"Gioie e gioielli nella Collezione Fecarotta" - di Ciro Lomonte

Gioie e gioielli nella Collezione Fecarotta

Presentazione del libro Sicula Ornamenta – Villa Zito – 20 aprile 2026

 

Una famiglia di antiquari preziosi

È noto che gioia e gioiello sono due concetti intimamente connessi, non solo per il legame sonoro dei due vocaboli. Esiste un apparentamento etimologico. La parola gioia deriva dal latino volgare gaudia, plurale di gaudium (“godimento”, “piacere”, “gioia”). Il termine è passato attraverso l’antico francese joie prima di consolidarsi in italiano. Il significato profondo è legato alla felicità, all’esultanza, ma storicamente anche a “gemma” o “pietra preziosa”, probabilmente per associazione con il concetto di bene prezioso. Alcune interpretazioni riconducono il termine alla radice indoeuropea gaud- (formata da “alto” + ud “canto”), che suggerisce l’idea di “elevare un canto” come reazione a una forte emozione positiva. La parola gioiello deriva dal francese antico joel (XIII secolo), che a sua volta risale al latino volgare iocāle, derivato di iocus, ovvero “scherzo, gioco”. Originariamente, il termine indicava un oggetto decorativo o un monile, inteso come un “piacere”, una cosa preziosa legata alla gioia o al gioco. Di per sé il gioiello non era solo un ornamento, ma un oggetto simbolico, a volte un amuleto, con una forte valenza religiosa o di appartenenza sociale. La componente simbolica è molto presente in Sicilia.

Quando si conosce l’ammirevole famiglia Fecarotta viene alla mente quasi spontaneamente il rapporto fra gioia e gioiello, perché sono tutte persone gioiose, che svolgono diligentemente il proprio lavoro di antiquari trasmettendo gioia ai propri clienti. Leggendo dei duecentocinquant’anni di storia della loro famiglia nel volume di Irene Luzio, Sicula Ornamenta, si comprende che si tratta di una caratteristica ereditaria della loro personalità. Ed è una gioia osservare come raccolgano pezzi di valore, non solo gioielli, da offrire con oculatezza a nuovi proprietari in grado di apprezzarli. La sensibilità dei Fecarotta permette loro di collezionare instancabilmente e mettere in luce monili che, purtroppo, nel passaggio da una generazione all’altra, rischiano di andare persi (le gemme smontate e il metallo fuso) per il cambio di gusto. Oppure se ne perdono la comprensione, le dinamiche compositive, i significati, i nomi degli autori. Gli esemplari esposti nella mostra di Villa Zito, L’età dell’oro. Il gioiello siciliano fra XVII e XIX secolo, permettono di rendersi conto dell’importanza della Collezione Fecarotta Antichità, anche dal punto di vista della ricerca accademica.

 

 

Una felice capitale del buon gusto

Palermo è una città fortunata in questo ambito e vorremmo che non si dilapidasse questa fortuna. I diversi attori presenti, collaborando l’uno con l’altro, possono produrre risultati inimmaginabili. Ci sono collezioni pubbliche e private che mettono in bella mostra gioielli e manifatture di argenteria dalla preistoria ai giorni nostri. Ci sono artigiani che sanno far convergere l’applicazione di mente, occhi, mani e cuore nella produzione di oggetti unici. C’è una scuola di oreficeria e argenteria – la Monreale School of Arts and Crafts – che ha forgiato sotto altro nome schiere di apprendisti per vent’anni e adesso sta cercando di forgiarne altri collaborando con l’ATeN Center dell’Università di Palermo. Questo è un lavoro necessario, perché c’è poco ricambio generazionale. C’è la prof.ssa Maria Concetta Di Natale, che ha dedicato la sua vita a studiare con rigore scientifico il patrimonio di opere d’arte applicata prodotto nei secoli in Sicilia. Non solo ha mandato in pensione la definizione discriminatoria di arti minori. Ha pure formato un numero notevole di accademici di grande spessore, come Sergio Intorre e Rosalia Margiotta, che proseguono il suo lavoro instancabile nei vari settori. Ha pure dato vita all’Osservatorio delle Arti Applicate in Italia (OADI), un punto di riferimento irrinunciabile per gli studiosi del settore, con la sua autorevole rivista semestrale. L’OADI è intitolato a Maria Accascina, la studiosa pionieristica originaria di Mezzojuso, il paese siculo albanese da cui proveniva anche mio padre.

Da questo fervere di iniziative dipende un fenomeno che potremmo assimilare alla truvatura, una leggenda siciliana che indica un tesoro nascosto (oro, monete, preziosi) legato a un incantesimo. Si credeva fosse originata dai tesori nascosti durante la dominazione di musulmani feroci e rapaci. La “truvatura” è letteralmente un “ritrovamento”. Non si tratta solo di trovare un tesoro, ma di sciogliere un incantesimo. In fondo l’incantesimo attuale è l’abbrutimento del mordi e fuggi contemporaneo, che ha reso più difficile cogliere il valore di un manufatto di alto artigianato. Non solo è più complicato coglierne la preziosità, è diventato pure più arduo comprenderne la necessità per la vita quotidiana. L’essere umano non può vivere senza bellezza.

 

 

L’intuito di una giovane studiosa di Filosofia del Bello

La “truvatura” è un’esperienza fatta in modo eminente da Irene Luzio, la brillante autrice di Sicula Ornamenta. Non a caso lei è imparentata con numerosi collezionisti privati, le cui raccolte hanno incuriosito il suo sguardo indagatore sin dalla più tenera età. Il libro che presentiamo è nato quindi con grande naturalezza dal tirocinio accademico svolto presso Fecarotta Antichità, sotto la guida fondamentale di Giuseppe Fecarotta, suo tutor aziendale. Giuseppe è animato da una passione profonda per lo studio delle arti applicate. Dal suo punto di vista il lavoro di antiquario si deve coniugare con una ricerca ininterrotta e con la collaborazione di esperti di ciascun settore. Il tirocinio ha poi dato origine al tema specifico della tesi magistrale, elogiata nella sessione di laurea e poi pubblicata dalla Ex Libris di Carlo Guidotti, il quale merita un grande plauso per questo.

Si tratta di un libro niente affatto banale. Conviene davvero averlo nella propria biblioteca. È una dimostrazione di quanto possa produrre la conoscenza per connaturalità, una forma di sapere non concettuale e immediato, teorizzato da S. Tommaso d’Aquino, in cui il soggetto comprende una realtà grazie all’affinità o “connaturalità” con essa. Non si basa sul ragionamento logico, ma su un’inclinazione affettiva o virtù che rende “congeniale” il riconoscimento del bene o della verità. È un argomento spiegato bene dal filosofo palermitano Marco D’Avenia nel suo La conoscenza per connaturalità in S. Tommaso d’Aquino, edito da Edizioni Studio Domenicano. In sintesi, si tratta di “conoscere per simpatia” o partecipazione, in cui l’amore e l’unione con l’oggetto conosciuto permettono una comprensione più profonda e diretta.

Sicula Ornamenta, peraltro corredato dalle belle immagini dei gioielli presi in esame, è un piccolo prodigio anche per questa ragione: è basato sulla conoscenza per connaturalità di Irene Luzio, che si distingue dalla conoscenza intellettuale speculativa perché coinvolge le inclinazioni dell’autrice. Lei ha sempre avuto, oltre a una manualità impiegata in modo sorprendentemente creativo, uno sguardo penetrante. Interessante già la tesina della maturità classica. Originale la tesi della laurea di primo livello in Filosofia. Affascinante la tesi della laurea magistrale in Storia dell’Arte, confluita in questa pubblicazione. Irene Luzio ha qualcosa di profondo da dirci, perché osserva le arti applicate con sguardo limpido, dal punto di vista della Filosofia del Bello, un approccio gnoseologico più ricco dell’Estetica. Speriamo che possa applicare ancora il suo grande intuito ed i suoi talenti tutti a svelarci la bellezza dei prodotti della creatività umana. Debbo riconoscere che a me, in particolare, ha sempre dato consigli imprevedibili per i miei progetti di architettura. Le sono molto grato.

Pin It

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.