“Leto, o contro la retorica” di Anna Maria Esposito

Quando A.B.Oliva curò le sue prime grandi mostre definì il suo lavoro: “contro il metodo”; adesso, a distanza di trent’anni, un pensiero mi gira per la mente, ed è l’evoluzione logica di questa definizione: ovvero, ‘Leto, contro la retorica’.
La sontuosa mostra, ospitata a Palazzo Sant’Elia, a cura della Fondazione Orestiadi, nell’aprile dell’anno trascorso, è segno certo del suo successo.
Voglio condividere con voi il racconto della mia visita: l’esposizione è un magazzino, un bazar. Ma non fisico, piuttosto mentale.
Una vita di pensieri che si materializzano, di volta in volta, in creazioni artistiche che si susseguono freneticamente, mentre gli anni scorrono come un fiume.
90 opere, una ricca produzione, di un artista che vive per creare. Ha scelto un volontario esilio (S. Stefano di Quisquina, in provincia di Hong Kong, dice lui), come un monaco sceglierebbe un monastero, e così l’esito è un’evoluzione “statica”, che ancora conduce al dubbio. La domanda continua a non avere risposta.
L’animo di un artista è un trasparente mistero, se lo si guarda per ciò che è: un uomo che ha scelto questa via, per raccontare la sua verità.
E’ uno dei modi per avvicinarsi all’artista: osservarlo.
Mentre Alfonso Leto analizza il Mondo, ecco che sua vanità lo tradisce.
Una mostra di questo spessore, così ricca, lo mette a nudo, senza scampo. Non ha più difese. E, mentre si mostra, ci rivela la sua intima natura, che è invece la ricerca, appartata. Quindi, il suo, è in verità un fallimento, nel tradimento delle sue pulsioni più intime.
Ma, poiché l’intelletto lo aiuta (stimolanti e profondi i suoi aforismi che “condiscono” la mostra, come certe spezie completano e insaporiscono i piatti etnici), allora, egli rivolta la sfida. Sta al gioco, fa l’istrione, si mostra e spiega con pazienza, ad ogni visitatore, il senso delle sue opere.
E sorride. Si capisce che tiene, dentro sé, il suo segreto.
Nonostante le numerose esposizioni ed il successo, il mistero rimane: l’anima profonda è  da disvelare.
Ci è necessario, allora, accontentarci di ciò che ci mostra.
Accontentarsi di molto, però: le opere sono maestrali e, mentre l’occhio indaga la perfezione del tratto, i pensieri del nostro ci si rivelano: un racconto infinito, che rammenta certi libri nella cui trama le storie si incastrano e gli episodi viaggiano su strade parallele.
Alla fine, qual è il racconto?
 Alfonso Leto parte da una pittura neo-figurativa, memore dei suoi studi artistici, con richiami al manierismo, ad esempio; poi la dissacra con usi impropri di materiali inadatti: decorazioni di zucchero, supporti, oggetti minuti di ogni genere.
 E questo mi riporta ad uno dei suoi maestri, da lui molto amato, Toti Garraffa, artista pittore stralunato, lucido, ironico, che ha animato la scena culturale di Palermo soprattutto negli anni ’90.
Torniamo a Leto.
Gioca con le raffigurazioni e la tecnica: matite, olii, inchiostri. E poi la padronanza del mezzo pittorico, smaliziata; ci inganna con le anamorfosi.
E, mentre scrivo, mi sembra di vedere lo sguardo ironico, la bocca sempre sorridente o subito pronta al sorriso.
E si capisce che, mentre spiega, indaga.
La sua figura asciutta è quella di un giocoliere, di un ragazzo, (ma è padre di figli ormai adulti), che non cresce.
Nel susseguirsi degli ambienti, scorrono gli anni.
Dalle origini, fine anni ’70 (ed una folla di pensieri ed emozioni turbinano: la Palermo artistica fioriva); gli anni ’80, arroganti, sontuosi, ottimistici, trionfali, colmati di promesse sempre mantenute; e poi, il precipitare degli anni ’90, che si frantumano sul muro del 2000.
Un senso di attesa; accade il disastro dell’11 settembre, che ci ha spiegato cosa aspettavamo; la crisi; la volontà di ricostruirci un mondo mentre tutte le certezze si sono dissolte.
Ecco che l’artista, con le sue opere, edifica atolli negli oceani del dubbio.
Il percorso, seppure ricco e fertile, è in divenire.
Io lo vedo lottare, per sfuggire a se stesso, mentre i suoi altri io, molteplici, lo inseguono. E’ braccato, ed infine sconfitto.
Allora il Leto di adesso amplifica la ricerca: vuole raggiungere una parola certa, granitica.
Noi lo osserviamo.

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