“Quel canzoniere di «zio Vito» e la sua favola triste” - di Maria Nivea Zagarella
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- Creato: 14 Marzo 2022
- Scritto da Redazione Culturelite
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Poco più di un secolo fa, nel 1910, Vito Mercadante (1873/1936), pubblicava Focu di Muncibeddu, un intenso canzoniere, sintesi lirica di un mondo soggettivo e di una precisa fase storica della Sicilia. La raccolta poetica già nel titolo segnala il radicamento dell’autore nella terra siciliana e il suo sentimento ambivalente dell’esistenza: esperienza dolorosa di sconfitta e di morte (dopo la tempesta il sole spicchialìa supra la terra cu l’ossa di fora) ma anche sempre rinnovata, misteriosa, esplosione di vita (dopo la potatura spunta rama nova, forti, propria unn’è ca è la firita). Pur affermando che lu munnu è travagghiu (fatica) e non sunnari (sognare), e che noi cu lu tempu caminamu comu pagghia (paglia) supra ciumi, quando si chiede cosa cuoce eternamente dentro l’Etna, Mercadante risponde: furî scatinati o Giganti ribbillati? Ripropone cioè lo scarto ribelle dell’agire dell’uomo nell’alternanza inevitabile di gioia e dolore (pirchì l’omu è lu chiù forti,/ vintu sulu è di la morti). Egli stesso, nonostante il trauma della morte della fidanzata ventottenne al cui ricordo -tramandano- rimase legato tutta la vita, fu “uomo d’azione” impegnato in lotte sociali e sindacali in cui -scriveva nel 1963 Guglielmo Lo Curzio- portava la fierezza adamantina del suo carattere, l’appassionata purezza del suo cuore. Lotte che scontò sotto il fascismo con il licenziamento dalle Ferrovie di Stato, presso cui aveva lavorato come impiegato sin dalla giovinezza, e con i controlli della polizia. La raccolta è divisa in tre sezioni: Spera di suli, 28 sonetti, che cantano l’amore; Li Passioni, 89 componimenti di contenuto vario e altrettanta varietà metrica e ritmica; La China, 28 sonetti, in simmetria e antitesi rispetto ai primi, perché articolati come un piccolo canzoniere in morte della donna amata. Nelle tre sezioni infatti il poeta, vestendo i panni di un contadino di Prizzi, suo paese natale in provincia di Palermo, svolge a sbalzi e grandi linee una storia d’amore che sfocia nella morte per tisi della giovane Nuzza, intrecciando nei testi ora elementi autobiografici e motivi della tradizione popolaresca e di quella colta (echi di Catullo in U Rologgiu, di Saffo in Canzuna di vint’anni, Sulu pri mia) da secoli ormai fluiti nel filone popolare (quali la falena che brucia le ali alla lucerna, la “porta” dell’amata, i suoi denti avorio o perle, i malparlieri, l’incontro con la pastorella…), ora temi sociali e espressive allegorie, che si aprono sulla problematica esistenziale. In Stiddi cadenti ad esempio, l’improvviso guizzo e sparizione delle stelle su un paesaggio montano innevato, dove il silenziu luntanu e vicinu è tale ca pari lu munnu vacanti, se all’innamorato richiamano di focu pirduti vasati [baci], suscitano anche interrogativi altri: ma poi, dunni vennu li stiddi/ chi comu diamanti spuntari/ videmu e, cu bianchi fajddi,/ ‘ntra un nenti, a lu scuru cuddari?, evocando in un lampo il mistero della vita e della morte che sempre brucia con i suoi insanabili contrasti in fondo al cuore. Tale pure Muncibeddu, che “duna e leva” con liggi sempri nova.Realistici risultano nella rappresentazione il paesaggio e il contesto paesano rurale con la descrizione dei lavori stagionali nei campi, la messa festiva, i pellegrinaggi, la fiera annuale, l’albero della cuccagna, i balli delle sere di maggio, le serenate e le sfide poetiche, il bucato steso sui rovi (la cammisedda bianca fatta cu la puntina), lo “zitaggio” (u cunchiudimentu) concordato fra le madri nella trepidante attesa dei due innamorati (E dintra lu parmentu, scantatizza,/ la nica chianci pri la cuntintizza), la lavorazione del pane, la tessitura, l’inquieta ninna-nanna A l’avôo a l’avôo, la minestra comunitaria nella massaria, in una continua osmosi fra dati antropologici e gaie fantasie amorose prima del “lutto” della China che ribalterà tristemente immagini e colori delle altre due sezioni. Nella prima e nella seconda, del sogno/gioco dell’amore con le sue pene, palpiti, schermaglie (No è Si, Pri la prima vasata, Chianci e arridi…) risaltano in generale la grazia musicale e la giovanile freschezza soffusa di aurorale innocenza (‘ntra sti labbruzza russi e risulenti/ c’è un fonti di vasati virginali,/ moru assitatu e nun ni vivu [bevo] nenti) tra ardore vitale, ansia e malinconie, riflessi in una Natura sempre pulsante e feconda, pure sotto il gelo invernale. Se sutta di lu biancu velu della neve la campagna ni pripara lu vinu e lu frumentu, anche per l’innamorato, che aspetta il “sì” dell’amata, cu lu sapi chi c’è sutta la nivi? Incantevoli sempre sono nei versi il mutare del mare e della notte, ora infuriato (chi ‘ntra scogghi fraja [fragoreggia] senza lintari) o con le onde che ridinu supra la rina l’uno, ora calma l’altra e “chiara” di stelle luna lucciole grilli odore di menta e di lavanda, oppure fredda e inquieta per il lamento dello jacobbu (gufo) o un senso di solitudine malinconicamente intonato dalla canzuna annacalora e dal marranzano del carrettiere, vilenu duci a stizza a ztizza, mutevolezza che scandisce sofferenze e speranze dell’amore. Prevale però il fulgore della primavera: tutto è jettitu novu e virdi crisci; la paparina [papavero] ’ntra lu virdi ’ncanta, i mandorli hanno vesti addamascati, l’aria è profumata dalla zagara e avvivata da farfalle cardelli allodole, con un sole che ha risvegliato il sangue di lui, e pure la giovinezza e bellezza di lei, gli occhi niuri, latri, pizzuti e attriviti, che lo guardano ‘nsutta ‘nsutta, li labruzza di culuri curaddinu e ciuri di granatu (melograno), sono inseparabili dagli elementi naturali presenti come similitudini, sfondo, evocazione (rinninedda [rondinella], ruscello, sulla…) al punto che il contadino/poeta innamorato vorrebbe scioglierle la treccia e intrecciarla di rose e gelsomini e anche la “collana” di sonetti che le regala è una gulera di ciuri russi e quarchi fogghia gialla lacrimanti: c’è lu me sangu -conclude- e la me primavera. E ne Li passioni, appunto jucannu in agili ottonari, le fa orecchini di cirasi majulini (ciliegie di maggio), una gulera di gelsomini quasi fossero perli fini e per la testa pittinata comu fussi na Madonna una curuna di rigina tutta rosi e paparini. Donna, Natura e Vita si scambiano continuamente le parti nel sentimento poetico e nel canto di Mercadante, nella cui tipologia amorosa e valoriale, data l’ambientazione rurale, assume particolare rilevanza il mito della casuzza/nido/chiesa che aspetta gli sposi promessi, lei gigghiu biancu e profumatu, avvirsata (assennata) e di bonu casatu, lui parma di dattuli duci (palma di datteri dolci) che a casa bona la cunnuci, i quali, con remota simbologia agreste, si uniranno come supra l’ormu s’attacca la viti. In Spera di suli e in Li Passioni la casa sarà, nel sogno/attesa dell’innamorato lieta e ricca di semplici beni rusticani: abbracinu, linu, baddi di tila, giare di olio e botti di vino, un gran cannizzu di frumentu chinu, galline e colombe e, scandita in vivaci settenari, tutta bianca di calce, con suppellettile nuova e frutta e prodotti particolari: un cantaranu granni/ chi luci comu specchiu, 6 ciotole, 6 sedie, e cotogne mature e profumate, grassi fichidindia, pere, melagrane, pigne, ciocche di sorbe e lazzeruoli, ma pure piparoli, e con gli immancabili segni della devozione popolare: il rametto d’ulivo, la palma benedetta, l’urna cu lu Bamminu. Una casa fra i mandorli e la ginestra fiorita, con mille passeri sulle tegole, dove giunge da lontano il suono dei sonagli della corriera postale che cerca li guai della città, quella città/società degli uomini con le loro avide risse per una carica, il potere, i soldi, un colore politico e con il mito nuovo della velocità (Passa l’automobili), cose che l’innamorato vuole per un attimo dimenticare con la testa appoggiata sui ginocchi di lei: Nuzza, Nuzza abbrazzamuni,/ miseri tutti sunnu:/ sonnu (sogno) nfacci a sta paci, l’eternità, lu munnu.
L’idillio privato, aspettato e non realizzatosi, di cui fa parte con l’ardore sensuale e qualche smaliziata fantasia (Biancarìa, L’acqua, La curuna, Lu mariteddu…), anche l’orgoglioso elenco degli eventuali doni, acquistati a Palermo, dell’innamorato per lo sposalizio (Li robi di la zita), si dipana parallelamente alla vita del paese. Prizzi, che sotto la neve dormi dda susu comu biancu prisepiu, vi aggiunge le sue note ora di tranquilla quotidianità, operosa o festosa, fra cui risalta la cooperazione delle vicine alla preparazione del pane o al tessere, con una delle filatrici che narra nella penombra della notte un cuntu di fati, di re, di magari, ora invece di dolore, per una fatica mal remunerata e tragica a causa dell’egoismo/sfruttamento dei possidenti (iu chi travagghiu, m’ammazzu, chi sudu/ si nun restu dijunu, sugnu nudu) e per le colpe/insufficienze dello Stato, che impone ai giovani 30 mesi di sevizio militare, restando così le terre abbandonate senza vrazza a sulliuni, e spinge i molti a emigrare per la fame: né casa -canta un emigrante in partenza per l’America- né crapuzzi mi lassaru li sbirri, lu guvernu e li parrini/ macari lu tabbutu mi nigaru. Perciò l’importante gruppo di poesie a contenuto sociale come Primu di Maju, dove l’affluire di zappatori e zolfatari dietro le bandiere delle leghe e dietro la fanfara crea uno sfondo di grande speranza al comizio del sindacalista che viene smascherando ingiustizie e diseguaglianze: Unn’è ca è scrittu ca li megghiu spicchi l’havi a mangiari chiddu chi ‘un lavura?... Pirchì c’è cu s’annaca e s’arriposa/ e cu dijuna mmenzu a li fatichi? In L’elezioni, lu zù Vitu, tintu scarpunazzu (villano), ignorato tutto l’anno, si ritrova corteggiato con promesse e con soldi dagli opposti schieramenti, ai quali, tutti cumarca (combriccola) di latruna, oppone fieramente che lui nun si vinni ed è di un solo colore, russu: iu -dice- votu cu la lega, su’ cumpagni. In Amarizzi viene descritto uno sciopero agrario che fallisce per l’inerzia/silenzio dei paesi vicini e l’insensibilità dei “cappelli”, sostenuti da sbirri surdati e capitanu, “cappelli” abituati a giocarsi al casino dei civili a zicchinetta comu barzilletta li stenti e li sudura dei villani. Emerge una Sicilia di vallate senza strade e senza ferrovia, di feudi sconfinati abbivirati di amaru chiantu, terra generosa di olio, vino, ottimo grano (lu rialforti) e dell’oru delle sue zolfare, ma che per precise contingenze storiche spreme li figghi [soi] finu a la morti. Donde la parabola triste della mula ribellatasi che salta fossa e mura senza sidduni e capizza contenta dell’illusoria breve libertà, simile nel destino ai villani ribelli ai quali vengono sempre rimessi vardedda tistera e capizzuni: c’è cu’ n’assicuta e cu’ ni junci,/ ni fa truttari pri strati e stratuni,/ nta la muntata (nella salita) poi c’è cu’ ni punci (punge). E si aggiungano la malaria, negghia assassina, e la filossera (li vigni tutti tignusi). Altri testi-parabola riflettono liricamente sull’uomo in sé entro il Mistero, che è gioia e spaventu, della Vita universale (li vucchi di sbucciuna abbuttateddi [le gemme gonfie]), e sullo scopo del vivere (Focu d’amuri, Ritornu di notti, Vuci di lu silenziu), sull’attesa incerta della felicità ( Veni?...Nun veni?...) a ogni sera che scende su una stanchezza e pena ripetitive (‘Ntra vespru e notti), sulla caducità dell’esistenza e lo scorrere veloce del tempo (Com’acqua a lu mulinu), sugli imprevisti della sfortuna e della sorte come in La Timpesta, La farciatrici, Li lonari [allodole], Lu nivaloru [pavoncella], poesie dove la furia improvvisa e travolgente della tempesta (vucchi di dragu) e del fiume ingrossato suscita la domanda sconvolta Dunni veni?, e lasciano sgomenti la falciatrice, festeggiata e attesa dalla terra fumante, che si ribalta sul diciottenne Turiddu (di la morti calò lu vrazzu [braccio] friddu), e le allodole e la pavoncella uccise dalla schioppettata del cacciatore mentre volano le une verso lu suli e i ciuri, e corre l’altra sulla neve chissà dietro quale sonnu d’oru. E ancora, Siti e Acque nivuri, in cui l’allegoria che ritorna del vagare del soggetto oppresso dalla sete allude a tutti gli sconfitti nel viaggio della vita, frustrati nella loro sete d’amore (in senso lato) e di sapere, anche per le differenze di classe: senza ‘na goccia d’acqua pri lu cori/ senza ‘na goccia santa di sapiri. Una inquietudine e una angoscia sotterranea che prefigurano (vedi anche Jardinu disulatu) l’esperienza della China: il manifestarsi e l’aggravarsi della malattia di Nuzza, la disperazione/incredulità dell’innamorato, l’impotenza di fronte alla morte (Oh lamparigghia chi ti sta’ stutannu), il successivo disamore per il lavoro e la vita spogliatasi di ogni bellezza (O campani di Pasqua, chi sunati/ si dintra lu me cori vi rumpiti?... Quannu ca c’eri tu, poviru ciuri/ era la vita zuccaru e cannedda…) e divenuta immobile nivera, la rassegnazione infine al destino suo, e di tutti, perché la china (la piena) che cala nivura e scumusa, e passa, è lu munnu chi curri timpistusu… e cchiù vecchiu [lu] lassa. Un canzoniere pregno, come si vede, di motivi lirici e sociali, nobile e umile patrimonio di un fecondo passato letterario e siciliano.




