Profili da Medaglia/39 - "Amelia Armò" di Tommaso Romano

La vicenda umana e culturale di Amelia Armò rappresenta uno spacca­to significativo, e per molti versi emblematico, di una storia familiare che con lei si è certamente concluso nell’appena passato secolo. Erede di una famiglia di alta notabilità e di grande qualità intellettuale, ad Amelia Armò (Padova 18 giugno 1904 - Palermo 5 ottobre 1998) è toccato il destino di chiuderne la stagione durata un secolo e mezzo nella storia siciliana e in quella palermitana in modo particolare.
Basti citare di questa famiglia il celeberrimo architetto Ernesto (1865- 1924) e il fratello Corradino, valoroso avvocato (1861-1909) senatore e ministro, e ancora il compositore Alfredo, padre di Amelia e del dramma­turgo Giacomo, quel Giacomino nato a Padova nel 1900 e direttore della rivista «Retroscena» fondata a Palermo nel 1927; rivista alla quale Amelia assicurò la continuazione dopo la prematura scomparsa di Giacomo Armò nel 1943.
Amelia Pho conosciuta sul finire degli anni Sessanta nella sua casa di via Principe di Belmonte, ancora vivente la mamma, testimone e presenza forte della famiglia, tramite quella straordinaria attrice e donna che è stata Maria Randazzo, detta «Zà Maruzza».
Già negli anni Quaranta, in condizioni non sempre agevoli, Amelia Armò sentì doverosa l’esigenza di continuare le pubblicazioni di «Retro­scena» per alcuni anni sotto forma di ciclostilato, con periodicità assai discontinua, eppure segno di una corrispondenza fra presente e memoria viva del passato che Amelia rivendicava per le opere teatrali di Giacomo (spesso ristampate in numeri monografici), insieme alla vitalità del teatro e dello spettacolo italiano, con qualche nota di letteratura e di costume più vastamente intensi.
Ma certo l’aspetto più stimolante della figura primo-novecentesca (nel decadente millennio) di Amelia Armò è forse dovuto alla sua personalità straordinaria e alla sua visione della vita.
Donna appariscente ed esuberante, di buona cultura umanistica, Ame­lia viveva in una dimensione ferma agli anni Trenta, anche nel linguaggio e nei vistosi abbigliamenti noti agli amici e ai frequentatori del turno pome­ridiano domenicale del Teatro Biondo a Palermo. Il clima che si respirava in via Belmonte e poi nella casa tardo liberty di via XII Gennaio, dove la signorina Amelia si trasferì agli inizi degli anni Ottanta dopo la morte della madre, era dettato dalla custodia anche materiale del sacrario familiare.
Avarissima perfino nel donare le non poche copie dei duplicati di libri e riviste del copioso archivio-biblioteca, Amelia Armò si dedicò praticamente alla filosofia debordine interno del “sacrario” in tutti i suoi aspetti, con cura quasi maniacale del particulare. Una catalogazione di tipo malacologico di ogni e di qualunque cosa il tempo avesse consacrato. Anche il superfluo e f inutile erano assolutamente necessari alla filosofia della Du Blanc, pseudo­nimo un po’ osé che usava a volte scrivendo su «Retroscena».
Scrisse anche una onesta commedia II re normanno e Rosalia con l’otti­ma copertina a colori dei mosaici della Palatina, e curò le poesie della ma­dre Alga Lagunare. «Retroscena», dopo la gloriosa direzione di Giacomo Armò, potè contare sulla collaborazione e sull’amicizia di importanti autori come Federico De Maria, Elio Maddalena, Guglielmo Lo Curzio, Nicola Di Marco Cuccia, Ignazio Ciotti, Pietro Castiglia, Umberto Bruzzese, Ma­rio Fratti, come pure dell’amica di sempre Maria Emma Alajmo, figura di sicuro rilievo nel mondo della cultura palermitana del Novecento, non solo come direttrice della Biblioteca Comunale di Palermo, ma anche come seria studiosa e donna d’alto ingegno.
Amelia Armò mi ospitò giovanissimo in «Retroscena» con una pagi­na su D'Annunzio e la Gioconda preceduta da una incoraggiante nota per «lesordiente promessa» agli inizi degli anni Settanta, mentre io ebbi - a mia volta - la gradita possibilità di pubblicare sue note ed articoli (tra cui uno molto bello su Rosso di San Secondo) su Terra di Thule la rivista che dirigevo negli anni Ottanta.
Non mancavo intanto di frequentare casa Armò trovandovi un tempo non conosciuto, un tempo proustianamente perduto.
Ascoltavo e interrogavo, anche se gli ultimi anni di Amelia Armò furo­no segnati da una lenta ma inarrestabile perdita della lucidità intellettuale.
Amava passare l’estate in Agerola, un paesino campano a cui Giacomo, l’amatissimo Giacomino, aveva dedicato una lirica. Inaspettatamente, con quel grande poeta e drammaturgo palermitano che è Paolo Messina e con la finissima gentildonna musicologa, la "diletta" Sara Patera, mi trovai esecu­tore testamentario, perla ragionevole motivazione di «coltivare il ricordo e l’opera di Giacomo Armò con particolare cura». Tutti e tre ci trovammo designati da Amelia. Le vicende legate alla sognata Fondazione Alfiedo e Giacomo Inno e ai suoi esecutori è roba di notai e prefetture e lontani pa­renti pronti a venir fuori nei momenti più opportuni per interessi che con la signorina Armò erano certamente difficilmente conciliabili.
Nella duplice e simbolica accezione.
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