“Intervista al Maestro Rodolfo Papa. La necessità di un Albo Professionale per gli Artisti” di Alberto Maira

Rodolfo Papa è pittore, scultore, teorico, storico e filosofo dell’arte. Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Docente di Storia delle teorie estetiche. Accademico Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon e Presidente dell’Accademia Urbana delle Arti di Roma. Come pittore ha realizzato interi cicli pittorici in varie cattedrali italiane ed all’estero, tra le quali ricordiamo la cattedrale di Karaganda in Kazakistan. Come storico e filosofo dell’arte ha scritto almeno venti monografie e alcune centinaia di articoli scientifici e di divulgazione, tra gli altri ricordiamo come storico dell’arte i suoi scritti su Leonardo, Caravaggio, Correggio e come filosofo dell’arte Discorsi sull’arte sacra e Papa Francesco e la missione dell’arte.
 
Domanda: Professor Rodolfo Papa per quale motivo Lei pensa che sia necessario costituire un Albo professionale degli artisti, in Italia?
 
R.P. In realtà l’Italia aveva già un Albo Professionale dei Pittori e degli Scultori come quello degli Architetti, ma nel 1948, fu inopinatamente soppresso. Rimase solo quello degli Architetti, che fino a quel momento rispetto agli artisti avevano avuto un ruolo non primario nella cultura d’inizio Novecento. I grandi incarichi di cultura li avevano i pittori, secondo una lunghissima tradizione plurisecolare, direzione di musei, organizzazione di istituzioni del restauro e accademie d’arte furono gestite da artisti  almeno fino agli anni ’40 del secolo scorso.
Poi però, dopo questa strana liberalizzazione forzata degli artisti, il loro ruolo sociale e culturale ebbe un declino.
 
Domanda: Ma in che modo questo è accaduto? Noi oggi sentiamo parlare in continuazione di arte e di artisti, sono forse più ammirati che mai, ma come si può allora affermare che il ruolo degli artisti abbia perso peso nella società attuale?
 
R.P. È presto detto. Gli artisti non avendo un Albo professionale, come nei secoli passati, non hanno nessuna protezione sociale, nessuna regolamentazione di prezzi che garantisca loro, come per altre professionalità, un minimo di parcella, non stipulano più contratti di commessa con il cliente e non hanno agevolazioni fiscali come le hanno la maggior parte degli artisti europei, che invece hanno mantenuto, e a volte creato per la prima volta nel secolo scorso, un albo professionale.
In molte nazioni europee l’iscrizione all’Albo da Ordinario consente di avere luoghi pubblici dove poter avere lo studio, pagando con opere d’arte che poi vanno a costituire una collezione pubblica della municipalità, con evidenti vantaggi per entrambe le parti. L’artista, se in difficoltà, paga con il proprio lavoro e la municipalità acquisisce beni che entrando in collezioni pubbliche potranno un domani valere molto molto di più di quanto offerto all’artista per superare i momenti di difficoltà e si  costituiscono così musei e collezioni, oltre che mostre temporanee esportabili.
 
Domanda: Ma gli artisti non godono di quella protezione che deriva dal loro successo?
 
R.P.Gli artisti che divengono famosi nell’attuale sistema non hanno alcuna autonomia, dipendono dal volere di critici, galleristi e mercanti, che fanno il bello ed il brutto tempo. Solo pochissimi artisti, e solo da anziani, sono riusciti ad affrancarsi da questa dipendenza. Del resto, quando si tratta di ammirare un artista tutti sono disponibili, quando in sostanza si tratta di prendere delle scelte in famiglia su giovani che vorrebbero intraprendere tale carriera, sono tutti spaventati e spesso, molto spesso ci si sente ripetere un vecchio (ma in realtà nuovissimo, perché nei secoli scorsi non era così) adagio: «di arte non si mangia».
Quindi, pensate che se fino ad un secolo fa, fare il pittore di professione era socialmente più rilevante che fare l’architetto–e del resto la prima facoltà di architettura in Italia fu fondata da Giovannoni nel 1922-, oggi i pittori non hanno alcuna voce in capitolo in nessun ambito professionale, né pubblico, né privato.
Il pittore, come lo scultore, non ha una vita professionale chiara, legata al lavoro ed alla produzione di bellezza, ma il più delle volte vive in una sorta di circo mediatico fatto di mostre in spazi più o meno quotati a seconda dell’ambito critico che li gestisce e che gli fa vendere le opere.
 
Domanda: Quindi Lei ci sta dicendo che gli artisti che riescono ad avere successo, poi riescono anche a vendere e quindi in qualche modo accedono finalmente ad uno status professionale?
 
R.P. No, in realtà sto dicendo che il successo o meno dipende tutto da una cordata di imprenditori che sfruttano l’artista e lo mantengono in loro pugno, con contratti attraverso i quali prendono la maggior parte del danaro guadagnato con le vendite in mostre  pubbliche e private.
L’artista, per certi versi è solo una piccola pedina in mano al mercato. Deve essere docile, non pensare di testa propria, e realizzare tutto quello che gli viene chiesto, come gli viene chiesto.
Una certa critica ha iniziato pian piano a teorizzare chela vera parte creativa è realizzata dal “critico d’arte” e non dall’artista, che è invece stato teorizzato come possibilmente ignorante ed inconsapevole.
Il critico scrive la storia, il gallerista la espone, il mercante la rende commerciabile e l’artista è sfruttato come fossimo in un sistema feudale, con il ruolo di servitore della gleba, tutti i doveri sulle spalle e nessuno o poco guadagno.
Spesso la carriera di un artista in tale sistema dura pochissimo, a volte con il primo contratto cede tutti i diritti per tutte le opere che ha prodotte in molti anni di ricerca, vende tutto, magari ad una cifra anche alta, ma poi non ha più nulla in mano, perché tutto sarà nelle mani del mercante che rivende, a volte anche con un margine del mille per cento, ai galleristi, che con i critici piazzano al dettaglio la merce, e quando hanno guadagnato abbastanza passano ad un altro artista e la giostra continua.
 
Domanda: Abbiamo compreso come la vita dell’artista senza un albo professionale non sia protetta in alcun modo, e stiamo comprendendo come i rischi di fallimento in un sistema di questo genere siano praticamente altissimi. Ma cosa si nasconde dietro tutto questo meccanismo perverso dello star system? Come si è arrivati a questo monopolio?
 
R.P. La storia è molto lunga, e sull’argomento sono stati scritti moltissimi libri, sia sul mercato, sia sulla condizione dell’artista sia anche sulla visione della critica militante, che soprattutto dagli anni Sessanta del Novecento si è fatta largo, fino a costituire in qualche modo prima una sponda alle ideologie, poi di fatto un supporto al mercato. Del resto al centro della questione non c’è più né la bellezza, né l’arte, ma una nuova idea di arte che è stata resa tutta funzionale alle ideologie e di qui al mercato. Con il passare del tempo abbiamo assistito ad una spoliazione continua del concetto di arte, fino alla riduzione minimalista di esso e alla definitiva assunzione del concetto di “fine dell’arte” e del suo inesorabile tramonto. Dopo e oltre il superamento del concetto di arte abbiamo di fatto assistito a due movimenti di critica paralleli, apparentemente indipendenti l’uno dall’altro, ma in realtà animati dal medesimo fine: la distruzione del concetto di arte. Nel primo movimento critico registriamo l’introduzione del concetto di “libertà assoluta” dell’arte, l’arte cioè priva di vincoli, di regole, di leggi e di principi originari e quindi capace, secondo questa ipotesi critica, di affrontare tutto con più libertà e quindi in grado di rigenerarsi al punto da mutare ontologicamente in qualcosa di mai visto prima di ora. Nel secondo movimento critico, invece, osserviamo la condanna senza appello dell’arte figurativa criticata come inattuale, definitivamente superata dalla storia.
 
Domanda: Ma allora l’abolizione dell’Albo Professionale dei Pittori e degli Scultori nel 1948 da parte del neonato governo repubblicano, ha avviato ad una sorta di mutazione genetica del concetto di arte, fino alla definitiva conquista da parte del mercato di tutto lo spazio che prima era in mano agli artisti? In altre parole critici, mercanti e galleristi hanno acquisito un potere che fino a quel momento non avevano in Italia?
 
 
R.P. Il volume molto ricco (e apprezzato da più parti) di Frances Stonor Saunders, Who paid the Piper? The CIA and the Cultural Cold War, pubblicato per la prima volta nel Regno Unito nel 1999 e tradotto in italiano nel 2004 con il titolo Gli intellettuali e la CIA. La strategia della Guerra Fredda Culturale ricostruisce un processo molto ampio ed argomenta che la pittura astratta e informale, inizialmente non apprezzata e ostacolata negli stessi Stati Uniti, fu poi prescelta come la migliore arma contro la cultura sovietica e contro ogni forma di realismo, e dunque fu non solo finanziata e promossa, ma anche occultamente imposta dovunque la Guerra Fredda fosse combattuta.
“L’élite culturale statunitense” scelse l’espressionismo astratto come testimonianza di “ideologia anticomunista, il valore della libertà, della libera impresa. Era un’arte non figurativa e non dichiaratamente politica, e rappresentava la vera antitesi al realismo socialista. Era il tipo di arte che i sovietici disprezzavano. Ma era anche qualcosa di più. Rappresentava, affermavano i suoi sostenitori, un apporto specificatamente americano all’arte moderna” e Jackson Pollock fu scelto come “rappresentante principale di questa nuova rivelazione nazionale”. I critici promossero tale arte, la CIA si accordò con il Museum of Modern Art di New York che acquistò opere di Pollock, Motherwell, Matta, Rothko ed altri, mediante l’investimento di capitali e “Chi poteva opporsi a Clem Greenberg e poi a Rockefeller, che comprava a piene mani per adornare i saloni d’ingresso delle sue banche, e dire ‘Questa roba è terribile’?”
 
Domanda: Dunque è a partire da questi fatti storici che l’arte in Italia e di conseguenza anche gli artisti sono stati assoggettati ad interessi di strategia politico-militare, ed infine una volta vinta la battaglia con il comunismo europeo, sono stati definitivamente consegnati alla dittatura del mercato?
 
R.P. Negli anni ’90 la rivista “Quadri e Sculture” di Duccio Trombadori ha evidenziato questo legame tra l’astrattismo e l’ideologia americana. Più recentemente, per esempio, Paolo Guzzanti in un articolo su “Il Giornale” ha rilanciato questi studi, mettendo anche in evidenza le difficoltà vissute dagli artisti di sinistra italiani, divisi tra la fedeltà al realismo (per esempio Renato Guttuso) e l’adesione alla “libertà” dell’astrattismo.
È ormai evidente che a partire dal quadro generale bellico della Seconda Guerra Mondiale, l’interesse della CIA nel campo specifico dell’arte era abbassare le difese dei paesi occidentali europei per la penetrazione di un sistema artistico statunitense.
All’insegna di una omologazione culturale imparagonabile, di cui in genere si ignorano le vere premesse, i musei italiani di arte contemporanea sono ancora oggi tutti interessati solo all’informale, all’aniconico, al performativo ed all’astratto, rifiutando in toto il figurativo. Contemporaneamente, invece, in altre nazioni europee nascono musei come il M.E.A.M  Museu Europeu d’Art Modern di Barcellona, che raduna i più grandi artisti figurativi europei, acquistando centinaia di opere straordinarie di grandi maestri e di giovani promesse dell’arte figurativa contemporanea.
Ma purtroppo in Italia, siamo rimasti tagliati fuori da queste avanguardie, pur avendo di fatto noi italiani fatto ripartire il figurativo negli anni ’80, ma poi con la morte della prima repubblica e le varie crisi finanziarie e politiche dei decenni successivi, tutto si fermò. Molti artisti italiani espatriarono raggiungendo il Giappone, gli USA, il nord Europa e da qualche tempo anche la Russia.
 
Domanda: In conclusione, Lei come pensa si possa risolvere la questione? Come pensa il futuro degli artisti in Italia?
 
Il futuro dell’arte e degli artisti in Italia passa attraverso due questioni semplici, quanto fondamentali. La prima è costituire un Albo Professionale, con tutto quello che esso comporta, e così metterci a lavorare ad armi pari con i nostri colleghi europei.Questo implica tutele e garanzie sociali, e soprattutto l’applicazione della cosiddetta legge del 2% che rendeva e potrebbe rendere ancora l’Italia concorrenziale nelle questioni della produzione di opere d’arte. Infatti, esiste una legge in Italia, creata nel 1936,  modificata nel 1939 ed ancora in vigore, che imporrebbe (uso il condizionale, perché da oltre quarant’anni che praticamente non viene applicata) che ad ogni lotto superiore al milione di euro in qualunque gara d’appalto pubblica, venga aperto un concorso per la realizzazione di un’opera d’arte in situ o nei pressi, pari ad un minimo del 2% della somma spesa per la realizzazione dei lavori pubblici. Con l’Albo si potrebbe fare pressione perché questo riparta nuovamente.
La seconda questione, conseguente alla creazione dell’Albo e del ripristino della legge del 2%,  consiste nella valorizzazione degli artisti, che avrebbero un ruolo superiore a quello dei critici e dei mercanti. Grazie all’Albo, pittori e scultori potrebbe conseguire la loro autonomia e finalmente far sentire la loro voce negli ambienti culturali, con competenza e professionalità, alla pari degli architetti, sia in fase di progettazione che in fase di realizzazione. Un nuovo umanesimo artistico potrebbe rilanciare le arti in Italia e da qui potrebbe ripartire un settore che da solo, nei secoli passati, produceva una enorme fetta del prodotto interno lordo insieme all’artigianato.
 
 
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