QUALCHE IMPRESSIONE SU “SOLFEGGI D'OBLIO” DI TOMMASO ROMANO

QUALCHE IMPRESSIONE SU “SOLFEGGI D'OBLIO” DI TOMMASO ROMANO

 

Non essendo riuscita a scaricare sul mio computer questi ultimi versi di Tommaso Romano “ Solfeggi d'oblio”, così da averli presenti per una più attenta lettura, mi proverò a dire solo dell'impressione complessiva, sia pure fugace, e dell'atmosfera che sempre si fa custode dell'essenza della scrittura.

Si tratta di undici poesie, corredate di citazioni in epigrafe, che ne illuminano il senso a partire da eletti presupposti. In esse si condensa un'atmosfera di disincanto che tutte le informa e una sottesa tensione che ha, talvolta, l'impronta di un'Attesa messianica, di un riscatto sempre agognato che venga a lenire i mali della terra, le insoddisfazioni del vivere al cospetto del Mistero e dell'Ignoto, le lacerazioni e le brutture che si frappongono al conseguimento della realtà più vera.

E' lo scivolare di una vita che sembra sfuggire di tra le mani, nelle quali non restano che pochi brandelli cui aggrapparsi per estrarne un senso, il senso di quel che andiamo cercando in questo arduo cammino che è la nostra esistenza.

Ed è qui, mi pare, che è da cogliere la quasi mistica tensione, il salvifico richiamo a quel Quid che illumini di significato le nostre vite, altrimenti relegate allo scadimento che è il corrispettivo della loro contingenza e banalità.

Tutto sulla terra è passaggio, dentro e fuori di noi, e come tale è consegnato all'oblio, anche i momenti che ci scuotono, anche la fiamma delle nostre passioni, tutto è inesorabile perdita e abbandono del nostro stesso essere che costantemente si declina in un'inesorabile morte.

In questo scandirsi dei giorni, nel tornare, controvoglia al quotidiano, “al nobile limbo dell'ignavia” dove “scorrono inesorabili/ giorni e giorni di notte” dove “quella che apparve illusoria primavera” si dona in realtà come “ ingrigito autunno”, ciò che pare sostenerci è solo il credere che il Mistero, la dolorosa Assenza sempre manifesta, che è la mancanza di fondamento del nostro stesso essere, alla fine si mostri, sia pure come “segno di un'epifania arcana”, “la Grande Opera” che rincorriamo e che “è bene che sia incompiuta” sottolinea il poeta... E che su questa nostra terra, non può che essere incompiuta.

Rossella Cerniglia

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