Gino Strada: una singolare “autobiografia” – di Maria Nivea Zagarella
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- Category: Scritture
- Creato: 13 Aprile 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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Le ristampe dell’autobiografia Una persona alla vota di Gino Strada (1948/2021) cadono a proposito in una fase storica quale quella attuale, in cui vacillano le organizzazioni internazionali, il Diritto sembra cedere inesorabilmente alla violenza del più forte, i nuovi conflitti segnalano una crescente aggressività fra le Nazioni e la iattanza pervicace delle cosiddette Grandi Potenze, mentre si dovrebbe reimpostare seriamente a livello globale la moratoria alle armi nucleari, la cui distruttività resta molto alta già entro i limiti a suo tempo fissati dal trattato NewSTART scaduto qualche mese fa. Quali priorità ci diamo come società?, si chiede ripetutamente nelle pagine del libro, vergate nel periodo del Covid-19, il medico chirurgo di guerra Gino Strada, che ha attraversato dal 1988 al 2021, come cooperante prima della Croce Rossa Internazionale e poi dal 1994 quale fondatore di Emergency, i più devastati teatri di guerra e povertà dei nostri tempi in Asia e in Africa, compresi alcuni dimenticati “ghetti” della nostra Italia nelle sue campagne e grosse periferie urbane. Quali priorità? La vita delle persone o la guerra? Salute, istruzione gratuita, un lavoro dignitoso e protezione -continua Gino- o fame e sofferenza per molti? E perentorio conclude: Smettiamo di riconoscere il valore della vita solo per una parte dei cittadini del mondo!, lui che non considera questo suo testo una vera “autobiografia” secondo gli abituali canoni letterari, ma soltanto la somma delle cose importanti (sic!) che ha capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro, e perciò annota: La guerra per me ha sempre avuto la faccia di un uomo stravolto dalla sofferenza, il rosso caldo del sangue e la puzza di bruciato… cambiavano i tratti somatici dei pazienti, ma le urla di dolore e l’angoscia erano sempre le stesse. Stilema ricorrente nei veloci excursus dagli anni della sua formazione giovanile umana e professionale ai primi interventi chirurgici in zone di guerra a favore di bambini e civili inermi resi spesso irriconoscibili da mine, proiettili, schegge di bombe e razzi, fino alla costruzione e solidale operatività “dei” e “nei” centri di eccellenza gratuiti di Emergency presente oggi in 20 Paesi, fra cui anche Gaza, stilema -dicevo- ricorrente è l’espressione esseri umani, costante universale per Gino, senza discriminazioni di ideologie, etnie, provenienza, fasce sociali. La medicina -afferma Strada- è innanzitutto un rapporto tra un essere umano e un altro essere umano (fare il dottore l’è minga un laurà, l’è una missiùn, ripeteva sua madre quando lui era bambino), anche il nemico/terrorista -per Gino Strada- va curato per etica professionale e perché i medici siamo esseri umani che si rifiutano di lasciare morire altri esseri umani. E poiché in programmatica controtendenza rispetto al diffuso oggi mercato della salute e al business della malattia, non vuole un mondo diviso in due, fra ricchi che possono avere il meglio e il massimo di cure e assistenza, e poveri invece che devono rassegnarsi a morire senza fare rumore, ribadisce instancabile nei vari capitoli (e l’ha fatto con tutto il suo agire) che è ora di iniziare a curare tutti, e curarli al meglio, e gratuitamente, da esseri umani liberi e uguali. Principio ispiratore questo del “Manifesto per una medicina basata sui diritti umani”, elaborato nel 2008 da Emergency insieme ai ministri della Sanità di 11 Paesi Africani in accordo con lo spirito e i principi della “Dichiarazione universale dei diritti umani” (art.1; art. 25; Preambolo), e diffuso al fine di creare sistemi sanitari e progetti basati sui principi di Eguaglianza, alta Qualità e Responsabilità sociale (EQS).
Nelle riflessioni e articolati bilanci di vita e di professione che si susseguono nell’autobiografia Gino Strada stima importante preliminarmente l’essere vissuto da ragazzo, nell’incertezza economica dell’immediato dopoguerra, in uno dei quartieri più popolari di Sesto San Giovanni, dove oltre ai fumi delle acciaierie [noi bambini] -scrive- respiravamo etica del lavoro, responsabilità, senso di comunità… [e] la dignità, la solidarietà verso i vicini… Sottolinea poi la successiva frequenza del liceo classico, scuola in cui lo affascinò durante le lezioni di greco il concetto della Kalokagathìa (una cosa bella è anche buona), pur appassionandosi nel triennio di più alle discipline scientifiche, che erano con la medicina la sua vocazione. Negli anni universitari scelse la specializzazione in Chirurgia d’urgenza con il leggendario professore Vittorio Staudacher, che aveva fondato al Policlinico di Milano il primo reparto di Chirurgia d’urgenza in Europa. Allora -precisa- la medicina non era ancora intrappolata tra Drg e rimborsi, i medici erano medici, talvolta scienziati, certamente non manager, e il Professore (con la maiuscola) Staudacher era un grandissimo clinico che, visitando il malato sdraiato a letto e “toccandolo”, capiva già i suoi problemi ancora prima di fare esami strumentali costosi e a volte inutili. Capacità che Gino cercò di apprendere al meglio e che -dice- mi è tornata utilissima in molti ospedali del mondo dove spesso non c’è modo di fare indagini sofisticate, ma solo di guardare un paziente in faccia e fargli le domande giuste. Dal Professore, di cui ricorda nel libro con ammirazione anche l’aspetto naturalmente aristocratico nel suo dolce vita chiaro e di cui divenne uno degli aiuti con disponibilità h24, imparava procedure e tecniche nuove, e aggiunge: studiavo, studiavo, studiavo, perché sentivo che la sala operatoria era il mio ambiente naturale… potevo stare 12 ore di fila in camice, guanti e mascherina senza neanche accorgermene. Ero già quel che si dice “un animale chirurgico”. Del periodo dell’Università Strada focalizza anche il suo impegno nel Movimento studentesco. Anni -racconta- che fecero sentire a lui e ad altri di essere parte “attiva” del mondo e di poterlo cambiare anche attraverso il “compito politico” della Medicina secondo l’insegnamento del prof. Maccacaro, per il quale il medico non doveva concentrarsi solo sulla biologia del corpo, ma tenere conto pure dei determinanti sociali e strutturali della malattia. Lezione rinforzata nell’accensione ideale di Gino per la difesa dei “diritti” che sono di tutti per definizione (vedi di nuovo Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948) pure da un incontro di lui ventenne con Raoul Follereau (il filantropo dei lebbrosi) e da una conferenza di questi che definiva “povertà” “ sfruttamento” e “guerra” le altre lebbre. Follereau -ricorda Strada- era solo un giovane giornalista quando per la prima volta vide in Africa un gruppo di lebbrosi che vivevano nella foresta, esclusi per paura e per disprezzo dal loro villaggio, e che stavano morendo di fame. Da allora girò per l’Europa facendo conferenze e cercando donazioni, finché non gli riuscì di aprire un piccolo centro in Costa d’Avorio, dove finalmente i malati avevano la possibilità di uscire dall’emarginazione. Ma si spinse Follereau anche a scrivere a vari capi di Stato denunciando ingiustizia e ipocrisia, e a chiedere invano all’Onu -per curare i malati-, in una campagna promossa alla fine degli anni Settanta, i soldi spesi invece per un bombardiere o quelli bruciati in un solo giorno di guerra. Il giorno della conferenza -continua- andò a parlare a Follereau con un pretesto, perché voleva continuare ad ascoltare le sue idee, sorpreso del “silenzio “ dei governanti: la sua testimonianza -sottolinea- era potente e le sue proposte mi sembravano così ragionevoli. Ovvie, pensavo, con l’entusiasmo di un giovane studente. All’importanza delle “radici” familiari e giovanili in relazione alle sue scelte future Gino fa riferimento anche quando si interroga sulle ragioni che lo hanno portato a scrivere la sua autobiografia: solo -si chiede- le pressanti richieste dell’amico Carlo Feltrinelli? O è stato determinante -ipotizza- pure l’antifascismo della sua famiglia, dove la madre e la zia Gianna raccontavano che i fascisti ti tenevano d’occhio se la pensavi diversamente, i fascisti picchiavano, i fascisti avevano voluto la guerra…? E inoltre, la politica, la militanza, la passione per la medicina e -aggiungiamo- per gli “esseri umani”? Queste -afferma- sono le radici che mi hanno tenuto saldo ovunque sia andato nel mondo.
Perciò nei vari capitoli Strada ripercorre velocemente alcune sue fondamentali esperienze appunto nel mondo. La prima a fine anni Ottanta con la Croce Rossa, fatta per “curiosità” (per conoscere un contesto diverso) a Quetta in Pakistan, vicino alla frontiera con l’Afghanistan in guerra, da dove affluivano migliaia di rifugiati e feriti. Curiosità che evolvette subito ad “orrore” di fronte ai bambini mutilati dalle mine-giocattolo, armi pensate, progettate, costruite intenzionalmente per loro, armi che non uccidevano, solo mutilavano, dalla forma di pappagalli verdi per bambini curiosi. E quei bambini divennero per lui il vero volto della guerra, il volto delle tante vittime. Volute, cercate, selezionate nella carneficina generale. Restò a Quetta quasi un anno -dice- e ogni giorno era in sala operatoria a rimettere insieme pezzi di umanità smembrata. Al ritorno in patria si ritrovò cambiato, incapace di rimanere in Italia a fare la vita di prima, desideroso invece di rientrare in quei luoghi proprio perché aveva visto tutti quei morti e quei feriti. Seguono così nel libro: il lungo lavoro per anni in Afghanistan, dalla guerra civile dopo il ritiro dei sovietici al tormentato periodo successivo agli attentati alle Torri gemelle fino al ritorno al potere dei talebani, con la costruzione in quel vasto territorio, fra gli altri, di un centro di maternità nel Panshir, e del primo reparto a Kabul nel 2003 di terapia intensiva equiparabile per qualità a quello di Milano; l’attività in Ruanda (subito dopo la fondazione nel 1994 di Emergency) durante il genocidio, con la contemporanea campagna di Emergency contro le mine antiuomo supportata nel 1994 dal programma Tv di Maurizio Costanzo; l’apertura nel 2005/2007 del centro di eccellenza di cardiochirurgia “Salam” a Khartum in Sudan allo stesso livello di efficienza e di qualità di quello di Barcellona, e successivamente, la costruzione del centro chirurgico pediatrico in Uganda sul lago Vittoria, a milleduecento metri di altezza disegnato da Renzo Piano. Un ospedale pediatrico anche “bello” -precisa Gino- con i suoi muri di terra rossa, le vetrate spalancate sul lago, il tetto di pannelli solari, gli alberi di jacaranda nel cortile, ospedale nato da una singolare coincidenza fra persone di ideali anche estetici, e non solo ugualitari per assicurare a tutti, in Africa e ovunque, secondo le idee di Gino Strada, ciò che vorremmo per noi stessi, anche la bellezza. E cita Strada le parole di Renzo Piano mentre disegnava con il suo leggendario pennarello verde uno schizzo dell’ospedale.<<Questa parola [bellezza] -diceva Piano- ci è stata sottratta. In un mondo così tragico ormai ci vergogniamo di parlare di bellezza perché sembra una cosa frivola, leggera, ma è sbagliato. In realtà il bello è la massima aspirazione dell’uomo>> e a riprova, aggiungeva Piano di avere lavorato negli anni Ottanta a un progetto con il presidente del Senegal, il poeta Léopold Senghor, che gli aveva spiegato che in nessuna lingua africana esiste la parola “bello” separata dalla parola “buono”: una cosa bella per gli africani è anche buona; se non è bella non è buona Tornava nella vita di Gino la Kalokagathia degli anni liceali intuita, affermata e riscoperta come valore universale!... Altre esperienze narrate nel libro a testimonianza dell’impegno di Emergency e di Strada per soccorrere vittime civili non solo della guerra, ma anche della povertà e di altre forme di degrado e inefficienza sono: la lotta al virus Ebola in Sierra Leone nel 2014, e gli interventi in certe zone d’Italia, come intorno al 2010 a Castel Volturno, dove tutto sembrava lì lì per soccombere -annota Gino- sotto il peso di problemi da anni senza soluzione: camorra, caporalato, immondizia, abusi edilizi e una immigrazione apparentemente impossibile da censire; o in Calabria, durante la pandemia di Covid-19, una regione nella quale ogni anno -scrive- 60.000 calabresi vanno al Nord per curarsi perché non sono loro garantite le prestazioni che il Sevizio sanitario nazionale deve offrire a tutti i suoi cittadini per legge.
Nella sua autobiografia Gino Strada non difende solo il “diritto alla salute” per tutti, ma anche il “diritto a vivere” contro la guerra. Dopo anni passati tra i conflitti -confessa nel capitolo 8- mi sono scoperto saturo di atrocità, del rumore degli spari e delle bombe. E in molte pagine all’elenco dei milioni di morti delle due Guerre Mondiali e di tutti i successivi conflitti locali fino ad oggi affianca il ricordo del falliti movimenti per la Pace e per il disarmo nucleare, dal 1928 al manifesto di Russell-Einstein del 1955 (ma aveva detto Einstein già nel 1932 che la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire) all’attuale Orologio dell’Apocalisse messo a punto dagli scienziati atomici del “Bullettin of the Atomic Scientists” dell’Università di Chicago, secondo il quale, inserendo, fra le possibili cause della fine del mondo, accanto alla guerra atomica anche il cambiamento climatico e le epidemie, saremmo -con gli ultimi aggiornamenti- soltanto a 85 secondi dalla mezzanotte, cioè dall’autodistruzione. E l’allarme di Gino nel capitolo 11 non è meno terrificante:<<E’ inquietante pensare -scrive- che oggi esistano ordigni nucleari di una potenza tale da far sembrare la bomba di Hiroshima poco più di un petardo>>. Una toccante naturale poeticità hanno pertanto due episodi. Nel capitolo 12, la visita fatta da Strada, con la seconda moglie Simonetta, al cimitero dei soldati americani a Colleville-sur-Mer in Normandia: un prato all’inglese ben accudito con tante (9837) croci ordinate, tutte uguali, una stella di David ogni tanto… Quanti giovani uomini -osserva- stanno qui sotto, chi erano, da dove venivano… Quanti desideri e quante attese, quanta vita non vissuta stanno sotto i nostri piedi… L’aria è fresca e limpida, l’oceano è calmo… La natura non serba memoria di quello che è stato… Il mondo va avanti tranquillamente senza curarsi di noi: siamo noi che facciamo questa aiuola tanto feroce. Di nuovo un ricordo degli amati studi liceali, questa volta dantesco! Nel capitolo 14, la visita al Parco della Pace di Hiroshima (con relativo museo di reperti e immagini dell’esplosione) evocato fra il negozio di souvenir “stranamente” sovraccarico, per loro due occidentali, Gino e la moglie Simonetta, di origami a forma di gru e la storia del bimbo SadaKo Sasaki che aveva due anni quando esplose la bomba. Al bimbo, ammalatosi di leucemia 8 anni dopo, una amica suggerì di realizzare mille gru di carta sperando nella guarigione, secondo la diffusa leggenda giapponese che costruire mille origami di gru consente la realizzazione di un desiderio! Il bimbo completò le sue gru pochi mesi prima di morire a 12 anni, perché -come si sa- la boma atomica non disintegra solo al momento persone e cose, ma continua a uccidere per anni. Della “malattia” perniciosa della guerra per il generoso Gino Strada, se lo volessimo davvero, ci potremmo liberare, così come abbiamo sradicato -afferma- il vaiolo o abolito la schiavitù e la segregazione razziale ormai “superati” nella “coscienza umana”, anche se non mancano taluni odierni e odiosi ricorsi. <<L’utopia -diceva con caparbia combattiva Gino secondo quanto testimonia la moglie Simonetta nella Postfazione al libro- è solo quello che ancora non c’è>>.
Tornando all’interpretazione del presente, nelle ultime pagine dell’autobiografia, tuttavia l’utopista Gino è costretto ad ammettere che a oltre70 anni dalla “Dichiarazione universale dei diritti umani” nessun governo, nessuno Stato del pianeta ha costruito realmente quei diritti che si era impegnato a realizzare: cibo, cure mediche, istruzione, un posto sicuro dove stare. E denunciava già in quel 2020 che c’erano nel mondo oltre 40 (in realtà oggi sono 50) conflitti in corso, che 26 ultramiliardari possedevano più risorse della metà più povera del pianeta e che 11 persone ogni minuto rischiavano di morire di fame, mentre continuava a salire la folle spesa militare globale. E cosa dovremmo dire noi, circa gli armamenti, nel momento attuale? Ogni F-35 costa -calcolava Strada nel 2020- 135 milioni di euro, quanto allestire mille posti letto in terapia intensiva. E torna a insistere, senza demordere fino all’ultimo dal suo impegno civile e per la Pace, che sarebbe possibile vivere in modo diverso su questo pianeta, se si rispettassero alcuni principi indiscutibili e non negoziabili: i diritti umani. I nostri governanti -conclude ribelle e tenace- non lo faranno, non lo faranno i politici, spetta a noi in quanto persone… che si riconoscono semplicemente come membri della stesa specie invertire la rotta per evitare la sofferenza di centinaia di milioni di esseri umani. Le piccole gocce -dunque- che diventano fiume? E ci consegna una grande lezione, quando con nuda semplicità riflette che nel corso della nostra individuale esistenza aiutare qualcuno a vivere meglio è alla fine il vero senso di tutto! E gli fanno giusta eco, come una delle tante gocce/resistenza di responsabilità individuale consapevolmente assunta e trasformatrice del mondo, le parole affini della prima moglie che qui vogliamo con lui ricordare, Teresa Sarti, prima presidente di Emergency morta nel 2009: se ciascuno di noi -diceva Teresa- facesse il suo pezzettino ci troveremmo in un mondo più bello senza accorgercene.




