Gino Pantaleone, "Canti a Prometeo" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Ester Monachino
 
 
 
Quanta umanità nei versi di Gino Pantaleone raccolti in “Canti a Prometeo”… Dolentissima umanità.
Le ventidue composizioni, che si esprimono entro lo spazio strutturato del sonetto, potrebbero essere considerate un inabissamento carsico entro le profondità dell’animo dove è il sacro, dove la divinità si porge all’umano, dove l’interezza della natura essenziale lo tocca profondamente.
Catabasi temporale, dunque, nel mito, correlata ad  una anabasi nei giorni di un presente dilaniato e oscuro. Atmosfere non certo bucoliche o di lirica luminosità.
Prometeo, nella sua grandiosità essenziale, sta lì, sul monte, con l’addome spalancato nella ferita che riassume il cammino destinale umano nel travaglio della propria ascensione interiore.
Interrogativi roventi sulla condizione ontologica dell’uomo:
“Siete nascosti, siete vivi ancora/ immortali Dei di cielo e di terra/ o siete solo sogni degli umani”  (pag. 10).
Nella macerazione  indagante, il poeta si cala in una visione quasi insostenibile: “non c’è più una mano che ci accarezzi/…dove sei eroe d’un tempo anèlo” (pag. 12).
In questa sfera  di estrema solitudine, in un paesaggio apocalittico, nella perenne lotta tra bene e male sia nelle sfere invisibili che in quelle di polvere e di terra fra le strade del mondo e nei cuori umani che hanno perduto consapevolezza del sé profondo, si fa necessaria una breccia da cui si possa tornare a vivere, dignitosamente. Altrimenti, non ci sarebbe che la fine.
 E’ la stessa ferita, infine, lo spiraglio da cui può passare la luce. Questo spiraglio c’è, nei versi del poeta:
“Cercammo tra i rami secchi un bocciolo” (pag. 19): la ricerca ha la significanza dell’andare oltre lo status dolente. Già la ricerca ha in sé una valenza positiva.  E, più avanti:  “…solo il vero amore può consolare./ Vedendo Dei e bimbi giocare insieme/ ogni violenza sembrò dileguare” (pag. 23).
Bambini dal cuore puro: questo è l’universo auspicabile dove il fuoco dell’amore permea ogni cosa e si fa tempio di vita vivibile, espressione di una divinità che si mostra e non si nasconde. Invero, senza le tensioni dei vari culti religiosi ma in nome di una sacralità umana e cosmica che va oltre qualsivoglia tempio se non il cuore.
Espressione d’Essenza, l’uomo, spoglio dell’apparenza mercificata dei nostri giorni: “..chiedono d’essere non d’apparire” (pag. 25). Oltre l’apparenza, oltre gli abissi della separatezza, Poesia vivente d’Amore. Sta all’umanità rendere tutto ciò possibile. Il poeta, in cuor suo, già lo fa.

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