"La collana di corallo", un racconto di Serena Lao

Era la sera del 15 di agosto di una ventina di anni fa e mi trovavo a Giardini Naxos per fare un concerto. Il palco era montato all’aperto di fronte al lungomare, lo scenario era stupendo! Avevo fatto il sound check e i suoni erano buoni, le luci ben puntate. Tutto sembrava perfetto! Seduta su di una comoda poltroncina in rattan, dentro un gazebo situato a fianco del palco, cercavo di rilassarmi e concentrarmi, tenendo a bada la naturale eccitazione che precede un’esibizione. Diedi un’occhiata all’orologio: erano le 21,00, dovevo darmi una mossa, alle 21,30 in punto dovevamo iniziare. Tra poco mi sarei cambiata d’abito, poi i soliti riti scaramantici con i musicisti e… l’incontro con il mio pubblico. Ad un tratto una voce all’esterno interruppe il corso dei pensieri:

“Permesso?”

“Prego, si accomodi” risposi, riconoscendo la voce dell’assessore del luogo.  

“Mi scusi signora se la disturbo durante i suoi preparativi, ma qui fuori c’è una visita per lei”.

 Rimasi perplessa per qualche secondo. Chi poteva essere? Non conoscevo nessuno di quella zona. Incuriosita dissi:

“Va bene, faccia accomodare!”

La tenda del gazebo si spostò ed… ebbi un tuffo al cuore! Non potevo credere ai miei occhi! Stefano, l’uomo che avevo tanto amato e con il quale avevo vissuto dieci anni della mia vita, era proprio lui la visita inattesa! Non ci vedevamo da cinque lunghi anni! L’emozione per lo spettacolo si confondeva con quella dei sentimenti in una miscellanea che mi faceva girare vorticosamente la testa. Un tempo avevamo pure diviso il palcoscenico, ma era acqua passata. Ora cosa ci faceva lì, davanti a me?

Il nostro era stato un rapporto passionale ma turbolento. Eravamo troppo diversi e alla fine ci eravamo separati, anzi, per l’esattezza, ero stata io, nonostante ancora lo amassi, a interrompere quel rapporto che faceva acqua da tutte le parti. Il distacco era stato duro e sofferto, ma sopravvissi!  

Mascherando il reciproco imbarazzo, ci salutammo allegramente. Mi disse che aveva saputo del concerto da un quotidiano e trovandosi in zona - di questo non ne ero troppo sicura - aveva deciso di venirmi a trovare. Mi aveva portato un dono: un piccolo bracciale in argento con un delfino come ciondolo. Le parole stentavano a venire fuori, troppo tempo era passato, troppi ricordi dolorosi! Mentre l’osservavo, rivissi in un attimo le furiose litigate, la gelosia, le urla. Quando era calmo, era  tenero e affettuoso, ma quando si bisticciava diveniva aggressivo e qualche ceffone era pure volato. Poi si pentiva e prendeva a coccolarmi come una bambina, e io, puntualmente, lo perdonavo, ma le ferite rimanevano e i solchi si facevano sempre più profondi.

“Come stai?” mi chiese

“Discretamente” risposi.

Ero frastornata. Il concerto imminente e la sua apparizione del tutto inaspettata, mi toglievano sicurezza. Giocherellavo con i barilotti della mia lunga collana di corallo, non sapendo cosa dire. L’arrivo dell’assessore mi tolse dall’imbarazzo. Mi informò che c’era molta gente ed era il caso di dare inizio alla serata.

Stefano mi rivolse i consueti “in bocca al lupo” e “merda”, frasi propiziatorie tipiche dei teatranti, lo ringraziai e lo invitai a prendere posto. Con l’adrenalina a tremila, salii lentamente la scaletta e mi trovai in scena. Lì erano già posizionati i musicisti e dopo un cordiale saluto al numeroso pubblico, iniziai la performance. Con la voce cantavo, ma con la mente andavo in altre direzioni. Il cielo stellato sopra la testa, in lontananza lo sciabordio delle onde, il profumo di salsedine e lui in prima fila con lo sguardo adorante, suscitavano in me turbamento e sensazioni contraddittorie. Mi sembrava di vivere un sogno, ma sogno non era ed era una situazione così assurda!

Gli applausi frequenti e calorosi mi dicevano che tutto stava procedendo “alla grande”!

L’aria era appiccicosa ma non sentivo caldo. Tutto il mio essere trasmetteva strani segnali e pulsioni corporee che, mischiandosi alla frenesia che mi donava la gente presente, acceleravano i battiti del cuore e mi facevano sentire come in trance.

Finalmente arrivammo alla conclusione. Ci furono applausi, standing ovation e richieste di bis. Mi diedi ancora una volta al pubblico, chiusi gli occhi e per qualche istante non pensai ad altro. Dopo il concerto c’era chi si avvicinava per complimentarsi o per chiedere un autografo, c’era chi scattava qualche foto. Lui, rimasto in disparte a osservare il mio successo, sembrava commosso. Infine mi rifugiai nel gazebo e dopo avere indossato i jeans ed essermi sciacquata il viso madido di sudore, uscii fuori. Non appena mi fu vicino, mi abbracciò con trasporto affermando che mi aveva trovata ancora più brava. Lo ringraziai e lo invitai a cena:

“Se ti va e non hai altri impegni, puoi unirti a noi. Ceniamo tutti insieme dopo lo spettacolo, come sempre, ricordi?”

“Sì, ricordo”, rispose asserendo con il capo, come a voler sottolineare che nulla aveva dimenticato.

“Va bene, grazie, verrò solo a una condizione” e rise, “se mi fai compagnia in macchina!”

“Sempre il solito prepotente, va bene, ma cominciamo a muoverci, non vorrei fare tardi, la strada per Palermo è lunga. Aspetta chiamo i ragazzi.”

Feci le presentazioni e poi c’incamminammo verso il ristorante con l’assessore che faceva da battistrada.

Seduta al suo fianco, in auto, l’imbarazzo si fece ancora più grande. Tormentavo la mia collana di corallo, mentre ripercorrevo i nostri trascorsi. Quanti viaggi in giro per l’Italia rannicchiata sul suo petto! Quanto amore ma quanti patimenti! Come se avesse potuto leggermi nel pensiero, prese la mia mano e se la portò alle labbra:

“Perché dopo cena non congedi i ragazzi e vieni via con me? Mi fermo a Catania e domani andrò in Calabria. Dai, stanotte ho voglia di rapirti” e sorrise galante.

Conoscevo quel suo modo di fare accattivante che mi aveva conquistata, ero titubante. Sarà stato per via del concerto, degli applausi, dell’adrenalina, ma mi sentivo vulnerabile e languida.

“Ho fame” dissi cercando di sgattaiolare da quel vicolo cieco in cui abilmente mi stava conducendo. “Per ora ho solo desiderio di mangiare un buon piatto di spaghetti, non voglio pensare ad altro!”   

“ Ma dopo  fuggiamo insieme” insistette.

Non replicai, anche perché l’auto dell’assessore si era fermata, eravamo giunti al ristorante.

Ci sedemmo vicini e ogni tanto mi sfiorava la mano con una carezza. Fu una cena deliziosa. Come antipasti servirono cocktail di gamberi, affumicati misti, sauté di vongole. Poi fu la volta degl’immancabili spaghetti ai frutti di mare. Infine ci portarono una grigliata mista di pesce freschissimo. Niente alcol per nessuno, però, dovevamo viaggiare e per solidarietà verso il conducente, pasteggiammo con aranciata e coca cola.    

Giunse il momento di congedarci e ringraziare l’assessore che ci consigliò di andare cauti lungo la strada; era ferragosto e la prudenza era d’obbligo!

Stefano mi guardava come un bambino a cui sta per essere tolto il giocattolo preferito.

“Visto che sei diretto a Catania, se vuoi, ti faccio compagnia fino all’imbocco dell’autostrada, poi lì ci saluteremo” proposi senza riflettere. Inspiegabilmente, avevo voglia di stare ancora un po’ con lui.

Mi rivolse un tenero sorriso e dopo avere preso accordi con il resto della troupe, ci spostammo. Taormina disterà da Catania una quarantina di chilometri, sarà all’incirca mezzoretta di strada, quel tempo mi sembrò breve e interminabile. Lui guidava con la mano sinistra al volante e il braccio destro attorno alle mie spalle.

 “Guarda che devi tenere lo sterzo con entrambe le mani!! Lo ammonii, più per evitare quel contatto che per autentica apprensione.

“Va bene” fece lui remissivo, e poggiò la mano sul cambio, ma spesso la staccava per farmi una carezza sul viso o per portarsi la mia mano alle labbra.

L’autoradio, in sottofondo, trasmetteva canzoni italiane. Dopo un brano cantato da Baglioni, le note di “Reginella” si diffusero nell’aria complici e seduttrici. I miei deboli propositi di autodifesa si stavano sciogliendo come neve al sole! Era la nostra canzone, me l’aveva cantata tante volte! Il mio ex compagno non era bello, ma affascinante e inoltre aveva una voce profonda e calda, alla Califano, e da ragazzo aveva fatto il cantante in una band. La tentazione era forte! Avere di nuovo un uomo accanto, dividere con lui i giorni e le notti, era una condizione che avevo quasi dimenticato e che offriva anche lati positivi. Mi mancavano le sue braccia che mi stringevano, i suoi baci, le sue carezze. Lui incalzava: “Dai… riproviamoci, io non ti ho mai dimenticata!”

Nemmeno io avevo dimenticato e continuavo a tormentare i barilotti della collana di corallo, li stringevo, attorcigliavo il cordoncino tra le dita. Fu questione di un attimo e… mi trovai tra le mani le due estremità della collana, il filo si era spezzato! Niente di irreparabile, i barilotti erano annodati singolarmente, per cui nessun rischio di sparpagliarli per tutto l’abitacolo. Nei prossimi giorni l’avrei fatta riparare. La conservai delicatamente nel taschino della borsa e… mi svegliai dal sogno.  

Immagini, flash di un passato che avrei voluto dimenticare, ritornarono prepotentemente alla ribalta. Scene patetiche di scatti d’ira, di tradimenti, d’invocazioni di perdono, di urla che svegliavano i vicini in piena notte, facendomi vergognare ad uscire di casa il giorno dopo, scorrevano davanti a me come in un film, come in una pellicola dal finale amaro e deludente.

La collana di corallo era venuta in mio soccorso; il suo filo si era spezzato, come si era spezzato per sempre il nostro amore. Il filo del monile si poteva riannodare, il nostro legame no!

All’ennesimo tentativo di Stefano di convincermi a tornare insieme, gli risposi dolcemente ma con estrema fermezza che era stato bello rivedersi, ma tutto finiva lì. Capì e restammo muti per il resto del percorso. 

Giunti all’imbocco della Catania-Palermo, ci fermammo, scesi dall’auto e ci salutammo. Stefano mi baciò la mano e mi sussurrò all’orecchio:

“Sappi che io per te ci sarò sempre! Se hai bisogno di me fai un fischio e io corro.”

Strinse cordialmente la mano ai ragazzi, entrò nella sua vettura e attese, a motore spento, che ci avviassimo. Seguendomi con lo sguardo, mi mandò un bacio con la mano, poi mise in moto anche lui.

Quella fu l’ultima volta che lo vidi!

Non fui molto loquace sulla via del ritorno. Di solito chiacchiero tanto, per scaricare l’adrenalina, ma soprattutto per tenere compagnia a chi guida: si commenta la serata, si discute del più e del meno, ma quella notte preferivo tacere. Del resto sentivo che conversavano fitto fitto tra di loro di musica, di jazz, quindi, tranquillizzata, me ne tornai nell’angolino dei ricordi e rimasi in silenzio per buona parte del viaggio.

Ero assorta e le voci dei miei colleghi mi arrivavano in lontananza, come se provenissero da un altro pianeta. Che strana serata! Stefano era sbucato dal nulla, come evocato dall’immaginazione. Certo, c’erano stati momenti di autentica commozione in cui le mie certezze avevano vacillato paurosamente! Ora, lontana da lui e rannicchiata sul sedile della confortevole autovettura di Matteo, riflettevo ed ero certa di avere fatto la scelta giusta. Ero contenta di me stessa e dello scampato pericolo: era facile lasciarsi andare, un bacio, una carezza, fare l’amore appassionatamente e dopo precipitare di nuovo nel baratro! “Brava”, mi dissi mentalmente, “sei stata forte!” E poi… un’altra pagina bussava con insistenza alla porta del cuore. Una persona cara e gentile aspettava, con pazienza, un mio cenno, che mi decidessi a dargli una possibilità. Forse era arrivato il momento di prendere in considerazione quell’opportunità.

Passarono circa due anni da quella sera e la vita riprese a scorrere come sempre. Seppi per caso della morte di Stefano. Lo appresi, in modo quasi brutale, da un vecchio amico che avevo incontrato in un ufficio dove mi ero recata per motivi di lavoro. Ci eravamo salutati affettuosamente, poi, guardandomi dritto negli occhi e intuendo che fossi all’oscuro, imbarazzato mi chiese:

“Ma tu non sai nulla?”

“Di cosa”? feci di rimando.

“Mi dispiace che sia io a darti questa notizia, Stefano… è morto un mese fa! Se n’è andato in sei mesi per un cancro.

Fu come se avessi ricevuto un pugno allo stomaco, ma rimasi impietrita! Non una lacrima uscì dai miei occhi, ma quel giorno non riuscii più a lavorare! Non l’amavo ormai da tempo, tuttavia nel bene e nel male aveva marchiato a fuoco dieci anni della mia esistenza! E poi era prematura la sua scomparsa, ma - si sa - la morte non guarda il certificato anagrafico. Ora ero certa che non l’avrei incontrato mai più, constatai con malinconia. Era definitivamente uscito dalla mia vita.

Ciao Stefano. Riposa in pace!

 

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