Marcherita Guidacci, Margherita Pieracci Harwell, "Specularmente" (Ed. Petite Plaisance) - Recensione di Arturo Donati

Con intelligenza letteraria la curatrice Ilaria Rabatti ha assemblato ad arte degli scritti molto interessanti, componendoli in un gradevole volume in quattro parti, ricco di note la cui trama unitaria è possibile cogliere da parte del lettore più attento.
Appaiono lettere, studi e recensioni che favoriscono la conoscenza di due scrittrici amiche e confidenti che meritatamente occupano uno spazio rilevante nel panorama poetico e letterario: Margherita Guidacci e Margherita Pieracci Harwell. I testi consentono la focalizzazione di alcuni aspetti delle loro radici letterarie comuni e delle consonanze spirituali con altri autori di riconosciuta importanza. La prima sezione del libro si compone di undici lettere, edite per la prima volta, che Margherita Guidacci, poetessa fiorentina nata nel 1922, indirizza da Roma all’amica scrittrice e critico letterario Margherita Pieracci Harwell. Interessano il biennio 1987-89 durante il quale la destinataria era residente a Chicago ove insegnava.
Sono anche gli anni di intensa attività poetica e culturale che precedono la grave malattia che paralizzerà Margherita Guidacci, comunque lucida sino alla morte avvenuta nel 1992. Nelle lettere, con toni improntati al rispetto e al desiderio di confronto leale, emergono sia la temperie culturale di quegli anni che l’intenzione di fare della poesia e della letteratura una pratica non retorica ma fondante della vita accettata in toto, ove i piccoli eventi e le grandi amicizie si riconducono alla stessa matrice spirituale. Si evincono preoccupazioni editoriali, consigli di letture e brevi riferimenti ad autori da ricordare per favorire la conoscenza di aspetti significativi della circolazione del pensiero europeo. Si rivela anche la viva gratitudine della Guidacci al prestigioso magistero di Giuseppe De Robertis, con il quale si era laureata nel 1943 con una tesi su Giuseppe Ungaretti. L’influsso formativo del De Robertis, insigne conoscitore dei classici, accomunava le due amiche, basti pensare agli studi su Leopardi condotti da Margherita Pieracci Harwell. Altrettanto le univa la stima profonda per il genio letterario di Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna 1923, Roma 1977). Alla conoscenza dell’opera della Campo, Margherita Guidacci fu introdotta dalla stessa Pieracci Harwell, nota a tutti per essere stata proprio la cara Mita, cioè la confidente spirituale, destinataria delle copiose lettere di Cristina Campo che costituiscono uno degli epistolari di maggior spessore spirituale e letterario che la letteratura italiana contemporanea possa vantare. Nella seconda sezione di “Specularmente” sono presenti due note recensioni di Margherita Guidacci. La prima è quella a “Il flauto e il tappeto”, apparsa nel 1972 in “La Nuova Antologia” n. 2054. Per quanto sintetica, tale recensione resta ancora oggi uno dei testi brevi più acuti dell’ormai ricca critica su Cristina Campo. In essa affronta, con elegante sintesi, una delle opere fondamentali dell’autrice bolognese cogliendo la cifra mistica che trama la suggestiva scrittura di Cristina Campo, protesa a fare della ricerca di stile un esercizio preparatorio alla lettura recondita della purezza dell’essere.
Segue la recensione al saggio di Margherita Pieracci Harwell “I due poli del mondo leopardiano”, pubblicata il 25 settembre 1987 su “L’Osservatore Romano”. Nel lavoro esaminato viene riconosciuto alla studiosa il merito di fornire apporti personali all’analisi del Poeta di Recanati, sulla base di un solidissimo approfondimento delle fonti, accompagnato dalla competenza di trattare temi filosofici notoriamente complessi in Leopardi.
Nelle ultime sezioni del libro è Margherita Guidacci a essere la recensita. Infatti troviamo la versione integrale del saggio di Margherita Pieracci Harwell La poesia di Margherita Guidacci, origine e sviluppo, apparso nel 1987 a Chicago, negli “Annali di Italianistica dell’Università Illinois” ove la studiosa ha a lungo insegnato quale Professoressa Emerita.
Si tratta di uno studio di fondamentale importanza per chi si voglia addentrare nel complesso mondo poetico della Guidacci. Nello scritto vengono affrontate in modo comparato le vertiginose vette liriche raggiunte dalla poetessa nelle varie sillogi. Vengono testimoniate proponendo numerosi versi scelti che avvalorano in modo molto convincente l’analisi e, al contempo, iniziano il lettore ad accostarsi all’intensità e alla bellezza della voce poetica in esame. La Pieracci Harwell riesce a chiarire la rilevante complessità e polivalenza delle principali metafore emergenti dal corpus poetico della scrittrice fiorentina. Le presenta in modo ermeneuticamente persuasivo, equilibrato e altamente evocativo. Descrive i passaggi chiave della Bildung della poetessa, le sue principali influenze letterarie e gli intrecci tematici prevalenti. Ricostruisce, ove necessario, alcuni momenti particolarmente significativi del vissuto della poetessa, analizzandoli in chiave non meramente esistenzialistica piuttosto presentandoli quali “stazioni” di profonda entropia spirituale. Passaggi vitali di sofferta elaborazione del senso di smarrimento, di comprensibile perdita di forza e non di amore. Condizioni interiori che generano un dolore estremo la cui catarsi, alla lunga, si dimostra possibile quando la negatività, la visione angosciante che attanaglia l’anima della poetessa, si muta prodigiosamente in versi edificanti. Margherita Pieracci Harwell articola felicemente il suo saggio sulla base di un’analisi volutamente concentrata, per motivi metodologici, su tre opere sicuramente fondamentali della Guidacci: “La sabbia e l’Angelo” del 1946, “Neurosuite” del 1970 e “Inno alla gioia” del 1983. Vengono posti in risalto i processi di illuminazione e la tessitura di una filigrana d’amore di cui Margherita Guidacci è capace alla luce del senso universale del portato mitico della parola e del rispetto dell’essenzialità della vita sempre oscillante tra libertà e destino. Nel saggio critico viene anche più volte sottolineato in quale misura la poetessa fiorentina risenta nei suoi afflati della sensibilità dei grandi del tempo e come l’influenza dei contemporanei e dei tanti classici di cui si nutrì in definitiva non intacchi la sua evidente originalità creativa.
La professoressa Pieracci Harwell ci ricorda alcuni momenti particolarmente significativi della recettività colta della poetica guidacciana avvalorandola con alcune delucidanti comparazioni. Rimarcando a buon ragione la capacità dell’amabile voce poetica di penetrare la sensibilità del comune sentire in forza di metafore semplici ma di straordinaria efficacia. Metafore accattivanti che richiamano con pregnanza il tema universale della ineludibilità della vita e della morte.
Altrettanto interessante il secondo saggio della Pieracci Harwell che chiude la raccolta di scritti. Si tratta dello studio: Grünewald, uno specchio ustorio? nel quale viene tracciata la cornice in cui si colloca “l’incontro” tra Margherita Guidacci e l’opera del grande artista tedesco Mathis Grünewald al quale dedica un poemetto di non facile interpretazione. Un testo, formalmente variegato che si compone in tre parti, con prologo e epilogo, ove la meditatio mortis è accompagnata dalla consapevolezza che il Cristo sia il «crocevia della tenebra».
Nella sua acuta indagine, Margherita Pieracci Harwell accosta l’inquietudine della Guidacci, avvertita dalla stessa al tempo della scoperta della sua assonanza interiore con la poesia di Emily Dickinson, alle ulteriori suggestioni provate nella sconvolgente contemplazione della pittura di Grünewald. In particolare quella del Polittico ricomponibile dell’altare di Isenheim, considerato il capolavoro del genio visionario dell’artista, perché intriso di trascendenti simbologie, anche di ascendenza alchemica, che evocano e avvicinano alla purezza, al mistero dell’incarnazione e del senso nascosto del viatico terrestre.
Certamente “la scoperta di “uno dei massimi e più sconvolgenti capolavori della pittura rinascimentale”, noto alla Guidacci “soltanto indirettamente per essere stato oggetto dell’interesse di Eliot...” fu per lei un richiamo irresistibile dalle complesse implicazioni psicologiche. L’opera secondo la Pieracci Harwell non avrebbe suscitato la spontanea reattività dell’amore ma le sarebbe penetrata dentro confondendosi con il profondo e generando suggestioni così intense da determinare la totale rivisitazione della sua sfera interiore e l’esigenza della catarsi poetica.
Una coniugazione spirituale irripetibile tra immagini e parole alla luce del sentimento del divino. Una sofferta quanto ineludibile opportunità che, secondo Margherita Pieracci Harwell, è più facilmente comprensibile considerando quello che una confidente della Guidacci, la psicologa Graziella Magherini, ebbe a rammemorare dell’evento:
“...il pittore tedesco le offrì uno specchio, quasi insostenibile dei suoi terrori, ma anche delle estasi ardenti, a loro volta sconvolgenti”.
Lo studio che tocca, con garbo e sensibilità, aspetti particolarmente suggestivi e inquietanti della sfera poetica, artistica e spirituale, oltre a fornire nuove e preziose chiavi di lettura dell’universo interiore della Guidacci, ha una sua bellezza autonoma. È un testo che cattura davvero il lettore il quale potrà percepirne la dimensione ecfrastica, in forza della propria sensibilità per la bellezza, a prescindere dalla quota di interesse per la ricca e profonda specificità della vicenda umana della Guidacci. Infatti leggendolo ci si compiace della finezza interiore della saggista messa in gioco e donata per chiarire e descrivere come e quanto la potenza dei legami nascosti tra le sfere dell’ignoto, del sacro e del trascendente riescano ad emergere dall’autentica esperienza poetica di Margherita Guidacci.
La disanima operata dalla professoressa Pieracci Harwell presenta il sofferto cammino che ha percorso la Poetessa fiorentina per ambire ad una lirica capace di esprimere purezze oltre gli angusti limiti della caducità dei tempi e le strettoie del dolore personale, tentando di vivere il malessere quando affigge l’anima, per essere degni della trasformazione spirituale, del prodigio della parola poetica e quindi di aspirare alla gioia prima della fine del tempo.
Non a caso al termine della felice disamina si riporta un significativo passo della stessa Guidacci, anche se successivo alle opere esaminate, che ci aiuta a comprendere il suo mondo. Si tratta di una frase con quale ella commenta del suo grave stato interiore al tempo della scrittura di “Neurosuite” (che costituisce in un certo senso quasi un diario spirituale della sua sofferenza psichica):
“Questo libro rappresentò il mio Nadir, il punto di maggior desolazione nella vita. Rasentava la disperazione: anche se poi quando presi a scrivere il libro mi sentii felice...".
Proprio nel rispecchiarsi nella sofferenza, cercando la salvifica via d’uscita nel linguaggio, si nasconde il più profondo mistero, l’ancestrale potere della poesia, così come nella specularità della relazione umana autentica è custodito il meraviglioso dono dell’amicizia.
Conclusivamente occorre riconoscere del tutto appropriato e illuminante il titolo del libro che la coraggiosa Editrice Petite Plaisance affida a chi apprezza la buona letteratura. È un serio lavoro, che si aggiunge ai recenti contributi alla conoscenza della Guidacci già offerti da altri studiosi e in particolare da Maura del Serra, Sara Lombardi, Carolina Gepponi, Margherita Ghilardi, Giovanna Fozzer e dalla stessa Ilaria Rabatti. Nella specularità del dialogo con Margherita Pieracci Harwell, così come notoriamente era già accaduto in maggior misura a Cristina Campo, Margherita Guidacci rinnova il senso spirituale e letterario dell’amicizia che fu così caro a Simone Weil e a tanti protagonisti del Novecento riconducibili alla stessa atmosfera letteraria e spirituale nella quale si collocano le due autrici trattate. Gli spiriti delicati non possono che cercarsi. E quando il prodigio dell’incontro si avvera, il valore della pienezza della relazione accresce il significato della loro vita e la Poesia, anche se talvolta rivela il linguaggio del dolore, può aiutare la creatura umana, davvero incapace di fingere, a ritrovare nel momento più buio e abissale della vita la speranza.
 
“Se sei sul fondo non chiamarlo la cima
E neppure la metà del pendio.
La tua disperazione diverrebbe nera fingendo.
Se sei sul fondo, dì che sei sul fondo
E dopo forse verrà la pietà di Dio”
(Margherita Guidacci)

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