"Ricordare Francesco Carbone, tra distruzione e ricostruzione" di Aldo Gerbino

A volte riluce, vago e inconsapevole, il desiderio di ricordare, di ricostruire, quasi per un processo di anastilosi esistenziale (iniziando, come in archeologia, dai pochi elementi distrutti, abbandonati per le strade degli anni), ponendomi, così, alla riconquista del ragazzino ch’ero stato in età scolare. Tale pulsione, avrebbe forse detto l’amico scomparso Francesco Carbone, pencola (citando Mendes) tra «lo spirito di costruzione e quello di distruzione» (nel modo in cui accade nella evoluzione delle culture); e, per quanto mi riguarda, avverto, prepotente, come il tutto ruoti – a partire fin dall’ecosistema cellulare con le proteine catastrofina e tau – intorno a processi distruttivi e volontà di possibili ri-costruzioni. Certo, in quel tempo io non sapevo, non immaginavo, impegnato per altro a leggere il sussidiario Cervino o il testo consigliato dai programmi ministeriali del tempo, il Cuore di De Amicis, utili a traghettarci, non senza pressanti ansie da prestazione, dalla Scuola Elementare alla Scuola Media. Eppure, ricordandomi oggi, da settuagenario, dei miei penetranti silenzi, delle immature quanto insistenti riflessioni innaffiate da iniziatiche letture, classificabili, per la giovine età, ‘più impegnative’, senza per questo tralasciare i muscolosi e indipendentisti fumetti dell’eroe dal berretto confezionato con pelliccia di castoro, Blek Macigno, rivivo quel periodo come una piccola alchemica fornace delle contraddizioni, con le storte che impongono la vocazione a distillare parole, suoni, fatti, affinché possa raggiungersi un assetto il più possibile armonico al tempo-spazio in cui siamo involontariamente discesi. O forse, chissà, molto semplicemente ero combattuto tra il capire e la percezione di non voler sapere, né di immaginare, allo scopo di prolungare il meraviglioso tempo del limbo. Però, il ‘cancello delle dalie’, così chiamavo l’ingresso delle nostra abitazione d’allora, è stato, per me, in una successiva e adulta fase dogliosa – l’eclissi dell’esistenza di mia sorella Lia avvenuta nell’agosto del 1994 – segno di urgente rivisitazione, non fosse altro che per quella cromia di un tempo resa ancor viva, più che dall’automatismo del ricordo, dalla chimica per certe fragranze, per certe pigmentarie consistenze, concretando, in forma di minuscoli astri, la particolarità di alcuni fiori: le dalie, appunto, le giorgine (in quanto dedicate ad Amadeo Georgi di Pietroburgo) dai variopinti capolini. Son quelle dalie che mio padre, uomo dai robusti baffi coltivati in un volto gentile, amava curare, durante il suo tempo libero, nel piccolo giardino antistante alla casa posta, – come rotolata da celesti altezze, – sotto la Rocca di Termini Imerese (s’intende la Termini Alta percorsa dai venti stesicorei). Una vera e propria naturale tolda lanciata sul golfo imerese su cui si specchia il massiccio mesozoico dell’Eurako, il Monte San Calogero, per poi aprirsi, mirabilmente, alla più ampia distesa tirrenica la quale mostrava, nelle giornate calme e limpide, ma soprattutto in quei meriggi primaverili investiti da una pioggia inattesa e breve, i profili prossimi delle ultime propaggini delle Eolie e, di fronte ad esse, il Capo di Buongerbino (com’era indicato dalla Relatione della presa di due galere della squadra di Sicilia, fatta dalle galeotte di Aligeri del 1674, a firma di Don Pietro Antonio Tornamira), fino a lambire le scoscese falesie di Monte Pellegrino o le acuminate guglie goticheggianti di Monte Cuccio; quindi Palermo, la città che, nel suo magma di nobiltà e ferocia, m’avrebbe adottato e formato. Di tali impressioni parlavo con Francesco, rattristato per la morte di mia sorella, e, al contempo, dei miei incerti tentativi di ricostruire volti, amarezze, disillusioni, gioie sciorinate tra gridi di noi fanciulli mossi nervosamente su tale lembo di terra. Da tali conversazioni gemma la cartella Il cancello delle dalie, in limitata tiratura e le cui due poesie, dedicate a mia sorella e a mio padre, sono incrementate nel loro peso specifico da due acqueforti di Salvatore Caputo che colgono, di quegli anni Cinquanta, la vecchia abitazione tardo-liberty in diurna e in notturna, nel deciso avanzare del tempo: l’ ‘accendi’ e ‘spegni’ («mi bbrisci e mi scura»: ‘faccia giorno e faccia notte’), nel modo in cui ribadisce poeticamente, in dialetto messinese, Antonio Saitta nel suo ’U cottu, mettendo in rilievo come in tale accendere e spegnere trascorra l’esistenza tra turbamenti e impalpabili gioie. Mancava all’intima edizione dell’Autore una ‘premessa’. Chi, meglio di Francesco, esperto in costruzioni e distruzioni, poteva fornire adeguata indicazione critica? Così fu; una paginetta, pochissimo conosciuta (che rimandiamo alla lettura dei volenterosi) stilata per sua spontanea offerta, in quell’autunno del 1994, prossima a quell’inverno di Francesco che lo avrebbe raggelato, a ridosso del Natale del 1999, sul solco ribollente del terzo millennio.

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