“Per le vie di Palermo con Simonetta Agnello Hornby e Mimmo Cuticchio” di Maria Nivea Zagarella

Palermo, capitale europea della Cultura 2018, è alla base del libro Siamo Palermo, scritto da Simonetta Agnello Hornby e Mimmo Cuticchio su sollecitazione del sindaco Leoluca Orlando. Il libro, diviso in due sezioni, si sviluppa come una passeggiata per le vie di Palermo, che scopre o rivisita strade, piazze, vicoli, mercati, Chiese, palazzi, musei, monumenti in un denso dialogo fra passato e presente, incrociando ricordi autobiografici dei due autori, fatti di cronaca, notizie storiche, aneddotica locale e personale. Le pagine restituiscono immagini e atmosfere di una città e società a doppia dimensione, aristocratica e popolare, antichissima (mura fenicie, vestigia arabe e medievali, barocco,  liberty…) e attuale (i palazzinari dell’epoca Ciancimino), raffinatissima e degradata, parte in oculato restauro, parte in colpevole abbandono, e tuttavia bellissima, tollerante nei suoi abitanti, aperta, solidale. La voce e lo sguardo di Simonetta sono quelli delle “classi alte”, pochissimo indulgenti però in lei verso i propri pari, attenti alle pieghe dell’universo femminile (le donne al banco nella bottega del marito o del padre occupati altrove; le maritate cosiddette “leggere; le prostitute per necessità e i “ricottari”) e pregni di razionalistica severità e critico rigore verso contraddizioni sociali (la sua [del padre] filosofia includeva il principio che siamo tutti uguali, che bisogna adattarsi a chi è meno fortunato e immedesimarsi) e verso gli squallidi attori della contemporaneità: osceni e vergognosi -scrive- i balconi con le mutande (alias le reti verdi che ne imbracano i fondi) hanno invaso Palermo, non soltanto le case ottocentesche ma soprattutto i palazzoni moderni tirati su negli anni sessanta da costruttori spregiudicati con la connivenza del municipio, dei politici corrotti e della mafia. Severità e rigore che si sciolgono di meraviglia, innamoramento, ammirazione di fronte alle opere di Giacomo Serpotta, al paesaggio natio (Monte Pellegrino massa di pietra azzurra, verde, marrone gialla, il Tirreno blu cobalto), alla gloria passata degli edifici della “sua” città.

Nella sezione della Agnello Hornby, in una sorta di lenta educazione sentimentale, c’è una Palermo dell’infanzia, e poi dell’adolescenza, vista soprattutto attraverso le parole del padre (il barone Francesco Agnello ostile al parassitismo della sua classe) o dal finestrino della paterna, guizzante, Lancia Aurelia nei viaggi da Agrigento al capoluogo siciliano prima del trasferimento in esso della famiglia: i giardini d’aranci della Conca d’oro con i filari di nespoli dal fitto fogliame appuntito messi a protezione; la vista panoramica della città, dall’alto di monte Pellegrino, di cui il padre le spiegava ogni cupola, ogni campanile, ogni torre; il teatrino dei pupi nel quartiere Kalsa; i vicoli del mercato; la Marina col palchetto musicale ottocentesco, i caffè famosi per i gelati, le granite, la cucina da asporto siciliana allineati sotto le terrazze dei palazzi nobiliari, e il Luna Park col mare subito visibile oltre lo steccato; la zona della Cala con le macerie e gli scheletri degli edifici bombardati, l’animazione allora di pescherecci, marinai, botteghe del pesce e di manutenzione delle barche, e con la puzza di pesce marcio che diceva il padre faceva bene alle tisiche del sanatorio dall’altra parte della strada. E ancora, la Palermo degli orfani dell’istituto di padre Messina che dalle finestre dei dormitori guardavano sulla loro terrazza a mare, affittata per feste e matrimoni, il ricevimento nuziale ricco di piatti di carne, torta a tre piani, guantiere di confetti; o delle monache del convento “Boccone del povero” di padre Cusmano, dove la madre e la scrittrice bambina portavano dei pacchi-dono; o dei poveri del quartiere Ballarò, dietro Casa Professa, visitati settimanalmente da Simonetta adolescente su consiglio del suo padre spirituale, il gesuita Aiello. La Palermo infine delle prime adolescenziali domande sul sesso (l’elegante sartoria delle sorelle Messina rivelatasi un raffinato mascherato bordello; le peculiarità soggettive delle donne “leggere”; i primi pesanti sgraditi complimenti), e di quelle sul proprio avvenire (per il padre: <<non prendere marito, non avere figli. Lavora>>; per la madre, sposarsi vergine) e sulle possibili scelte politiche (simpatie personali per i socialdemocratici e aspirazione a un mondo equo e giusto per ricchi e per poveri). Ma c’è pure nel libro una Palermo dei “ritorni” per lei cittadina anche inglese e avvocato di successo a Londra, e quindi dello sguardo “adulto” e deluso (Palermo mi ricorda Alessandria d’Egitto, per lo stile degli edifici, il passato splendore e, tristemente, anche lo squallore di una colonia abbandonata), sguardo che valuta ieri e oggi, muovendosi fra epoche, mentalità, costumi diversi. Di temperamento orgoglioso, fiero, indipendente l’autrice non si astiene da argomentate puntualizzazioni storiche, sociali, comportamentali. Sull’aristocrazia ottocentesca ad esempio osserva che: i principi snobbavano i baroni, come gli Agnello, a meno che non fossero molto ricchi… i baroni snobbavano i  figli cadetti dei nobili… che a loro volta snobbavano i borghesi…  Un nobile non doveva lavorare… passavano la vita tra ricevimenti pranzi pettegolezzi e amori clandestini… si indebitavano per mantenere i loro palazzi e accogliere gli italiani del Continente e gli stranieri con signorilità, cioè con eccessivo fasto e eccessiva prodigalità. Racconta che quando i francesi conquistarono il regno di Napoli e Ferdinando IV di Borbone (che dopo il Congresso di Vienna diventerà Ferdinando I re delle Due Sicilie), protetto dalla flotta inglese, si rifugiò in Sicilia con la famiglia, fu mantenuto dall’aristocrazia palermitana. E non tralascia di ricordare, con una punta di irreverente e ironica malizia anticlaustrale, a proposito dei lauti pranzi e rinfreschi regolarmente imbanditi dai conventi femminili alla regina Carolina e al suo seguito, l’aneddoto dei biscotti Regina ai quali su due piedi venne furbescamente cambiato il nome da una madre badessa rispetto alla originaria denominazione di cazziteddi di parrino  (cazzetti di parrino).

Tale denominazione sarebbe suonata troppo (e inaspettatamente!) oscena alle orecchie regali e dei cortigiani. Su una certa aristocrazia novecentesca esprime invece la scrittrice un parere positivo: non su chi dopo la guerra e in pieno regime repubblicano continuava ancora a darsi arie solo perché nobile, ma su chi, sull’onda del revival aristocratico indotto dal romanzo (1958)  e dal film Il Gattopardo (1963) era rientrato nel gioco sociale, affittando i saloni per ricevimenti, feste di matrimonio, concerti, convegni, spettacoli anche dei Pupi, scoprendo il mestiere di hotelier, e salvando dalla rovina i magnifici palazzi degli antenati. Oggi -dice- gli aristocratici affittano stanze in casa e le mogli organizzano corsi di cucina siciliana per una clientela selezionata. Del ‘700 recupera con trasgressivo compiacimento gli appuntamenti degli innamorati alla Marina e il decreto complice del pretore che a una certa ora imponeva di spegnere i lampioni così che potevano gli amanti scivolare con discrezione nella carrozza dell’amata senza essere notati. Della presenza degli inglesi nell’isola, prendendo lo spunto da villa Whitaker oggi sede della prefettura e situata in via Cavour (larga strada trafficata, un po’ sporca e senz’anima) sottolinea che un pugno di famiglie potenti e imparentate fra di loro dominarono per tutto l’Ottocento la produzione e il commercio del vino, come appunto i Whitaker. La Sicilia esportava Oltremanica vini, grano, agrumi, mandorle, olive, pistacchi, zolfo per le industrie e i siciliani acquistavano merci di lusso: mobili, stoffe, abiti maschili, macchinari.

Anche del ‘600 evidenzia che fu un secolo di fulgore per Palermo, e tuttavia di decadenza politica per l’aristocrazia, perché il sovrano spagnolo costrinse i feudatari a lasciare le proprie terre trasferendosi in città, dove erano più facilmente controllabili dal Viceré e confinati al ruolo di parassiti. La capitale siciliana fu però tutta un fervore di cantieri: oltre ai palazzi nobiliari e alle Chiese si edificavano oratori per le confraternite dei nobili e dei commercianti, i palazzi medievali assumevano facciate barocche così come le chiese più antiche, e gli stuccatori palermitani si affermarono in tutta l’isola. Fra tutti emerse Giacomo Serpotta, che veniva da tre generazioni di scultori e di stuccatori, e la scrittrice si sofferma sulle sue opere presenti nella Chiesa di sant’Agostino, negli oratori di san Lorenzo e santa Cita e nella Chiesa dei santi Cosma e Damiano di Alcamo. Fregi ornamentali e statue di sante, di monache, delle virtù che, nonostante le committenze religiose, sono -afferma- un inno alla vita feconda e alla sensualità. Ma il cristianesimo palermitano che più la coinvolge non è quello ritualistico-devozionale, ma quello caritatevole–assistenziale, dato il terribile, quasi immobile degrado delle classi basse prima e dopo l’Unità, e dal dopoguerra a oggi. Cita infatti una relazione ufficiale del procuratore del re del 1838 che parlava di una città di duecentomila abitanti rimasta feudale e con 40.000 proletari la cui sussistenza dipendeva dal caso e dai capricci dei grandi, e precisa che la situazione delle plebi peggiorò sotto i piemontesi fino alla ribellione del 1866, sanguinosamente repressa, mentre gli affamati rubavano il pane e intere famiglie per i lunghi digiuni forzati morivano di inedia.  Donde il ricordo delle istituzioni benefiche e dell’apostolato dei preti Giacomo Cusmano (1833/1888), Giuseppe Messina (1871/1949) fino a padre Giuseppe Puglisi (n.1937), ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, impegnato come i suoi predecessori a sfamare, educare, trovare un lavoro ai bisognosi, attivo dal 1990 nel quartiere/termitaio di Brancaccio.

Un quartiere -denuncia la Agnello Hornby- frutto del sacco di Palermo e centro delle lotte tra mafia agricola e mafia edilizia, e dove non c’erano scuola media, presidio sanitario, asilo nido, consultorio familiare, verde pubblico, attrezzature sportive, frequentato di notte da prostitute e contrabbandieri, e con il 12% di disoccupati. E ancora, l’attività nel quartiere Albergheria di padre Cosimo Scordato, fondatore di un Comitato popolare antimafia e di un centro sociale impegnato a risanare il territorio e a sostenere finanziariamente gli studi di giovani a rischio, e quella  del missionario laico Biagio Conte ideatore nel 1993 della “Missione di Speranza e Carità”, centro di accoglienza per extracomunitari e senza tetto. La sua indignazione punta il dito sulla Palermo sciatta e volgare del dopoguerra e sull’edilizia abusiva, senz’anima, grezza... piena di costruzioni che deturpano la città, impedendo la vista del mare, delle chiese, dei palazzi, oltre che spesso grottesche, o inutili, o vuote per carenza di manutenzione e organizzazione, come il centro sociale di piazza Fonderia, talora sede di mostre, o un grande consultorio familiare realizzato con i fondi della Comunità europea. Denuncia altresì la solitudine e l’abbandono di spazi e simboli importanti per la memoria storica, quali Piazza XIII Vittime, che ricorda un episodio efferato della rivolta della Gancia del 4 aprile 1860, o la stele a lastre di acciaio innalzata ai Caduti della mafia nel 1993 preda entrambe di sterpaglie e immondizia. Lamenta infine l’allontanamento dalla vista del mare dei palermitani, perché sulle macerie della guerra riversate sulla costa è stata oggi distesa una ampia fascia di campi sportivi che ha determinato la triste fine della tradizionale passeggiata degli abitanti  alla Marina. Chi ha allontanato il mare da Palermo -dice- ha violato il rapporto ancestrale e intimo fra i palermitani e il mare. Noi abbiamo bisogno del nostro mare, di vederlo, di toccarlo… Resta tuttavia nella scrittrice l’orgoglio di un grandioso passato, che affiora tuttora dalla ben visibile stratificazione delle mura, fenicie, islamiche, normanne, e da palazzi e edifici pubblici e religiosi che portano impressi nelle loro strutture il passaggio dei secoli: dal gotico-catalano della quattrocentesca Chiesa di Santa Maria della Catena allo stile rinascimentale di San Giorgio dei Genovesi al barocco di Casa Professa; dalla bella via Maqueda alle viuzze e scale di Ballarò con la sua muraglia di costruzioni Cinque-Settecentesche, alle innumerevoli (anche se gustosamente ironizzate dall’autrice) edicole religiose lucratorie di indulgenze per il Purgatorio disseminate in tutta Palermo dal ‘700 al ’900; dagli ottocenteschi Teatro Politeama e Teatro Massimo a via Wagner, successiva all’Esposizione universale del 1891 e costruita per la borghesia medio-alta, la quale strada pur sciupata e mutandata  - afferma l’autrice - conserva ancora una sua spavalda umanità, all’ex Albergo Orientale bellissimo palazzo barocco con facciata novecentesca.

E resta soprattutto l’orgoglio per l’apertura mentale dei palermitani che non conoscono razzismi di nessun tipo in una città che accoglie attualmente gente di tutto il mondo e di tutte le religioni, dove un ragazzino non ha alcuna remora a definire i suoi compagni di classe musulmani bravi cristiani, cioè picciotti buoni… tutti palermitani siamo! Diversa l’ottica dell’oprante puparo Mimmo Cuticchio nel raccontare Palermo: stesso innamoramento, stessa topografia e monumenti noti e fatti di cronaca, ma quantitativamente più numerosi e fitti di dettagli, e una voce e uno sguardo che restano visceralmente “popolari”, cioè più istintivamente partecipativi di una dimensione dell’esistenza aperta  ai giochi rischiosi della sopravvivenza quotidiana, al piacere compensativo dell’immaginazione, a una solidale compartecipazione di classe nel brulicare policromo e contrastato della vita. Insomma una più ancestrale fedeltà alla “oralità collettiva” della memoria come emerge, oltre che dalle numerose leggende riportate, dai frequenti inserti dialettali (modi di dire, testi popolari) più lunghi e articolati rispetto ai dialettismi isolati e sporadici della Agnello Hornby che sanno anche di vezzo linguistico e non solo di radici. Nella sezione di Cuticchio il racconto comincia dal dopoguerra, dai tubetti di estratto di pomodoro e lattine di pelati, carne, fagioli, frutta, pasta precotta che i ragazzi si facevano lanciare in mare dai soldati della portaerei americana alla fonda nel molo, cui si aggiungevano sulla terraferma cioccolata, sigarette e pochi spiccioli (come compenso per averli accompagnati dalle prostitute), che venivano poi spesi per un film o un iris alla ricotta. Si industriavano i ragazzi anche a raccogliere, nella zona u Scaricaturi, tra i detriti ammassati dei palazzi bombardati materiali da vendere ai depositi di ferri vecchi. Alcuni luoghi (piazza Marina, villa Whitaker, l’Ucciardone, via Vetriera dove abitavano i nonni materni di Mimmo, la Chiesa di San Domenico) danno l’occasione al narratore di ricordare l’ uccisione di Joe Petrosino (1909), il poliziotto simbolo della lotta alla Mano nera, e quelle del generale Dalla Chiesa (1982), dei giudici Falcone e Borsellino (1992), e gli spettacoli da lui allestiti in memoria dei due giudici. Concorda Cuticchio con l’Agnello Hornby nel denunciare lo scempio edilizio, fra cui la demolizione nel 1959 di villa Deliella disegnata da Ernesto Basile, e lo stravolgimento del quartiere Magione dove solo la ferma opposizione delle suore di clausura riuscì a salvare il monastero della Sapienza e la Basilica (del 1191 ma con portale barocco). Sottolinea il degrado di zone dove i palazzi portano ancora i segni della guerra o sono in abbandono magnifici edifici storici e monumenti alla memoria. Tuttavia evidenzia il restauro del Castello a Mare alla Cala, oggi -scrive- porticciolo turistico molto elegante… con un prato all’inglese, caffetterie accoglienti e una vista sul mare che riconcilia con la vita, e quello dello Spasimo, un vasto complesso conventuale progettato nel ‘500 ma rimasto incompiuto, e passato nei secoli da lazzaretto a ospedale per prostitute malate di sifilide a sede attualmente di attività culturali. Si compiace dell’apertura al pubblico dal 2016 del monastero domenicano di clausura e della annessa Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria di stile barocco accessibile prima solo il Giovedì Santo, e del recupero alla memoria dei palermitani  della Chiesa anch’essa barocca della Madonna della Pietà grazie al festino di Santa Rosalia del 1994 di cui ebbe dal Comune la direzione artistica.

Parla inoltre dello splendore di taluni palazzi nobiliari, occasionali sedi pure di suoi spettacoli: palazzo Alliata di Pietratagliata tuttora abitazione del principe di Baucina e della moglie Signoretta Alliata di Pietratagliata; palazzo Scavuzzo, prima proprietà della principessa Trigona; palazzo Faldella–De Seta; palazzo dei principi di Butera, dimora regale di impianto settecentesco, che visse i fasti e la mondanità della Belle Epoque, acquistato ora dal collezionista Massimo Valsecchi e destinato a galleria d’arte e ad eventi culturali; palazzo Abatellis restaurato nel dopoguerra e sede del Museo Regionale; palazzo Aragona, di cui Cuticchio ricorda che, divenuto Hotel Patria, fu il quartiere generale della troupe di Luchino Visconti durante la realizzazione del film Il Gattopardo, che coinvolse lui Mimmo, adolescente, come dispensatore di acqua durante le riprese, e suo padre Giacomo tra i macchinisti e gli scenografi. Altri luoghi descritti, significativi per la storia della Cultura e la memoria, sono il palazzo della Zisa, che con il suo sistema di grandi vasche è uno degli esempi più affascinanti dell’ingegnosità idraulica degli arabi durante la cui dominazione l’acqua a Palermo non mancò mai; la piazza della Kalsa, dove in passato sorgeva la cittadella fortificata dell’emiro e dove tuttora il dialetto differisce negli accenti dagli altri quartieri; il Collegio Massimo dei gesuiti (1586) sede della Biblioteca Comunale ricca di quasi un milione di volumi; la Basilica di San Francesco del XIII secolo con la sua documentatissima “Officina di studi medievali”; il convento francescano della Gancia (1212 circa) che riporta alla fallita rivolta antiborbonica del 1860 guidata dallo stagnino Francesco Riso; palazzo Steri, sede fino al 1782 del Tribunale dell’Inquisizione, le cui prigioni sotterranee piene di iscrizioni dei condannati sono oggi visitabili; piazza Bellini dove coesistono la sobrietà delle mura disadorne di San Cataldo [e] lo sfolgorio dei mosaici di Santa Maria dell’Ammiraglio (la Martorana) con il suo Cristo pantocratore al centro della Cupola. Ma la dinamica “coralità” del mondo popolare palermitano, in termini di immaginario collettivo e costume quotidiano e tradizionale, emerge nelle pagine in cui Cuticchio ripropone canzoncine e brevissimi cunti dialettali recitatigli dal nonno materno (Batti i manini ca veni papà/ porta cusuzzi e sinni va/ Porta mennuli e niciddi/ pi ghiucari sti picciriddi;... C’era una vota na vicchiaredda/ chi cuseva a quasittedda,/ ci scappò un puntu./ E dumani ti lu cuntu), oppure quando ripercorre il leggendario locale.

Le “storie” di Colapesce; della Madonna della Mazza che salva il bimbo dal diavolo; del mago Malagigi confuso dal popolino con S. Onofrio; dell’insaziabile lussuria della regina Giovanna I di Napoli; della furbizia ribelle di Pulcinella che sfugge alla condanna capitale dell’Inquisizione; del picuraru e dei diavoli custodi della truvatura (tesoro) nascosta alla Zisa; del Genio di Palermo, il naufrago amante della natura e degli animali eletto primo re di Palermo; dei pidocchi lanciati dalle finestre dai carcerati della Vicaria sugli aristocratici a passeggio lungo il Cassaro usando come cerbottane gli steli di spighe dei pagliericci; del ritrovamento delle ossa di Santa Rosalia che liberò la città dalla peste nel 1624; della setta dei Beati Paoli, i giustizieri notturni della Palermo del ‘500/’700 che secondo la versione popolare ripresa dal romanzo di Luigi Natoli avevano il loro tribunale nella sotterranea Stanza dello Scirocco tuttora visitabile nel vicolo degli Orfani nel quartiere del Capo. Indugia inoltre l’autore su alcune feste religiose e relative usanze devozionali (Santa Rosalia, Madonna della Mercede, S. Rita, S. Onofrio, processioni del Venerdì Santo) e su tutto un universo attivissimo una volta di botteghe artigianali e commercio minuto che sono venuti spegnendosi dagli anni ‘60/’70 in poi e che avevano le loro strade e piazze “deputate”. In via Divisi invece resistono tuttora la costruzione e la manutenzione delle biciclette. Cuticchio ragazzo e i compagni le affittavano per girare attorno alla fontana del Genio di Palermo (il vecchio re bello e nobile simbolo della maestà e orgoglio della città) in piazza Rivoluzione (ex Piazza Fieravecchia) fermandosi a comprare al ritorno la focaccia con le panelle da un panellaro che aveva una spettacolare friggitoria con mazzi di aromi e melanzane tagliate a forma di quaglie appesi al soffitto e nel bancone le melanzane fritte tagliate a fette, le felle, “succoso” anche ingrediente verbale (felle/natiche) di un insulto osceno fra ragazzi. Ma la friggitoria più famosa di Palermo è quella ancora oggi attiva a piazza Marina di Franco u vastiddaru (e figli), vicino alla barocca fontana del Garraffo, famosa per l’arancina alla carne o al burro, per lo sfincionello, per il panino con la milza e la vastedda con panelle e crocché (alias un panino tondo farcito con rettangoli di farina di ceci e crocchette di purea di patate). Della tradizione gastronomica e dolciaria locale sono ricordate anche le minne di Vergine confezionate dalle monache di clausura del monastero benedettino di Santa Maria delle Vergini e i pupaccèna, pupi di zucchero che riproducono pupi armati a piedi o a cavallo o una principessa con corona, colorati con i colori tipici siciliani (rosso giallo azzurro), e che vengono regalati con altri dolci ai bambini per la Festa dei morti il 2 novembre. Quando Cuticchio era ragazzo, li dipingeva in un laboratorio dolciario di vicolo degli Orfani un pittore amico di suo padre, che realizzava regolarmente per il loro Teatro dei pupi i fondali e i cartelli, e che era figlio e nipote di due grandi pittori di scena e di fondali dell’800 e del ‘900 (i Rinaldi). Al cibo ci riportano anche i quattro noti mercati di Palermo, “specializzati” a Vucciria (a nord-ovest) in carni soprattutto, ma anche pesce, frutta e verdura, il Capo (a ovest), in smercio agroalimentare al dettaglio, Ballarò (a sud-est), in primizie ortofrutticole e aromi nostrani (aranci, mandarini, limoni, accia, menta, prezzemolo, basilico), la Fieravecchia–Lattarini (a nord-est), in passato in spezie e droghe, e caratteristici pure tali mercati per le estrose abbanniate (richiami) dei venditori (Chi su’ beddi sti lattuchi, ci l’haiu beddi pittinati!...Taliati, taliati quantu è vivu stu pisci, vivu, vivu è! L’occhi ci ha a taliari!...). Da quanto siamo venuti dicendo fin qui risultano forti elementi identitari dei palermitani Santa Rosalia, il Genio, pane e panelle, e i Pupi, ai quali Cuticchio come figlio d’arte e oprante (perché dà loro la voce) e puparo (perché li costruisce) dedica nel libro uno spazio cospicuo. Racconta della gavetta a scuola del padre Giacomo, che aprì il suo primo teatro a Palermo nel 1933, cui seguirono (a parte gli spettacoli itineranti in vari paesi) altre sedi fino a quello di via dell’Orologio negli anni ’60. Da ragazzo Mimmo lo aiutava suonando il piano a cilindro, lucidando le armature dei pupi, preparando nella cesta i cuppiteddi (i cartocci) di calia e simenza (ceci abbrustoliti e semi di zucca) da vendere agli spettatori nelle pause dello spettacolo, andando a comprare la pece greca, una polvere pirica usata sul palcoscenico per l’effetto fuoco/fumo in apparizioni del diavolo o per simulare incendi di città, castelli…, portando dall’arrotino, per molarle, le forbici che usavano per tagliare le lastre di metallo con cui costruire le armature, fino a diventare aiutante di prima quinta. L’autore informa inoltre il lettore che i pupi come noi li conosciamo sono nati nel primo quarto dell’Ottocento con il passaggio dal pupo in paggio (senza armatura), che erano anche pupi di farsa, a quelli armati. Li avrebbero trasformati, secondo la tradizione orale, in paladini del ciclo dei Reali di Francia don Gaetano Greco e don Liberto Canino. Per realizzare le armature i pupari si sarebbero ispirati alle figure di cavalieri e di dame dipinte sul soffitto ligneo della Sala Magna di palazzo Steri, una vera e propria enciclopedia -scrive- visuale del sapere che racconta storie cavalleresche, testi biblici, rivisitazioni medievali dei poemi omerici e degli antichi miti. A fine ’700 i pupari avevano collaborato con le compagnie teatrali popolari che si esibivano nei Casotti di li vastasi, i teatri in legno di piazza Marina, fra le quali la più nota è quella di Marotta-Perez. Marotta scriveva le farse e le commedie, e Perez (che era sarto e del quale è rimasto il testo “Il cortile degli Aragonesi”) recitava le parti di Nofrio.

Le opere, per farle accettare, venivano presentate alle autorità come innocui divertimenti per il pubblico basso, ma erano spesso satire pungenti che incappavano nella censura e i capocomici ricorrevano ai pupari, perché “i pupi” come tali avevano piena libertà di parola. Foggiate dagli antichi pupari sono anche le armature che nella processione del Venerdì Santo della Chiesa di San Giovanni alla Guilla indossano i quattro figuranti vestiti da soldati romani, che scortano le statue dell’Addolorata e del Cristo morto. Le più belle sono quelle ad opera -ricorda Cuticchio- di Carmelo Di Girolamo, il più famoso maestro costruttore di pupi a cavallo tra ‘800 e ‘900. L’autore elenca nel libro molti nomi di opranti e pupari ottocenteschi e novecenteschi, oltre che di cuntisti (narratori orali delle gesta dei paladini) voce dei vari rioni palermitani, fra i quali il suo maestro Giuseppe Celano, il cui insegnamento gli ha permesso di “reinventare” e rinnovare (tematicamente e figurativamente), pur continuandola, la tradizione del Teatro dei Pupi, superando la crisi che investì nella prima metà degli anni ’60 questa forma di spettacolo per il venire meno del pubblico popolare tradizionale a causa di fattori concomitanti: rovine e impoverimento prodotti dalla guerra, svuotarsi delle campagne, disoccupazione, emigrazione, diffondersi di nuove attrazioni, quali -dice- flipper, biliardini, jukebox, e la televisione. Non restava, per sopravvivere, che ridursi a ripetere sempre lo stesso spettacolo per i turisti (ma sarebbe stata la “morte” dei Pupi) o creare “nuovi pupi”, o meglio i suoi pupi, e nuove storie, antiche e/o accostabili alla contemporaneità. Percorso che lo porterà ad aprire il “suo” Teatro nel 1973 in via Bara Dell’Olivella e gli fa fondare nel 1977 l’Associazione Figli d’Arte Cuticchio, organizzando fra l’altro i molti festival di “teatro di figura e di narrazione La Macchina dei sogni”, e ottenendo dall’Unesco nel 2001 il riconoscimento dell’Opera dei Pupi come patrimonio orale e immateriale dell’umanità. Una Palermo dunque scrigno della nostra lingua siciliana, e di una storia e cultura che hanno il respiro dell’universale.  

 

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