sostanza del racconto, oltre ad offrire al lettore una riscrittura poeticamente modernizzata.
Praticamente egli credeva fortemente nella necessità della trasposizione all’attualità dei temi della classicità o dei miti in generale, sentiva l’esigenza d’inserirsi – soprattutto, ma non solamente, attraverso un linguaggio che fosse del suo tempo - in un contesto in cui anch’egli aveva qualcosa da esprimere, da manifestare; e sua ulteriore prova ne è la traduzione dei Frammenti di Saffo, con cui ha consegnato alla modernità della nostra lingua la scultorea classicità del metro greco. E, come se non bastasse, con Carissima mia Anna (pubblicato nel 1996 con l’edizione “Autori riuniti”) riesce con spigliatezza a surrogarsi a dei partigiani condannati a morte per interpretarne di ognuno la sofferenza, le aspettative, l’incolpevole sconfitta, inventando per ciascuno di loro delle lettere dal carcere, dalle quali viene fuori la drammaticità della vita ispezionata nei suoi aspetti più tragici e rivalutando comunque la dignità umana di tali personaggi a cui la storia non ha mai pensato. Una poesia civile, insomma, una componente che in definitiva connota la totalità della sua espressione poetica portata avanti con una cifra stilistica ben riconoscibile.
Giovanni Monti era uno scrittore severo, non ammetteva il dilettantismo, sapeva ascoltare ed al momento giusto venire fuori con le sue interessanti deduzioni, e fra l’altro era un cultore della metrica che riteneva parte integrante di un sintagma, ed era molto abile negli endecasillabi come pure nei quinari e nei settenari.
Ricordo che a un certo punto mi rivelò di voler chiudere con la poesia e di volersi dedicare esclusivamente alla narrativa, ai racconti, perché aveva ancora tante cose da dire. E anche questo suo intento è ben riuscito, se ora annoveriamo il bel romanzo breve La luna e il cavaliere pubblicato nel 2001, una storia che gira attorno ad una figura del banditismo siciliano, figura che Monti fa assurgere a drammatico emblema di giustizia negata, di disperata ribellione e, infine, di morte per inganno. Come intensamente avvincente è la raccolta di undici racconti contenuti in Nolendo, dove alla non facile arte sintetizzante del racconto Monti aggiunge inquietanti aspetti di esistenza umana, per non dire di alcune evocazioni di matrice pirandelliana. Altro suo significativo lavoro è il romanzo Novilunio, resoconto narrativo dentro il quale si sviluppa una vicenda che si dipana tra increspature siciliane, tra affondi nella mentalità isolana e le sue bellezze, tra l'amore per la poesia e la tragicità dell'essere poeti.
 

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