“Con Vincenzo Cardarelli la poesia è bellezza. Un classico del Novecento. Verso le celebrazioni dei Sessant’anni della morte” di Pierfranco Bruni

Vincenzo Cardarelli  ebbe sempre un rapporto particolare con la critica letteraria. “Sono rari quei critici che potrebbero sostenere un colloquio a quattr'occhi con l'autore che hanno giudicato”. È uno dei “moniti” molto forti che ha sempre accompagnato il suo essere poeta e scrittore di una prosa che ha segnato il Novecento. Poeta unico. Il suo Leopardi va oltre l’infinito e si ancora al porto della siepe – radici. Un poeta che ha cercato la bellezza. Vivendola tra la vita e le parole.
      In una lettera a Sibilla Aleramo, datata Roma, agosto 1909, Vincenzo Cardarelli scriveva: “… un artista non è soltanto un creatore della Bellezza, ma un suscitatore della Bontà; perché Bontà e Bellezza sono due nomi che esprimono una sola forma di vita superiore”. Si tratta, in un piccolo inciso, già di un manifesto poetico. La poesia come bontà e bellezza. Un modello di estetica che raccorda il sentimento della parola alla voce e al silenzio dell’anima.
      Uno dei poeti che ha segnato una linea ben precisa nel contesto del Novecento poetico Italiano, attraverso codici linguistici legati alla tradizione e all’estetica della bella parola (in un costante raccordo con il sentire dell’anima) è stato certamente Vincenzo Cardarelli. Il poeta del lirismo, della malinconia velata, delle nostalgie ancorate ai ricordi che non si dimenticano. Un poeta che ha attraversato i generi del primo Novecento e non si è lasciato condizionare. Anzi egli stesso è stato un attraversamento. Non si è fidato dei generi.
La sua poesia e la sua prosa (“d’arte”) hanno caratterizzato contesti storici e generazioni. In Il viaggiatore insocievole ha scritto: “Nessuno è mai riuscito a farmi un ritratto passibile e somigliante…”.
      I suoi testi, il suo costante anticonformismo sono una viva testimonianza. Testimone e protagonista dunque. Ma la sua opera detta, tra l’altro, un viaggio nella realtà della storia e definiscono dei percorsi in cui arte e letteratura fanno i conti con la storia del Novecento. Un poeta dell’anima dentro la storia del Novecento. Si pensi ai suoi primi lavori. I Prologhi di Vincenzo Cardarelli portano la data del 1916. Siamo in piena prima guerra mondiale. È l'anno in cui Antonio Salandra si dimette dal Governo. Le truppe italiane conquistano Gorizia e continuano la battaglia sull'Isonzo. Se ne contano, fino al novembre del 1916, nove.
 
      È  nei Prologhi (scritti tra il 1913 - '14) che Cardarelli sottolinea : "Che cosa staremmo a fare più insieme? Ci siamo dati quel che potevamo. Ci siamo rubati tutto il possibile. Abbiamo fatto la guerra e il saccheggio. Siamo stracchi del dovere compiuto e lordi delle fami soddisfatte. Me ne andrò. Non accetterò di prolungare questo giorno fumido che è tramontato in ciascuno di noi senza partorire una stella".
      Il gusto dell'arte per Cardarelli diventa "stile popolare". Ciò lo si riscontra sia nel saggio dal titolo "Italia popolare" sia nello scritto, che per certi versi resta fortemente emblematico per ciò che riguarda l'ideologia di Cardarelli : "Stato popolare - Riflessioni intorno al Fascismo". Entrambi gli scritti fanno parte della raccolta Parliamo dell'Italia edita da Vallecchi nel 1931.
 
      Nel numero 7 (luglio 1959) della rivista “l’osservatore politico letterario”, dedicato a Vincenzo Cardarelli (1887 – 1959), G. Titta Rosa sottolinea l’importanza dello “stile popolare” e il “gusto dell’arte” che vibrano nella poesia e nella prosa di Cardarelli. La nostalgia del tempo e la malinconia dei paesaggi (i cui luoghi non sono, in Cardarelli, soltanto luoghi geografici, bensì luoghi dell’infanzia, della metafora di una memoria che riporta immagini e sensazioni e questi si trasformano in leggeri ricordi portati a spasso dal vento, da quel vento che ha tocchi di antiche civiltà) sono un viaggio che la poesia compie tra i sentieri incantati dei miti.
      Gli Etruschi (i veri antenati di Cardarelli e della sua terra: Tarquinia), l’Etruria, la civiltà del paese, il ritornare al paese e il simbolizzare il paese come una eredità sono elementi di una poetica i cui temi fondamentali sono tutti giocati sul sentimento del ritorno e sulla allegoria del viaggio. Ma è la nostalgia la componente fondamentale non della sua ricerca (in Cardarelli non si parla di ricerca poetica ma di orizzonte poetico e di tensione lirico – sentimentale – onirico) ma dei suoi segni archetipici. 
      L’amore e il tempo, la partenza e l’attesa, il sogno (che non è il sognare soltanto ma è la “frase” della fantasia e del fantasticare nell’isola della creatività che assorbe il vissuto) e il ricordare sono percorsi di un labirinto dentro il quale la poesia si fa dolore – vita – grazia – magia. I suoi Prologhi, i suoi Viaggi nel tempo, le sue Favole della Genesi e poi quel Sole a picco riportano con la poetica del viaggio ciò che Titta Rosa ha chiamato “sapienza antica”.
      Tutto ha il sapore delle radici. Il senso dell’appartenenza alla Patria è un radicamento forte. Perché per Cardarelli radici significa appunto radicamento. La storia che si trasforma in memoria è un altro tassello di questo radicamento in una “passeggiata” tra i simboli che lo catturano. Il tema dell’amicizia e dell’identità è un progetto esistenziale ed etico che si raccoglie tra i segni del mito e del rito (si pensi, a tal proposito, alla poesia intitolata: “Camicia nera” da Poesie disperse, anche se il linguaggio e i toni sono aridi e poco lirici ma sul piano letterario e linguistico, al di là del contenuto che resta, è una “prova poetica”).
      E poi le parole hanno una bellezza non tanto solare ma piuttosto lunare. La luna, in Cardarelli, è la metafora della luce che ha toni scuri e nella sua luce c’è l’assorbimento del tempo antelucano, del sole che è stato (“saluto nel sol d’estate/la forza dei giorni più uguali”), dei meriggi (quei meriggi estivi?), dei tramonti (quel penetrare l’autunno e l’ottobre?), delle stagioni che salutano (“Benvenuta estate./Alla tua decisa maturità/m’affido”).
      E il sole è nella luna. La luna come melanconia e strappo del tempo lungo i giorni che sembrano coriandoli appesi alle età del vivere. Ma cosa è la poesia per Cardarelli? In una sua sottolineatura ha cesellato: “La mia lirica (attenti alle pause e
alle distanze) non suppone che sintesi. La luce senza colore, esistenza senza attributo, inni senza interiezioni, impassibilità e lontananza, ordini e non figure, ecco quel che vi posso dare”.
L’essenza nell’intreccio dell’esistenza del dolore e della consapevolezza. Ma anche della meditazione sul viaggio che si fa tempo e sul tempo che è viaggio. In quel suo riscoprire il senso dell’orizzonte delle origini la parola non è una cronaca ma una metafisica che si aggrappa all’anima e la poesia che non si rappresenta mai è soltanto il “racconto” o la recita lieve della testimonianza di una spiritualità nel paesaggio stesso dell’anima.
 
      Indubbiamente, Cardarelli ebbe un ruolo notevole nella poesia italiana del Novecento e lasciò il suo segno in un contesto ben preciso che abbraccia gli anni Venti, Trenta, Quaranta. Ma c'è da dire che la sua influenza è ben sentita tuttora soprattutto tra questi poeti il cui sentire lirico è tracciato sulla linea della tradizione.
      Nel 1919 fondò "La Ronda". Una rivista che ebbe una sua importanza sia per i collaboratori che vi scrivevano, sia per il progetto culturale (la difesa della lingua e della tradizione letteraria italiana) sia perché in quel periodo rappresentava un momento di sicura rottura nella temperie letteraria e, in modo più generale, culturale. C'è da precisare che "La Ronda" nasce in un momento in cui il Futurismo aveva rotto gli argini nei confronti della prosa d'arte e del rispetto della tradizione e costituiva la vera avanguardia italiana.
      I Prologhi nascono in un clima Futurista e nonostante ciò Cardarelli si impone con un modello d'arte che sta agli antipodi delle teorie formulate da Marinetti.
      Ciò sta, comunque, a dimostrare la vivacità reale all'interno della cultura degli anni Venti. Ma c'è di più. Cardarelli pubblica i suoi scritti importanti tra il 1916 e il 1939. Viaggi nel tempo è del 1920, Favole e memorie è del 1923, Il sole a picco del 1929 (con il quale gli viene conferito il Premio Bagutta), Prologhi, viaggi e favole raggiunge la prima edizione il 1930 e la seconda nel 1934, Il cielo sulle città è del 1938 e Poesie del 1939. Negli anni successivi pubblicherà altri testi come la sua edizione definitiva delle Poesie.
      Ma qui preme segnalare un fatto. Gli anni in cui opera e pubblica, Cardarelli, sono, in fondo, anche gli anni di maggiore affermazione del Futurismo. Queste due anime della letteratura convivono su uno scenario di straordinario spessore culturale in cui le proposte sia letterarie che artistiche si fanno garanzia di una vasta ed eterogenea discussione.
      L'avanguardia marinettiana e la prosa d'arte cardarelliana, pur contrapponendosi, si mostrano su uno stesso campo di ricerca e contribuiscono a svecchiare una Italia che era rimasta ancorata al mito del giolittismo. Sia il Futurismo (in modo piuttosto emblematico come la sua stessa storia racconta) che la prosa d'arte europeizzano l'Italia o meglio italianizzano letterariamente l'Europa. Titta Rosa ha osservato: “C’erano stati in Italia, e ancora c’erano, il dannunzianesimo, il pascoliamo, il crepuscolarismo, il vocianesimo col suo quasi indiscriminato europeismo, il futurismo: Cardarelli si schierò contro tutte queste cose. Voleva un ritorno all’ordine: nello scrivere, nelle idee, nel costume. E questo fu chiamato neo-classicismo. Ma era un classicismo che non poteva ignorare lo spirito romantico, e nemmeno il decadentismo. Quindi si trattò di un ritorno abbastanza complicato, se non composito”.
      Un processo all’insegna della tradizione attraverso i valori di una prosa che era espressione e tensione lirica. Il tutto all’interno di una dimensione esistenziale. Cardarelli su questo ebbe sempre le idee chiare. Una vita inquieta, ma una vita che ha attraversato il tempo, il tempo come viaggio e quindi, anche, come attesa nell’inquieto confronto con la parola.
     
      Vincenzo Cardarelli era nato a Corneto Tarquinia il 1° maggio del 1987. Il suo vero nome era Nazareno Caldarelli. Giovanissimo entrò negli ambienti giornalistici. Lavorò alla cronaca nera dell'"Avanti". L'"Avanti", allora, era diretto da Leonida Bissolati. Su questo giornale firma una rubrica dal titolo "Gocce di sangue". Partecipa, sempre negli anni che precedono la prima guerra mondiale, alla redazione della rivista letteraria "Lirica". Si incontra con letterati e poeti come Rosso di San Secondo e Arturo Onofri. Ma l'anno che lo vede protagonista sul piano della cultura è il 1919 con la nascita de "La Ronda", la quale vede la luce, anche se saltuariamente, sino al 1921.
      Un dopo guerra di grande interesse sul piano culturale e politico. Prezzolini con la sua "Voce" e poi Cardarelli con "La Ronda" costituiscono due fucine all'interno delle quali si discute sia di arte e di politica ma anche di ideologia.
      Cardarelli conosceva bene gli scritti di George Sorel. Durante i suoi anni trascorsi alla redazione dell'"Avanti" si era occupato di sindacalismo teorico e di politica. In letteratura il suo maestro indiscusso resterà fino alla fine Giacomo Leopardi. Il Leopardi sia delle Operette Morali che dello Zibaldone. Ed è proprio grazie alla lezione di Leopardi che "impone" il ritorno all'ordine attraverso "La Ronda" della prosa d'arte. Su questa rivista tra gli altri apparsero scritti di Sorel e di Pareto.
      Fu, indubbiamente, un'operazione coraggiosa quella di Cardarelli. Il ritorno all'ordine era in altri termini una proposta  di neo - classicismo nel quale dovevano convivere sia elementi romantici che decadenti. Ma l'operazione coraggiosa è da intendersi, come già si diceva, in quanto contrappose la sua posizione a linee segnate sia dal vocianesimo sia dal futurismo che marcavano profondamente il tessuto storico di quegli anni.
      Il suo percorso letterario è la testimonianza più viva di questa sua coerente posizione. Posizione che verrà sottolineata nei suoi saggi perché è qui che coniuga il poeta con l'uomo del pensare. Il dato creativo ha sempre, in Cardarelli, il sopravvento, ma è l'uomo creativo che segna il pensare dell'intellettuale che intellettuale non fu mai perché, dentro il luogo della sua consapevolezza, si imponeva come quell'uomo che viaggia nel tempo: tra le memorie e il quotidiano essere tra le cose della vita. Letteratura, dunque, come arte ma cultura, soprattutto, come idea.
      È appunto in Parliamo dell'Italia che si avverte questo bisogno di testimonianza al di là della poesia. Qui il cosiddetto ritorno all'ordine diventa il ritornare a recuperare l'etica di una civiltà attraverso i passi della storia, di una storia che si fa e sa diventare testamento oltre il messaggio.
      È tra queste pagine che riesamina il valore di un secolo quale fu il Cinquecento e contrapponendosi alla teorizzazione desactisiana chiosa: "Noi attribuiamo al Cinquecento una grande funzione storica nello sviluppo o accrescimento del nostro genio letterario e artistico nazionale. Lo reputiamo un secolo italianissimo, il più italiano della nostra storia. E non ci fa meraviglia che, in nome di una coltura nordica o gotica, la quale si dice europea, si continui a non capirlo, a non digerirlo, per il fatto che il Cinquecento costituisce la negazione in eterno di quella coltura".
      Nazionalismo come affermazione di una cultura che attraversa i segni di una civiltà che trova nelle radici storiche la sua peculiare identità. Ma Cardarelli di ciò ne fa anche una questione di natura linguistica. Cardarelli usa proprio queste parole riferendosi sempre al Cinquecento.
 
      "E' quello il tempo in cui, per la prima volta, si realizza la promessa di un linguaggio letterario che Dante definisce illustre e i cinquecentisti chiamavano comune  o nazionale e anche nobile. (…) Fu un culmine, dopo del quale non potevamo che scendere. Non per nulla si chiamò Rinascimento".
      Questo saggio "Parere su De Sanctis" pone l'accento sul ruolo che ha avuto il Cinquecento e sul valore del Rinascimento, ma il termini ideologici porta sulla scena quel principio di nazionalità ben evidenziato nell'altro scritto dedicato a "Il Risorgimento e Cavour", il quale annuncia, a sua volta, altri due scritti, ovvero "Italia popolare" e il già citato "Stato popolare - Riflessioni intorno al fascismo".
      È Mazzini che diventa protagonista in "Il Risorgimento e Cavour". Cardarelli si esprime in questi termini: "Spetta a Mazzini, più che a chiunque altro, la gloria di avere sfrancescato, naturalizzato in Italia l'idea dell'unità. Parlare di Mazzini è come parlare di un mito. Se ne discorre un po’ leggermente. Mazzini predicatore, Mazzini ligure che ha il senso del mondo, Mazzini che non perdona, è la fantasia e l'umore politico del popolo italiano. In lui non c'è più ombra di quello specioso patriottismo del liber'uomini del Primo Impero che vagheggiavano in Napoleone bandito all'Isola d'Elba il nostro eroe nazionale".
      Mazzini, dunque, come mito ma, soprattutto, come costruttore di storia e viene paragonato al Matternich della Rivoluzione.
      Così prosegue Cardarelli: "Con quest'uomo pensieroso che vive nel quadro naturale delle vecchie piazze italiane, delle botteghe di mestiere e delle case gentilizie, tra quel popolo degli Stati Pontifici e della Toscana granducale, antico, frusto, scaduto, ma urbano e di lunga memoria, a cui non conviene più che il nero, l'Italia del Risorgimento esprime dai principi della democrazia soltanto quello che è suo, che risponde al suo genio, ai suoi fini, con un sentimento così vivo e forte della propria individualità storica da far balenare alla mente l'Italia mistica e artigiana dei Comuni".
      Mi pare che sia una osservazione di sicura forza etica e politica che caratterizza tra le altre cose la ricerca di un poeta come Cardarelli, il quale viene ad essere recuperato nell'idea portante della Nazione, legandolo alla linea della tradizione e della sacralità che percorreva la cultura del Ventennio.
      È il Fascismo secondo Cardarelli l'erede dei movimenti popolari e della tradizione che ha caratterizzato l'Italia nel passaggio tra il secolo Diciannovesimo e il Ventesimo. Cardarelli afferma, tra l'altro, che il Fascismo ha restaurato, nel cuore del popolo, la Monarchia mentre è repubblicano lo spirito civile delle riforme. E tutto questo lo evidenzia in "Stato popolare - Riflessioni intorno al Fascismo".
      È appunto in questo scritto che si legge: "Noi abbiamo toccato il vertice della libertà civile e morale più volte. Non abbiamo conosciuto, si può dire, il feudalesimo. Se è esistito al mondo un popolo padrone del suo destino e artefice della sua storia, questo fu il popolo italiano. Dominato politicamente, in alcune epoche, da principi indigeni e forestieri, non fu mai spiritualmente servo di nessuno. Anzi la forza delle sue tradizioni e la civiltà dei suoi focolari furono tali, in ogni tempo, che anche le tirannie dovettero essere popolari in Italia, farsi una anima polare, parlare il linguaggio del popolo, vestirsi i costumi. Sicché i dominatori furono in sostanza dominati, cosa della quale si tien troppo poco conto quando si parla dei lunghi secoli di servitù italiana. Dove trovare in tutto questo gli appigli per una Riforma la quale presuppone una storia barbara, una plebe servile e un lungo, troppo lungo Medioevo?".
 
      La risposta di una siffatta domanda è nella conclusione del saggio stesso che chiude un discorso ben circostanziato ma potrebbe aprire anche oggi un dibattito vasto ed interessante. Ed è qui la conclusione:"…chi si faccia a considerare le vicende del nostro paese nell'ultimo cinquantennio, le vede come quelle d'un popolo profugo lungamente che soltanto nel Fascismo si riconcilia alla madre Italia e ci si ritrova".
      È sicuramente un elemento di portata storica e culturale notevole e lo è di più conoscendo Cardarelli come poeta, come poeta di una liricità profonda e come prosatore d'arte i cui riferimenti sono tutti all'interno del viaggio del tempo. Un viaggio come metafora e un tempo come trasporto di memoria e dei luoghi che conservano fascino e mistero. Ma anche un viaggio nel tempo della giovinezza che raccoglie nella sua conchiglia il paese e l'infanzia. I luoghi del suo essere sono i luoghi della memoria ma sono anche i luoghi del sapere.
      Cardarelli è certamente il grande poeta di "Adolescente", di"Amicizia", di "Estiva", di "Autunno", di "Ottobre", di "Amore", di "Distacco", di "Attesa" ("Amore, amore, come sempre,/ vorrei coprirti di fiori e d'insulti"), di "Passato" ("Dovevamo saperlo che l'amore/ brucia la vita e fa volare il tempo"), di "Spiragli" (Piano piano i minuti vissuti,/ fedelmente li ritroveremo"), di "Passaggio notturno", di "Nostalgia", di "Alla deriva" ("La vita io l'ho castigata vivendola/(…)/ Io annego nel tempo"), di "Ritorno al mio paese", di " Alle mura del mio paese".
      Cardarelli è certamente il prosatore di un'arte sottile ed elegante a cominciare appunto da Prologhi.
      Ma è anche il poeta delle Poesie disperse il cui esito lirico non raggiunge la tensione della sua grande poesia ma servono a testimoniare il viaggio di un poeta e di un uomo. Ci si riferisce ai versi di "Camicia nera", di "Canzone di marcia", di "Fato africano" e di altri versi come "La ballata degli impiccati". È in "Canzone di marcia" che si legge: "Essere uniti, amare la patria,/ portar con noi l'Italia…".
      Queste quattro poesie vennero pubblicate in momenti diversi. "Camicia nera" in "Quadrivio" del 20 agosto 1933. "Canzone di marcia" in "Tevere" del 30 settembre 1935. "Fato africano in "Gazzetta del Popolo" del 29 febbraio 1936. "La ballata degli impiccati" in "Il Giornale della sera" del 5 ottobre 1947.
      È certo che, soprattutto, in questo caso "Narrazione e eloquenza si coniugano in uno stile solenne, dove balena il ricordo della maniera civile di Carducci e D'Annunzio" (Clelia Martignoni).
      E questo stile lo si evince anche dalle pagine del "Corriere padano", dell'"Italiano", del "Tevere" e in parte minore da quelle del "Selvaggio" e del "Bargello", dove Cardarelli collaborava.
      L'itinerario letterario e culturale di Cardarelli è complesso, ma è il poeta che si testimonia con la sua storia personale e con la sua arte. Con il suo essere vero nel tempo del presente e nel tempo della nostalgia: "Lo sentii nella grazia/del tuo linguaggio,/fa lampeggiare l'occhio/ del tuo pastore" ( da "Sardegna").
      Ecco allora come il tempo della memoria diventa sì il tempo della civiltà ma si solidifica come il tempo della testimonianza. E in ciò vive la sua malinconia mentre le sue attese sono le parole che rapiscono tempo. E in conclusione. Luigi Bartolini ha sostenuto: “…spero che nessuno voglia incolpare Cardarelli di versipelleria o fi fascismo sbagliato. Ché chi, malaguratamente, lo incolpasse, ha, dianzi, il dovere di rileggere il libro ‘Parliamo dell’Italia’. Si tratta d’un libro pieno di profonde considerazioni, come di peregrine e leopardiane meditazioni” (in “l’osservatorio politico letterario”, N. 7, 1959).
      Vincenzo Cardarelli alle ore 11 del 15 giugno del 1959 si spegne al Policlinico di Roma. Così: “Morire sì,/non essere aggrediti dalla morte./Morire persuasi/che un siffatto viaggio sia il migliore” (da “Alla morte”). Comincia così un nuovo viaggio. Un nuovo e diverso andare nelle solitudini del tempo. Di quel tempo che non conosce (e non ha mai conosciuto) la cronaca e non ha mai creato dimensioni poetico – rappresentative.
      Ha scritto G. A. Gibotto: “La sua avventura d’uomo obbligato fin dalla stagione delle lecite dimenticanze, ad apprendere che la vera lezione della festa malinconica cui ci troviamo fatalmente invitati, non è che si muore, sfoggiando nell’ipotesi migliore una composta dignità, ma che si muore derubati” (Introduzione a Cardarelli. Lettere d’amore a Sibilla Aleramo, 1974).
      Il concetto del tempo resta fondamentale. Tempo e linguaggio. Non solo una metafora. Ma una metafisica dell’anima. L’opera d’arte, per Cardarelli, dentro questa metafisica dell’anima.
“…l’opera d’arte si matura in noi all’infuori delle nostre qualità e della nostra coscienza: specie quando l’opera d’arte è la scintilla che sprizza dall’urto delle nostre concezioni ideali, con le miserabili realtà della vita” (da una lettera di Cardarelli a Sibilla Aleramo datata Roma, ottobre 1909).
Un percorso, dunque, in quella grande poesia il cui senso è stato sempre raccordare la parola al sentimento. Ovvero la poesia dell’anima per un poeta che ha vissuto fino in fondo il sentimento della memoria. Di solitudine e di ricordi è vissuto: “Fin da ragazzo ho amato le distanze e la solitudine. Uscire dalle porte del mio paese e guardarlo dal di fuori, come qualche cosa di perduto, era uno dei miei più abituali diletti. Piacere e terrore mi portavano in certi luoghi romiti, sacri alla morte, a cui però non pensavo se non per quel tanto che m'impediva d'inoltrarmi troppo in un così pauroso reame”.
Muore a Roma il 18 giugno del 1959. Si lavora per celebrarlo a 60 anni dalla morte nel 2019.  Per Cardarelli si aveva grande rispetto. Un poeta nella classicità del Novecento con D’Annunzio, Ungaretti e Pavese, che ha fatto della tradizione la percettibile visione di una metafisica eretica.
Di lui Orsola Nemi dirà:  “L'ascoltavo rispettosamente, senza mai osare di rivolgergli direttamente la parola se non per salutarlo quando arrivavo e quando andavo via. Non soltanto sapevo, ma sentivo di trovarmi vicino a un poeta, e questo era tanto. La sua ritrosia, la sua povertà, la sua feroce schiettezza coincidevano perfettamente con l'idea che mi facevo del poeta italiano”.
 

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