L'UNIVERSO E LE SUE RAPPRESENTAZIONI

 

 

      La scrittura è lo specchio dell'universo. Infiniti mondi si aprono in un romanzo, in una poesia, persino in un frammento, se la cometa/Bellezza vi sparge le sue polveri celesti. Il suo passaggio è nel cielo interiore, dove il silenzio è culla della parola, che si annuncia nella luce dell'idea dalla quale è generata e che essa accoglie nel proprio grembo lasciandone trasparire appena un lucore. Questa parola non crea come il Verbo che ''partorì'' l'universo. Perché non è madre ed è ''figlia'' dell'idea, che essa, tuttavia, precede, in quanto ci è data con la lingua, in cui è codificata e custodita, e col linguaggio che la rende parola viva,  accogliente l'ideale significato che ne costituisce l'anima e di cui essa è il corpo. La parola, dunque, non è l'atto creativo, ma il suo esito. Consegnata alla babele delle lingue, riceve una nuova vita dall'atto puro dello s-guardo che, obbedendo[1] alla voce, la trae dal silenzio, ove si raccoglie il linguaggio nell'assenza della Parola, la quale, tenendo fede all'appuntamento con quel sognatore, gli suggerisce la scelta e l'ordine delle parole: quelle che, per virtù poetica, le sono più prossime, perché “a sua immagine e somiglianza”.

      A differenza del linguaggio della quotidianità: quello, soprattutto, che si nutre delle apparenze visibili e di esteriorità; che ama la superficie e la chiacchiera, l'inconsistenza della luce, piuttosto che la leggerezza dell'essere e la profondità del pensiero; che non è il frutto dell'intimità e di fronte al quale il silenzio tace e arretra; diversamente da esso, la parola prossima, più vicina alla sorgente, nasce nella luce dell'oscurità, negli albori della notte. Meno umana perché va oltre l'uomo, più umana perché se ne allontana, questa parola della profondità e della contemplazione, che si fa s-guardo e visione, non ha altra voce se non quella che le consente il silenzio e ci è data col dono della scrittura che, più dell'oralità, ci avvicina alla meditazione. Allora scendiamo in noi stessi, nella quiete dell'interiorità, che è il luogo della scrittura creativa con la quale tessiamo le parole più profonde, alle quali diamo il nostro volto, la nostra anima. Ed esse sono il nostro specchio e c'innamoriamo come Narciso, ma in piena coscienza, della nostra alterità, della nostra essenza nascosta. Perché le parole sono custodi e ancelle dei nostri pensieri e ci mettono ''in contatto'' con lo spirito della Parola rivelando la nostra natura divina. La scrittura è il più bel dono che ci concediamo, perché donandoci ad essa ci doniamo a noi stessi. Essa è la nostra voce interiore, che cor-risponde al silenzio che ci parla e ci penetra e che noi ascoltiamo attraverso lo s-guardo. Con questo sognatore mettiamo il mondo in parentesi, ci allontaniamo da noi stessi avvicinandoci al nostro essere profondo, ci addentriamo nella notte per cercarvi la luce, e con l'ascolto giunge puntuale la visione, l'ombra amorfa, che nel corpo della parola sconfina nella pagina. Qui la scrittura ha la sua manifestazione. In questo spazio che le offre il grembo, essa è un labirinto, la «selva oscura» delle forme del testo, in cui si smarriscono i sogni, le anime, che, racchiuse dentro le parole, attendono che i nostri occhi si facciano s-guardo e le liberino con la contemplazione. La scrittura consegnata alla pagina è il ''paradiso perduto'', che ritroviamo, in parte, con l'interpretazione e, soprattutto, rimettendoci in cammino. Ogni opera è un'estasi e una caduta ed è una nuova trasmigrazione nel cielo della creazione, dove, donati alla Poesia, alla Bellezza, incontriamo idealmente lo sguardo di Adamo. Certi di non trasgredire alcun divieto, mangiamo dell'albero della visione e ci nutriamo del frutto della Parola.

      Scrivere è andare di sogno in sogno, ed è un infinito intrattenimento. Non c'è interruzione tra le opere, perché la fine di ciascuna opera è il cominciamento dell'altra, e il flusso del pensiero non si arresta quando cessano le parole, perché la pausa è la gestazione e l'attesa di un nuovo parto. La scrittura è il tempo dell'eternità, perché  nel silenzio della Parola essa ha il suo principio incessante e la sua fine sempre differita, mai conclusa. L'impossibilità di portare a compimento l'opera consente la nascita di nuovi mondi, di seguire nuove rotte, di navigare verso luoghi inimmaginabili sapendo che non ci sono approdi nel tempo che non conosce interruzioni e nello spazio che pure ci appartiene, in cui «siamo», in cui «diveniamo» Parola, puro spirito, anima e sguardo di Adamo. Non c'è approdo nell'infinito, non c'è approdo nella scrittura, che rispecchia l'universo nelle sue infinite rappresentazioni. Non conosciamo gli innumerevoli volti della scrittura, la quale imita la volta celeste, dove ruotano più mondi inesplorati. E inesplorata e ''fantasticamente'' reale resta la labirintica ''biblioteca di Babele''[2] composta da tutti i libri possibili, scritti per mano dei loro autori da un solo essere onnisciente, da un unico spirito universale. La Verità, che muove i mondi, rende tutti gli spiriti affini e dediti alla sua ricerca. Essa è la dimora del Linguaggio, della Poesia, ed è il Verbo, che si rivela ''muore'' e risorge nella parola facendo della scrittura il paradiso e il Golgota, quel circolo poiesico che è l'estasi, la caduta e l'eterno ritorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Obbedire, da ob-audire: ascoltare stando di fronte 

 

[2] La biblioteca di Babele è un racconto fantastico di Jorge Luis Borges

 

 

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