Crisi della democrazia o crisi della politica?

di Corrado Camizzi

 

Scrive Giuliano Ferrara, sul Foglio del 23 Agosto, commentando un editoriale di Ernesto Galli della Loggia comparso sul Corriere: “In Italia i governi sono deboli, il Presidente del Consiglio un coordinatore alla pari con i suoi ministri, senza forza politica autonoma, dipendente dai poteri del Quirinale e da maggioranze gracili e politicamente divise, che non gli rispondono, da qui l'eterno governo del rinvio o non-governo, l'assenza di un quadro di comando politico o amministrativo, il delirio delle autorità che [servono] solo a riprodurre la tecnica della mediazione floscia al vertice del potere e a selezionare le cose da rinviare per paura del decisionismo”. E lo stesso Ferrara prosegue - in tema di “paura del decisionismo” - facendo gli esempi di governi fortemente frenati, nella realizzazione dei loro programmi, da tutto ciò che si è detto, come Craxi, Berlusconi e Renzi, costretti a subire l'influenza dei cosiddetti “poteri forti”. Si potrebbe aggiungere anche l'esperienza tecnocratica di Mario Monti che arrivò a teorizzare il ricorso, in caso di emergenza, al “podestà forestiero”, il Tecnico, per commissariare la Politica, cime garanzia del Paese versi i Poteri forti europei, con tanti saluti, non tanto alla Democrazia, quanto all'indipendenza nazionale. Si potrebbe anche ricordare che, in fondo, è la stessa Costituzione repubblicana, ispirata ad un'autentica fobia del decisionismo, ossia il rischio di un primato dell'Esecutivo che finisce per minimizzare l'autonomia a vantaggio del Parlamento; ma essendo questo controllato dai partiti, si dette vita, negli anni dell'immediato Dopoguerra, ad una vera e propria partitocrazia. Senonché la “morte delle ideologie” ha portato, negli ultimi trent'anni, alla fine dei partiti: a questo punto, la crisi della democrazia parlamentare è divenuta -tra Tecnocrazia, Populismo e Multiculturalismo- crisi della Politica (si veda il saggio di Lorenzo Castellani e Alessandro Rico sulla ipotetica “Fine della politica”), dimenticando che, essendo la Politica l'essenza stessa del “vivere insieme” onde realizzare il “Bene comune”, essa non può finire, indipendentemente – come insegnò Aristotele (!)- dalle forme istituzionali che il Potere, nel mutare delle circostanze concrete viene assumendo. In circostanze normali, la Democrazia rappresentativa, con la relativa separazione dei poteri, è senz'altro, se non quella perfetta, la forma preferibile in assoluto. Ma in una situazione emergenziale, in cui il Bene Comune – obiettivo vero del Governare- si dimostra irrealizzabile, nulla impedisce il ricorso provvisorio ad una diversa modalità dell'esercizio del potere. Ed ecco le proposte di democrazia “diretta”, di “commissariamento” della politica o i vari, improbabili, Populismi. Oggi come ieri!

Il problema è eminentemente culturale e consiste nell'erroneo scambio del Mezzo, il metodo democratico, col Fine, il Buon Governo, errore commesso da un'opinione pubblica fuorviata e perfino strumentalizzata dalla cultura dominante, non sempre per mere motivazioni scientifiche... che ha impedito al popolo italiano di conoscere adeguatamente la propria storia, recente e remota, il che gli ha offuscato la memoria storica e, con essa, la coscienza civica e la consapevolezza politica. Spieghiamoci con un esempio. Nel 1918, l'Italia usciva dalla Grande Guerra, vittoriosa ma stremata dallo sforzo: deficit finanziario, ordine pubblico, riconversione all'economia di pace, disoccupazione: tutti problemi che il ceto politico liberale dimostrava di non essere in grado di affrontare, mentre montava una vaga e generica quanto pervicace “voglia di contare” dei reduci, delle generazioni giovani e dei ceti piccole e medio-borghesi, che i politici non mostravano neppure di comprendere. In tale, pericoloso, frangente, Vittorio Emanuele risolse di richiamarsi alla lettera dello Statuto Albertino, scavalcare il Parlamento, dando vita ad un Governo del Re (non più “del Parlamento”), nello spirito del costituzionalismo puro: un Esecutivo forte, sufficientemente libero dalle bardature di un parlamentarismo chiassoso e parolaio, realizzò un governo di emergenza capace di affrontare i problemi principali del momento: la posizione internazionale dell'Italia, l'ordine pubblico, la situazione finanziaria e la ristrutturazione della scuola. L'efficienza e la rapidità con cui se ne avviò la soluzione fecero sì che Mussolini acquistasse prestigio di politico e fosse accreditato di stoffa di statista che non tardarono a trasformarsi in carisma di autentico “Uomo della Provvidenza” e conferirono al suo Governo il carattere più di “Dittatura di Popolo” che di Governo costituzionale e, come tale, assolutamente insostituibile. Lo si vide chiaramente in occasione della crisi Matteotti, in cui, anche un fatto obiettivamente gravissimo -come l'assassinio di un autorevole oppositore, maturato comunque in area filogovernativa- non riuscì a far emergere alcuna soluzione alternativa, per cui al Re, dinanzi all' “Aventino”, non rimase che confermare la fiducia a Mussolini, e fu la Dittatura, il cui atto di nascita è il famoso discorso del 3 Gennaio 1925, con cui Mussolini avocò “tutto il potere a tutto il Fascismo”.

Ma qual era il contenuto di questa formula, sintetica e suggestiva, ma anche, in sé, equivoca e (alle nostre orecchie) abbastanza inquietante, in cui si riassumeranno vent'anni di vita della Nazione? Non si trattava di creare un sistema totalitario: la grande politologa Hanna Arendt e il massimo storico del Fascismo Renzo De Felice, insieme con altri illustri Autori, non riconoscono nel Fascismo i caratteri dello Stato totalitario, evidenti, al contrario, nel Bolscevismo e nel Nazionalsocialismo. Si restava nell'ambito classico di una Dittatura cesaristica, fortemente carismatica.

In sostanza, che Dittatura fu quella del “Duce”? Fu accentramento dei poteri nel Governo, di cui Mussolini era il Capo indiscusso, in una struttura generale, dello Stato e della Società, autoritaria e gerarchica, che, se lasciava sostanzialmente integre (naturalmente nell'accezione culturale del tempo, assai meno preoccupata delle “garanzie” individuali di quanto non sia oggi) le libertà civili, annullava praticamente quelle politiche.

Se questa fu la cornice del quadro, quale la scena in esso costruita?

Fu Dittatura, ma nel dialogo internazionale l'Italia fu considerata sempre fra gli interlocutori principali.

Fu Dittatura, ma nella Sicurezza: la criminalità fu repressa con decisione, tanto che i reati contro le cose e le persone si ridussero a limiti invidiabili per tutti i Paesi più avanzati, in Europa e fuori; Mafia, Camorra ed altre associazioni criminali scomparvero di fatto e ciò senza creare nel Paese una pesante atmosfera poliziesca, ma con l'opportuna discrezione, la pace e l'ordine furono perseguiti nel Diritto, sotto l'impero della Legge , lo dimostrano l'imponente opera di codificazione (non si trattò solo dei classici Quattro Codici, Civile , Penale e relative Procedure, ma di una ristrutturazione completa della Legislazione italiana amministrativa, fiscale, del Lavoro, e così via) realizzata in pochi anni e, per riconoscimento unanime, ad altissimi livelli tecnici; nel pieno rispetto dell'indipendenza della Magistratura ordinaria. Per le esigenze fatalmente connesse ad una Dittatura, di repressione di “reati politici”, fu creato un “Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato” con competenza a quelli, e solo a quelli, ristretta, proprio per salvaguardare la libertà dei giudici ed impedire la subordinazione della Giustizia ordinaria.

Fu Dittatura, ma tesa ad una più piena giustizia sociale: in pochi anni, in applicazione dei principi direttivi della Carta del Lavoro, l'Italia, quasi priva di leggi a tutela dei lavoratori, vide attuarsene un complesso così ampio ed articolato da far riconoscere all'Organizzazione internazionale del Lavoro, nel 1938, che si trattava di uno dei Sistemi di Legislazione Sociale più avanzati al mondo: era nato l'italiano welfare state...

Fu Dittatura, ma la quantità, rapidità ed efficienza della realizzazione di Opere pubbliche di ogni specie, senza casi scandalosi di corruzione, le rese addirittura proverbiali, a cominciare, ovviamente, dalla bonifica integrale dell'Agro Pontino.

Fu Dittatura, ma la cultura rimase viva e feconda: la Fondazione Volta, per l'organizzazione di Convegni scientifici internazionali ad alto livello, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, le nuove tecnologie (che permisero, per esempio, di acquisire un riconosciuto primato nell'industria aeronautica) trovarono il loro culmine nell'Enciclopedia Italiana alla quale Giovanni Gentile chiamò a collaborare i massimi esperti di tutte le discipline (indipendentemente dalla loro adesione ideologica al Regime, e ciò senza sostanziali difficoltà: Benedetto Croce, ad esempio, fu ripetutamente invitato a collaborarvi). E nella Scuola l'insegnamento rimase tanto libero che da essa uscirono i giovani, liberali, marxisti e cattolici democratici, che dettero vita … alla Resistenza. Fu Dittatura, ma che seppe imprimere all'Italia un tono e uno stile di vita pubblica da accattivarle, per la prima volta in tanti secoli di storia, la stima e la considerazione politiche di quegli stessi stranieri che, prima, quando ammiravano l'Italia, lo facevano per la sua bellezza naturalistica e monumentale, per la sua cultura, per la sua genialità ma non certo per le sue virtù civiche.

Di fronte a tale panorama di “Buon Governo”, sia pur realizzato nel clima illiberale della Dittatura, per aver saputo realizzare, finalmente, “l'Italia degli Italiani” e per aver affrontato tutti i problemi del Paese, alcuni risolvendoli, di altri impostando la risoluzione, ben pochi mancandone, si pongono indubbiamente alcuni errori ed un'autentica onta.

Tra i primi, la mancata attuazione del sistema economico-sociale corporativo, che doveva costituire la sostanza ideologico-istituzionale del Regime, lo “Stato Nazionale del Lavoro”, che rimase invece poco più che un'aspirazione; poi, il velleitarismo, sempre più imprudente ed improvvisato, della politica estera, dall'affondamento franco-inglese, troppo rassegnatamente accettato, della saggia iniziativa degli accordi di Stresa, all'assurdo Patto d'Acciaio ed al conseguente, sciagurato, intervento in guerra.

Infine, l'onta delle leggi razziali, inammissibili sotto qualunque aspetto. Concessione al Nazionalsocialismo, traduzione legislativa di un becero antisemitismo, fin troppo diffuso a livello popolare e di matrice cattolico-fondamentalista, o inconsistente “razzismo spirituale” d'ispirazione evoliana, esse restano un atto giuridicamente ingiustificabile e moralmente deplorevole.

A questo punto, dopo il dramma della guerra perduta e ancor più tragicamente conclusa con la guerra civile e la mattanza dei fascisti o presunti tali, la cultura nazionale, anziché avviare il processo di storicizzazione critica del passato del Paese, sia pure nei tempi e nei modi compatibili con la gravità delle ferite da esso subite, all'insegna di quel “presentismo” che -come spiega Ernesto Galli Della Loggia- rovesciando e appiattendo tutto sul Presente, annulla il senso storico nei popoli e li rende incapaci di comprendere il significato dell'esperienza vissuta, coinvolgeva, in una generica e universale condanna, le Istituzioni stesse e le vicende, tutte, dello Stato unitario dal Risorgimento alla Grande Guerra ed al Fascismo, che diveniva il “Male assoluto”, che Tutto insidiava e inquinava. Una vera e propria “iconoclastia della storia nazionale”, per opera -consapevole o no- di tutto il sistema informativo e pedagogico, ha finito per deformare l'opinione pubblica italiana e ricreare la frattura tra Governo e Paese che oggi si esprime rifiutando la Democrazia rappresentativa -ossia la sola effettivamente praticabile- e immaginando improbabili democrazie “dirette”, magari digitali o, addirittura una democrazia “dell'incompetenza” teorizzata, che finisce coll'essere la, ormai famosa, “democrazia dei creduloni” e minaccia di rendere l'Italia assolutamente ingovernabile.

 

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