Angelo Vita, “La didattica del dis-agio” (Ed. Medinova, 2019)

di Ester Monachino

Si è subito in pienezza di contatto col mondo introspettivo ed educativo di Angelo Vita leggendo il suo recente volume “La didattica del dis-agio” , edito con i tipi di Medinova; una raccolta di quarantasei testi che non sono soltanto scuola , soltanto realtà sociale, soltanto labirintica interiorità umana. Sono tutto  questo, insieme.

Con lo scrittore, eccellente cristoforo nell’accompagnarci con passo riflessivo, facciamo una breccia a scrutare la dimensione animica nelle sue intrinseche luci ed ombre. Soprattutto le ombre, più o meno oscure, tenui, sbiadite o catramose, del disagio.

Sfuggendo al pericolo della lamentazione o del già detto, Angelo Vita  -con ricco spessore intuitivo, logico e al contempo pragmatico e didattico-  rende significativo ogni tentativo volto a scavare, a studiare le problematiche del disagio togliendole dalla rigidità e dalla fissità connesse con la diffidenza, la noncuranza, la schematizzazione di una dimensione considerata talvolta insuperabile: l’indagine, invero,  che solitamente coglie la superficie emergente si poggia su due vettori: l’andare oltre ed in profondità. Cogliere quei valori che, nella quotidianità conformista e convenzionale, sono irrigiditi, massificati, poggiati su un interumano volto merceologico, livellatore e burocratico.

Per Angelo Vita è necessario ripullulare di senso ed essenza gli abissi dell’individuo, ridare spessore significante alle tempeste squassanti e alle brezze tempranti dell’intimo affinché il disagio sia non distruttivo ma costruttivo nel senso esperienziale, di crescita.

Così può instaurarsi una dinamica interrelazione fra soggettività e realtà sociale dando forza al mondo introspettivo di ciascuno, portando “luce nelle parti disabitate” ( pag. 30), dell’animo. E’ così che si misura la portata dei grandi passi della società.

La scuola, considerata come un Kantiere, (vedi pag. 49), non è un’utopia nel cercare di “ridare anima” (pag. 17) all’individuo: ogni esperienza, ogni evento, ogni vibrazione d’intento non è fine a se stesso; non è apparenza, illusione ma è un passo nella vita e per la vita di ciascuno.

Angelo Vita entra, dunque, in classe, entra nel nome comune del “disagio” e gli dà il peso di un nome proprio, tremendamente e misteriosamente legato e connaturato all’anima di un individuo che dà voce silenziosa agli occhi, perché l’urlo non ha fuoriuscita dalla bocca ma va oltre la gola fin nella balaustra dello sguardo. Vita vede e sa. Per questo le aule scolastiche sono trasformate in “uteri-psiché” (pag. 77); per questo, e seguendo le direttive di Mariano Loiacono, psichiatra/psicoterapeuta ed epistemologo globale, comprende “il travaglio che avviene nella nostra teofondità, nel nostro profondo, inconscio o parte ontologica” (pag. 100).

Si avallano sinergie esteriori ed interiori per una visione umana non frammentata ma globale, quell’interezza che è meta ed in se stessa forza salvifica, connessione sana col mondo senza scissioni e spaccature.

Per questo occorre sapere “leggere il corpo che siamo” (pag. 135) perché il corpo non è soltanto un grumo di terra, un pugno di ossa e sangue ma è anima solidificata, è spiritualità, energia fatta carne.

Nell’aula-utero/psiché si avanza verso la propria interiorità acquisendo sempre maggiore consapevolezza senza dipendenze d’alcun genere, senza condizionamenti dogmatici, in totale e splendida apertura d’Anima che ben sa come lavorare, ben sa come partorire, giorno dopo giorno, se stessa nella consapevolezza, in sanità.

Per dirla sacralmente con Paolo, in una sua lettera ai Corinti,  la divinità è scritta sulle tavole di carne degli uomini vivi. Uomini in interezza d’anima e corporeità. Questa è la parola vivente. Questo è il ragazzo, poi adulto, che più non scrive la parola “disagio” sul volto dei giorni.

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