Pubblichiamo le note critiche di Fulvio Abbate, Stefania Auci, Catena Fiorello Galeano e Giovanni Pepi contenute nel volume fotografico di Antonella Lupo "Uno scatto... senza obiettivo" (Thule)
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- Creato: 25 Luglio 2022
- Scritto da Redazione Culturelite
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Mai come adesso, possiamo affermare con gioia assoluta d’essere tutti fotografi, di più, maestri della fotografia, dello scatto, del mondo, del cosmo. Il nostro sguardo, il nostro occhio, le nostre pupille valgono ormai le pupille di Daguerre, il primo occhio magico (fotografico) cui dobbiamo la prima ideale fotografia, lo scatto, la rivelazione visiva più celebre di tutti i tempi, la stessa che mostra, minuscolo, infinitesimale, piccino come un insetto stecco un lustrascarpe parigino in Boulevard du Temple, nell’ anno di grazia e di rivelazione 1838.
Ignoro che cellulare abbia Antonella Lupo, resta però che guardando in successione il nitore delle sue foto personalmente mi viene da ricordare un immenso pannello pubblicitario visto anni addietro a Campo de’ Fiori, a Roma, nel quale si assicurava che perfino il “vostro” sguardo avrebbe potuto conquistare le meraviglie del creato, possederlo, custodirlo, riprodurlo per l’eterno perfino a dispetto dello scorrere del tempo, appunto.
L’occhio, la pupilla di Antonella dispone le cose, il mondo, la sua carta da visita sublime in ordine esatto: un paesaggio marino, un salvagente che sembra fare punteggiatura sullo sfondo del cielo, l’ingresso della casa di Salvatore Quasimodo, e ancora, su tutto, l’assenza e il suo sfondo, il sensibile naturale e l’occhio che lo coglie, ed è esattamente lo sguardo a determinare d’istinto, a centrare, la composizione se così possiamo dire di ogni luogo, meglio, la Soglia delle cose, il creato ancora.
Antonella è lì ad appropriarsene, a renderli perfetti, intatti, immacolati, inviolati; come recitano i versi di una canzone di un tempo d'emozione, dopo averli osservati, resta soltanto un solo desiderio: io vorrei essere là…
Ignoro che cellulare abbia Antonella Lupo, resta però che guardando in successione il nitore delle sue foto personalmente mi viene da ricordare un immenso pannello pubblicitario visto anni addietro a Campo de’ Fiori, a Roma, nel quale si assicurava che perfino il “vostro” sguardo avrebbe potuto conquistare le meraviglie del creato, possederlo, custodirlo, riprodurlo per l’eterno perfino a dispetto dello scorrere del tempo, appunto.
L’occhio, la pupilla di Antonella dispone le cose, il mondo, la sua carta da visita sublime in ordine esatto: un paesaggio marino, un salvagente che sembra fare punteggiatura sullo sfondo del cielo, l’ingresso della casa di Salvatore Quasimodo, e ancora, su tutto, l’assenza e il suo sfondo, il sensibile naturale e l’occhio che lo coglie, ed è esattamente lo sguardo a determinare d’istinto, a centrare, la composizione se così possiamo dire di ogni luogo, meglio, la Soglia delle cose, il creato ancora.
Antonella è lì ad appropriarsene, a renderli perfetti, intatti, immacolati, inviolati; come recitano i versi di una canzone di un tempo d'emozione, dopo averli osservati, resta soltanto un solo desiderio: io vorrei essere là…
Fulvio Abbate
La luce in Sicilia non illumina il territorio, non scalda il suolo. La luce scolpisce, mostra, genera. È questa la magia della fotografia di Antonella Lupo. La luce, e non il buio o l'ombra. La luce è madre dei colori. La luce in Sicilia è la vita che si crea.
Stefania Auci
Uno scatto è la realtà che si ferma con lo sguardo. Negli istanti congelati da un click si trova l'immensità di ogni esperienza, dolorosa o gioiosa che sia.
Ma sempre e solo vere panoramiche di vita, senza filtri a edulcorare i sentimenti. La vita scorre, e Antonella Lupo ne ferma gli istanti più preziosi.
Catena Fiorello Galeano
Due cose nella fotografia di Antonella Lupo mi sono chiare. È una fotografa che ama il colore e la verità. Ama il colore, sì. Le sue immagini mettono in luce un incanto privo di remore. Lo cerca. Lo rincorre. Lo insegue. Lo trova. E quando lo trova lo fissa, lo corteggia, lo contempla. Lo accarezza. Lo abbraccia. Non sceglie, non tradisce preferenze di tono e sfumature. Lo ama. Punto. E trova il piacere in ogni tono e in ogni sfumatura. Ci consegna così suggestioni e visioni che variano e mutano in un mondo che, proprio perché autentico, appare popolato dal sogno che poi è il modo in cui Antonella vuol vedere e fissare. Lei guarda e sogna o pensa di sognare quel che guarda. Così gode. Senza tregua. Ci porta tra palme dorate sullo sfondo di tramonti rosati, su paesaggi marini che giocano con gli alberi, su luci straripanti fissate attraverso la geometria di vetri e finestre che si aprono su balconate preziose e cieli senza fine. Né Lupo si ferma a scenari solari. È onnivora. Sa dialogare con il grigio e il buio. Il mare guardato da una salvagente solitario, lance da pesca in paesaggi notturni, colori che s’impongono sulle luci basse. È brava la Lupo nel dosare un pizzico di mistero con la chiarezza dei riflessi che doppiano antichi palazzi nel mare. Né tralascia il gusto dei particolari che realizzano scenari gustosi: la lampada sul muro nella notte, l’incrocio tra ulivi e pietra rossa, la conchiglia che corteggia una barca lontana. Pallida tendenza all’effetto. Ma pallida. Quasi impercettibile. Perché Antonella Lupo non vuole dominare, alterare, combinare la realtà con sotterfugi tecnici. Lei è affascinata dalla verità del paesaggio e della scena che gli appaiono. In essi si immerge con un abbandono totale. Dando alla fotografia il significato che conta. Sapere descrivere e raccontare. Rifuggendo dalla tentazione di fingere o inventare. Per questo le sue foto vanno viste per quel che sanno fare vedere. E basta.
Giovanni Pepi




