Carlo Di Franco, “Ospedalità Palermitana nel corso dei secoli” (ed. Lapademi) – di Gaetano Celauro
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- Creato: 06 Aprile 2023
- Scritto da Redazione Culturelite
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Sovente si pone rilievo al fatto che a Palermo alla fine dell’Ottocento fossero costruiti quasi in contemporanea due Teatri (il Politeama Garibaldi e il teatro Massimo) mentre in aperto contrasto, vi era una carenza di strutture essenziali come gli ospedali per l ‘ assistenza agli infermi. Ma la Storia insegna come la situazione a Palermo fosse molto più complessa e articolata; per come risulta dall’attenta ricerca di Carlo Di Franco, l’incombenza di assistere i malati ed in genere i bisognosi, nel corso del tempo, è stata di fatto esercitata da diversi organismi. A partire dal Medioevo, la cura dei malati era tra i compiti principali di numerose congregazioni e confraternite sia di carattere prevalentemente religioso, che laico.
La radice etimologica del termine “Ospedale” fa riferimento invero al termine latino “Spedale”, che indicava un “Ospizio per forestieri”, un luogo destinato al ristoro dei viandanti lungo gli itinerari di pellegrinaggio, sempre più numerosi a partire dal Medioevo.
La storia dell’ospedalità palermitana inizia agli inizi del Basso Medioevo, con gli Altavilla, Roberto il Guiscardo e il Conte Ruggero, che nel 1071, danno vita all’Ospedale degli Infetti, presso la chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi.
La nascita di confraternite e congregazioni religiose a carattere assistenziale, avviene a partire dal XIII secolo, e queste sono finalizzate a procurare alla popolazione sempre più indigente e bisognosa, conforto anche materiale, oltre che spirituale.
Successivamente nella seconda metà del XIV secolo, in ragione delle condizioni sociali dei più disagiati, con carattere sempre più endemico, vi è un forte incremento di congregazioni laicali, che suppliscono alla carenza di strutture assistenziali e sanitarie.
Tali congregazioni cominciano ad operare all’interno degli Ospedali, centri le cui funzioni erano quelle di ricovero e di centro dispensatore di elemosine: generalmente privo di competenze specifiche, lo spedale mirava a soddisfare tutte le necessità degli indigenti il cui sostentamento era garantito grazie a elargizioni anche cospicue, sotto forma di legati e donazioni.
Nei centri gestiti dalle nuove compagnie e confraternite, ecco dunque che iniziano ad operare medici esterni, le cui prescrizioni venivano eseguite dai confrati nascendo così il concetto del moderno ospedale.
La fondazione dell’Ospedale Grande e Nuovo, ha luogo esattamente il 24 luglio 1432, con il re Alfonso V d’Aragona, e con il beneplacito del Senato palermitano; si vennero così ad inglobare gran parte delle piccole e disorganizzati strutture ed il nuovo Ospedale venne realizzato all’interno dello splendido Palazzo Sclafani (cfr. foto di copertina).
Erano presenti in città anche congregazioni femminili, sebbene non numerose, ma rappresentative di una realtà del contesto sociale di Palermo già nei primi del Quattrocento. Tutte le congregazioni nel loro insieme esprimevano e realizzavano in concreto i principi di un cattolicesimo attivo che intendeva ospitare, visitare i carcerati, curare gli infermi e come ultimo atto di umana pietà, seppellire i defunti ispirandosi ai principi evangelici delle Sette opere di misericordia(Matteo,25) mirabilmente rappresentate nella seicentesca tela del Caravaggio.
Tra le varie congregazioni si ricorda “La Nobile Congregazione Segreta delle Dame” sotto il titolo dell’Aspettazione del Parto della Vergine, fondata nel 1608 da donna Eleonora Ruffo e Oneto principessa di S. Lorenzo di cui facevano parte nobildonne della migliore aristocrazia palermitana.
La Congregazione, ancora operante, sorse con lo scopo di assistere le partorienti di umili condizioni del quartiere Albergheria. All’uopo veniva distribuito alle puerpere un corredino completo per il neonato realizzato a mano dalle consorelle.
L’agile ma pur anco completo volume di Carlo di Franco esplicita la struttura e l’organizzazione interna delle diverse Congregazioni e/o Confraternite ed è corredato da un chiaro e ricco apparato iconografico, pieno illustrazioni e di mappe e piante che indicano la distribuzione e la posizione nel tessuto urbano nei vari “Mandamenti”, come vennero denominati le quattro principali parti della città.
Nel centro storico di Palermo nel periodo medievale, all’interno ed all’esterno della cinta muraria, esistevano circa ventotto ospedali e di questi, meno della metà erano ancora in funzione alla fine del XVI secolo.
Alcune strutture ospedaliere si caratterizzavano per essere destinate ai connazionali delle varie “Nazioni” come i Pisani, Veneziani, Lombardi, Toscani, Napoletani, Lucchesi. In quel periodo, le altre città erano considerate estere, e si dovrà attendere l’Unita d’Italia per riunirle nella stessa nazione. La comunità Ebraica, prima della cacciata avvenuta nel 1492, aveva anch’essa un suo diverso ospedale sito in un cortiletto dietro la Sinagoga nel vicolo della “Meschita”, ed era nominato come l’ospedale dei Giudei.
Tra gli ospedali all’interno della cinta muraria, vi era l’Ospedale di San Bartolomeo o “degli incurabili”, dove si andava per curare tra gli altri quei malati di ulcere, gonorrea e la lue, cioè il cosiddetto male francese che nel XVI secolo era considerata una malattia sociale che affliggeva tanto la città essendo Palermo una città di porto dove arrivava gente di ogni luogo.
Sovente i confrati gestivano nell’ospedale “l’hortus conclusus”, cioè una piccola zona verde, di piccole dimensioni, dove coltivavano principalmente piante e alberi per scopi alimentari e medicinali; da quest’ultime ricavavano infatti le erbe per preparare decotti, impiastri, sciroppi e balsamo.
Altra importante struttura era L’ospedale dello “Spasimo”, nato come lazzaretto nel periodo della peste del 1624, impiantato all’interno del bastione costruito nel XVI secolo per la difesa a sud della città. Il nome riferito all’ospedale, deriva dalla presenza nella cappella di un quadro di Raffaello raffigurante Cristo che porta la Croce verso il calvario.
Anche la campagna che circondava la città di Palermo, intervenne a favore degli ultimi con il Rifugio e Conservatorio delle Croci, il Conservatorio di S. Lucia detta Badia del Monte e il Reale Ospizio di Beneficienza.
Al facile e largo diffondersi di malattie di pelle, come la scabbia, concorreva l'erroneo concetto della natura di esse, i mezzi impropri di cura, la carenza di pulizia personale, la assoluta assenza di igiene e, ancor più, la superstiziosa ignoranza del volgo.
Tra gli ospedali all’esterno della cinta muraria vi era ospedale di Sant’Oliva, che nel 1310 era ubicato in aperta campagna, in quella zona che oggi persiste con la piazza Sant’Oliva. Nel 1518 l’ospedale e l’annessa chiesa passarono ai frati Minimi di San Francesco di Paola.
L’Ospizio Marino, sorto nella seconda metà del XIX secolo, fu destinato ai malati di tubercolosi e di rachitismo, esso a suo tempo venne situato in riva al mare, da cui il nome, nella borgata dell’Acquasanta, zona nota, sin dall’antichità, per la sua salubrità dovuta in particolare alla presenza di tre elementi naturali favorevoli: l’aria di mare idonea a guarire le malattie delle vie aeree, i bagni di mare e prima di tutto i raggi del sole. La struttura venne disposta nei locali della Casina reale, fatta edificare dai Borboni alla fine del settecento. Tra il 1870-75 vennero eretti una serie di padiglioni per approntare le terapie dettate dal Dott. Enrico Albanese, creatore dell’Ospizio.
Si ricorda ancora “La Real Casa dei Matti”, un nosocomio particolare per curare i malati di mente, fondato nel 1824 dal barone del Regno delle Due Sicilie Pietro Pisani. Esso rappresentava uno dei primi esempi in Europa di struttura psichiatrica espressamente dedicata a questo scopo.
Nell’ “hospitalia magna”, nel cortile all’interno dei portici, addossati ai muri perimetrali furono realizzati alcuni affreschi che servivano da monito a coloro i quali, oltrepassata la porta d’ingresso venivano ricoverati. Uno rappresentava il Giudizio Universale eseguito nel 1440, ma venne distrutto durante i lavori di riadattamento dell’edificio nel 1713. Il celebre l’unico affresco pervenuto ai nostri giorni è il “Trionfo della Morte” o “dell’Allegoria della Peste”, oggi salvaguardato presso la Galleria Regionale di Palazzo Abattellis, situata nell’antica strada dell’Alloro.
Limitrofo all’ospedale, collegato da un cavalcavia gravitava l’infermeria dei padri Cappuccini dove vi era la “Ruota degli Esposti”, in cui venivano deposti i neonati illegittimi e nel lasciare un bambino, si suonava una campana.
Nell’ organizzazione dell’Ospedale, tra il personale che ivi operava, era presente un sacerdote che fungeva anche da notaio per accogliere eventuali lasciti testamentari a favore dell'ospedale.
Al centro di ogni corridoio c’era una tabella con le razioni dei cibi da dare ai pazienti, mentre al capezzale dei letti, veniva esposta una tavoletta in cui erano disegnati un calice, una croce e una colomba; queste indicazioni erano rivolte ai religiosi che sapevano cosa intendesse fare il malato dal punto di vista spirituale. Il calice stava ad indicare che il paziente doveva ricevere il viatico, la croce designava che si voleva comunicare e ricevere i Sacramenti, la colomba stava a manifestare che non doveva fare né l’uno né l’altro.
L’insieme di tutte le strutture ospedaliere e di assistenza fecero fronte alle storiche epidemie di Palermo di peste prima e poi di colera
La famigerata “Peste nera” che colpì l’Europa nel 1346, colse anche la Sicilia e di conseguenza anche Palermo; allora veniva chiamata morte nera, definita tale per la comparsa di macchie scure sulla pelle dei malati e si ripresento nel 1493 e in quell’anno a Palermo si contarono circa 4.000 morti per il morbo.
Le successive epidemie erano ritenute una come le tante altre calamità naturali, la punizione di Dio contro la città per i peccati dei suoi abitanti. Le più famose e che colpirono la città di Palermo furono quelle del 1575-76 e quella del 1624-25.
Nel prezioso volume viene ricordata l’insigne figura del protomedico Gian Filippo Ingrassia (1509- 1580), nato a Regalbuto ma vissuto a Palermo, che tentò di arginare i danni del morbo. Fu la prima volta che la difesa sanitaria della città venne affidata ad un gruppo di medici che misero in atto delle incisive precauzioni sanitarie.
La più famosa epidemia fu quella di peste del 1624, debellata secondo la Tradizione dopo la scoperta delle ossa di Santa Rosalia. La lezione di mezzo secolo prima e il “manuale” del protomedico Ingrassia furono molto utili, in una città popolosissima come Palermo, a non causare un’ecatombe in cui la vittima più illustre fu il viceré Emanuele Filiberto di Savoia, morto il 3 agosto 1624.
Allo sparire della peste in Europa, subentra sin dal 1817 una nuova epidemia non meno letale di quella precedente, il colera che tra il 1830 e il 1832, si espanse in proporzioni allarmanti nei diversi stati europei e nel 1837 non risparmiò Palermo provocando una vera e propria ecatombe. Alla perdita immane di tanta gente comune, si aggiunse quella di illustri personaggi quali lo storico Nicolò Palmeri, l’erudito Giuseppe Alessi, il giurista Antonino della Rovere e il filantropo Pietro Pisani.
Nel XIX secolo Palermo fu soggetta ad altre sei epidemie coleriche che avvennero negli anni 1854, 1855, 1866, 1867, 1885 e 1887, ma il numero totale dei morti (17.950) non superò quello del colera del 1837, che furono oltre ventiquattromila.
In occasione della c.d. “rivolta del sette e mezzo”, sollevazione popolare avvenuta in città dal 16 al 22 settembre 1866, vennero date delle istruzioni per evitare l’allargarsi del contagio; era una sorta di libretto considerato un “Catechismo Igienico popolare”, formato da ventotto pagine e
distribuito gratuitamente presso le sezioni municipali non fu letto da tutti, poiché in quel tempo molta gente era analfabeta. L’evento rivoltoso contribuì di certo alla propagazione del morbo in città come pure nelle altre province dell’Isola.
Per alcuni, il manifestarsi dell’epidemia a Palermo era da ricondurre all’arrivo dei soldati “piemontesi”, 40.000 uomini (fanti, granatieri e bersaglieri) al comando del generale Cadorna
e si dava la falsa notizia che qualcuno di essi fosse l’untore.
Il libro si conclude con un capitolo scritto da Mario Di Liberto, esperto in toponomastica che spiega come nei nomi delle strade vi fosse il rimando e l’indicazione alle strutture ospedaliere via dell’Ospedale o il vicolo dell’Infermeria dei Cappuccini.
Una ricca bibliografia e sitografia è posta alla fine del appassionante lavoro di ricerca messo in atto ad opera di Carlo Di Franco con presentazione di Stefania Garifo Lapa che stimola e invita a maggiori approfondimenti e che suscita indubbia curiosità ed interesse per una materia ritornata di recente di stretta attualità.




