Leonarda Brancato, "Il corpo, i segni, le parole" (Ed. Thule)

di Giuseppe Bagnasco  Oggi, non più, sugli architravi dei portoni dei palazzi d’un tempo, si mettevano effigi in pietra raffiguranti visi di mostri con lo scopo di tenere lontano gli spiriti maligni. Una pratica non certo come retaggio di credenze medioevale, visto che dai disegni o dalle strutture architettoniche rimaste, nei portoni dei castelli risalenti all’anno Mille, anno sintomatico della presunta fine del mondo e quindi epoca carica di superstizione, non troviamo nulla di ciò. E’ presente dal Quattrocento in poi fino alla fine del Seicento trovandone traccia finanche nel portone del manzoniano palazzo di don Rodrigo dove, inchiodati a testa in giù facevano bella mostra due avvoltoi neri ad ali spiegate e messi a difesa dagli spiriti maligni. E non diverso nella lontana  Estonia, come ci ricorda l’Autrice, della pianta dei cardi messi in un campo di grano per allontanare proprio i suddetti spiriti . Ed è da questa sindrome di superstizione (intesa come psicopatologica) che parte parallelo lo studio di Leonarda Brancato di Ciminna con il suo Il corpo, i segni, le parole- Medicina Rituale Tradizionale e Magia Popolare a Ciminna ieri e oggi ( Ed.Thule – Palermo 2017) nell’intento di scoprire quanto sono profonde nella mente le radici della superstizione lasciando alla cultura di colmare le lacune dell’ignoranza. Si tratta di un album etnoantropologico riguardo credenze, riti e rimedi per alcuni mali che spesso affliggevano non pochi paesani pervasi proprio da superstizioni e ignoranza. Una sequenza che parte, e non poteva essere diversamente, proprio come afferma il titolo, dal corpo umano che testimonia quella dualità che regola (come nella antica religione egizia) tutta l’armonia sia del cosmo che l’equilibrio fisico e immateriale dell’uomo. Nello specifico ci riferiamo al corpo e alla mente, una dualità che già si trovava nella locuzione “mens sana in corpore sano”del poeta Giovenale, dove la coniugazione della salute della mente con quella del corpo forniva  la ricetta del vivere bene. E ciò non differentemente da quanto insegnava tre secoli prima il grande Epicuro quando additava la conquista della felicità nella serenità dell’animo unita alla sanità del corpo. Esplorare quindi la mente, come in profondità fa la psicoanalisi, e vedere ciò che ha maturato nel tempo a cominciare dalle ipnosi delle false credenze. E la Brancato  intraprende questa esplorazione con un programma di scavo, un lavoro certosino di archeologia psicologica nel tentativo di portare alla luce quel mondo irrazionale, retaggio di un analfabetismo generalizzato che lasciava spazio a incredibili credenze. Ma ciò non con lo scopo di suggerire ipotetiche soluzioni terapeutiche, né di ricercarne storicamente le cause, ma come raccolta di testimonianze etnoatropologiche, surrogate comunque da una disciplina inquisitoria che non a caso affonda le radici nei suoi percorsi universitari. Testimonianze che la Nostra prende in esame, sia riguardo alcune ancestrali usanze tradizionali, fatte di parole e rimedi empirci per la cura di alcuni mali del corpo, sia per altre eseguite con segni magici da alcuni “maghi o maare” capaci di fare uscire dal corpo, dal suo “dentro”, certi “esseri” che lì, ad opera maligna di altri, si erano annidati. Nello specifico, a parte l’esame sulla “matrazza”che riguarda esclusivamente le donne, l’indagine intrapresa verte sopra “u scantu” e “a fattura”. Leonarda Brancato, fedele allieva dell’illustre demoetnoantropologo Ignazio E. Buttitta, che qui cura la prefazione, esamina con giobbesca pazienza, viste le numerose reticenze, i “cunti” delle persone ciminnesi intervistate  ritenute a ben vedere come ultime custodi delle conoscenze sia sulle proprietà terapeutiche delle erbe e delle piante, sia sui loro benefici effetti per la salute psicofisica delle persone. Questo per quanto riguarda “u scantu”. Invece per le malattie dovute a “fattura” dove la medicina rituale tradizionale non era in grado, né lo poteva, dare risposte efficaci, la gente ricorreva all’intervento di persone  per lo più donne chiamate in gergo “maare”. Tra queste, per completezza d’informazione si devono distinguere dalle innocue chiromanti, figure  più inquietanti come le negromanti, esperte (così si credeva) nell’interrogare i demoni e allontanare dal corpo, al pari delle richiamate figure mostruose poste sopra i portoni, gli spiriti maligni. Pertanto, a parte i “duttura sarvaggi” che si occupavano “du scantu”, quelle che più hanno intrigato gli studi della Brancato sono state le suddette “maare” (megere o anche maghi), che operavano nell’occulto, capaci di affatturare o di converso disaffatturare un maleficio. Personaggi che lo stesso Dante, nella cui epoca simili credenze ancora trovavano credito pur nell’evoluzione dei liberi Comuni, confina nell’XI canto dell’Inferno. Quindi nello specifico persone “specializzate” nel togliere “u pignateddu” (cioè la fattura) per ristabilire l’equilibrio biologico ed esistenziale  di quanti, vittime di dimora di “esseri” in qualche modo dannati, avevano avuto sconvolgimenti nella loro vita economica e relazionale. E detti “specialisti” facevano ciò usando un rituale fatto di mezzi, segni e parole incluse formule segrete e rivelate solo in punta di morte a chi era stato prescelto a continuare detto ”Ufficio”. In tante, queste “maare” furono considerate dalla società più “evoluta” alla stregua di streghe che, sorprese o perché denunziate, furono dal Tribunale della Fede equiparate alle eretiche e di conseguenza mandate al rogo. Una terribile “abitudine” che fu rafforzata specie dopo il Concilio di Trento, sebbene preesistente da secoli, con roghi le cui condanne corrispondevano in numero proporzionale all’espandersi delle periodiche epidemie di peste, la cui causa era invariabilmente addebitata a queste povere infelici. E come non andare con la memoria agli “Untori”di  manzoniana memoria o alla “Storia della colonna infame”?  Per quel che riguarda la Sicilia (breve digressione) saranno il Vicerè Domenico Caracciolo, che abolì il nefasto Tribunale (che comunque all’epoca, come un vero postificio, aveva dato occupazione a circa ventimila addetti) e la successiva Rivoluzione Francese, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1789) a dare formalmente  inizio ad una uova era. Diciamo formalmente perché ancora dopo, (nel 1795) a Palermo fu giustiziato (esecuzione avvenuta nel Piano di S.Teresa, odierna Piazza Indipendenza) il giureconsulto F. Paolo Di Blasi per le sue operative idee filogiacobine. Fatto compatibile col contesto internazionale giacchè  mesi prima a Parigi proprio dai giacobini era stata ghigliottinata la regina Maria Antonietta, sorella della più energica Maria Carolina, regnante sulle Due Sicilie. E ribadiamo  formalmente perché nell’immaginario collettivo continueranno ancora a resistere quelle ancestrale credenze popolari sul potere di guarigione sia dei “duttura sarvaggi”, chiamati spesso per l’impossibilità economica di rivolgersi ai tradizionali medici cerusici, sia di ricorrere ai servizi delle “maare” per quei mali addebitati alle “fatture” per le quali la medicina tradizionale era ovviamente impotente. Per inciso  riguardo i medici cerusici ricordiamo che a Napoli, come retaggio della Scuola medica salernitana di Federico II, il governo borbonico aveva fondato il Collegio Medico Cerusico di altissimo livello ( Scuola di Medicina) che il solito governo italiano  chiuderà colpevolmente nel 1871. Leonarda Brancato quindi, per riprendere l’esposto, deve proprio a queste suddette “resistenze” se ha avuto modo di indagare dal vivo e lasciare una documentata memoria  del complesso di quei riti, inclusi quelli di magia, che per tanto tempo furono collaterali alla cultura del tempo. Il corpo, i segni, le parole  costituiscono pertanto un pregevole documento che mette a fuoco un mondo parallelo paramedico o pseudo tale, fatto di espedienti terapeutici atti a ricercare, come l’Autrice afferma nelle sue conclusioni, quel benessere individuale e familiare pur senza arrivare, aggiungiamo noi, a quella Ricerca della Felicità così come si legge nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Nell’estensione filosofica Essa sottolinea inoltre come l’insieme di culti e credenze, laddove in ogni civiltà e in qualunque latitudine del globo fioriscano, siano funzionali alla risoluzione della eterna lotta tra il “caos”, scatenato  dallo “scantu” o dalla “fattura” e il “cosmos” inteso come ordine che si ristabilisce. Ordine che, secondo le testimonianze, si raggiungeva per il primo, tramite speciali terapie eseguite dai “guaritori” che contemplavano la manipolazione della parte del corpo interessata, usando solo le mani. E non a caso la parola corpo è la prima  del titolo del presente volume. Leonarda Brancato attraverso lo studio delle persone con cui è venuta a contatto, oltre a riportarci credenze ritenute ancora valide da alcune ciminnesi (come nel testo testimoniano le interviste a “o zzu Giuvanni” e a Vincenzina), ci offre conseguentemente uno spaccato antropologico di quella parte della società e delle sue tradizioni popolari, altrimenti  destinate all’oblio. Sta qui il valore di questo lavoro che va ad aggiungersi a quello di altri più famosi studiosi quali, per antonomasia, l’etnoantropologo Pitrè o il demologo Salomone Marino. Per finire una nota conclusiva. Lo studio delle tradizioni popolari fatto con valenza scientifica e rigore di ricerca, oltre che con costanza e spirito di sacrificio, assume una importanza capitale per ciò che è stato quello strato di  società,e ciò a prescindere a quale etnia appartenga o in quale luogo è comparsa. La conoscenza delle nostre radici culturali specie  quelle popolari, le più autentiche in assoluto perché non deteriorate come altre da un certo progresso  spesso utile e riformatore, a volte distruttore di identità, serve soprattutto alle generazioni che verranno per sapere chi furono i nostri progenitori, sia per come vissero sia per come si consegnarono alla loro storia, anche se spesso ossessionati da credenze dovute all’ignoranza o travolti da una psicosi collettiva. Ma furono, nel loro essere, interpreti autentici e scrissero, con le loro tradizioni trasmesse oralmente pagine che, senza l’apporto di studiosi quale Leonarda Brancato, non avremmo mai conosciuto.

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