“La città nel tempo della complessità” di Tommaso Romano

Renato Mambor, L’Osservatore, tecnica mista su tela
Renato Mambor, "L’Osservatore", tecnica mista su tela
 
La città è il compimento di una ideale convivenza o il luogo degli egoismi individualistici, delle babele delle lingue e dei costumi? È accoglienza o nuova separatezza, la paura che si manifesta nell’isolamento e negli odi o il compimento di una primavera di dialogo e di comprensione?
Mai come in nessuna altra epoca, la città è emblema stesso della contraddizione, della crisi che può essere passaggio e regresso al contempo, opportunità o nuova barbarie globalizzata.
La città è il suo cuore storico, è il suo centro economico-finanziario, è la periferia anonima e spesso disumanizzata, violenta oppure onestamente laboriosa.
Dare, quindi, una definizione di città, dovrebbe comportare una idea, una visione di società e di comunità, che sono spesso antitetiche nel declinare la massificazione e la solidarietà, la distinzione e la caduta volgare.
La città è una sfida connessa al globale, con un grande leviatano che è la tecnica e la tecnolatria come religione nuova del consumo.
Non è la città la positivistica attesa che sostiene le soluzioni precostituite e calate dall’alto degli interessi, secondo un tardo progressivismo ottimistico, oppure al contrario è essa impregnata da una visione pessimistica e apocalittica in sostanza, ritenuta, quindi, irredimibile, nelle constatazioni di segnali di auto-distruttività?
Ma, oltre la complessità che è di tutta evidenza, è obiettivamente possibile e/o auspicabile una filosofia che possa modellare il presente e il futuro eventuale, attraverso una pedagogia ad gentes, nella controversia che si oppone alla legge o al comando imperativo, che può con decisività orientare e risolvere, a fronte di modelli e costumi, di forme nuovissime di comunicazione che hanno modificato in radice il concetto stesso di cultura a favore delle culture, delle pluralità, che attraverso i media influiscono sulle masse, spesso anonime, ed anche nei rapporti umani singolari e ravvicinati, nello scenario dello spaesamento del nuovo, nel narcisismo esibizionistico di gruppi, con la rivendicazione di soli progressivi e quasi infiniti diritti, scissi da ogni sociale dovere, di mazziniana memoria?
La città è il fiume che scorre, in mano a pochi, abili demagoghi o è il luogo di un confronto tanto invocato quanto asfittico sospeso nei muri che le ideologie nuove innalzano contro il diverso, il dissenso, rispetto al consueto coro del politicamente corretto?
È, ancora, la pur condivisibile analisi sulla liquidità di Bauman (che certo non l’auspicava nell’eccesso, basti leggere i suoi testi), con l’invocazione quasi salvifica alle norme costituzionali sulla cittadinanza, certo nobile consegna, ma tuttavia da coraggiosamente innovare, rileggendole, la scorciatoia autoassolutoria?
La città è anche, oltre la supposta onnipotenza della tecnologia tentacolare, il crollo del ponte Morandi a Genova, delle guglie in fiamme della cattedrale parigina di Notre Dame, il rogo di una baraccopoli di migranti o di zingari e, ieri, l’edificazione del brutto al Corviale e allo Zen di Palermo, la frana di Agrigento del 1966 per il sacco edilizio, la tragedia del Vajont del 1963, il dissesto idrogeologico che continua a colpire l’intera nazione, provocato dai disboscamenti, dal mancato intervento sui fiumi, ecc.
A tutto ciò va accompagnata la scomparsa del senso del mistero e del sacro dagli edifici nuovi di culto religioso, l’incapacità di riconvertire utilmente i rifiuti, la distruzione di emergenze architettoniche e la sottovalutazione pubblica del bene artistico e monumentale, in favore di una turistizzazione, spesso invasiva, di scarsa o nulla comunicazione sociale, a Venezia come a Napoli o a Palermo.
Certo le identità non sono fortunatamente imbalsamate, statiche, autoreferenziali (con venature più o meno accentuate di strisciante, o evidente e violento, razzismo). Si continua però a marginalizzare, senza un vero progetto di inclusione che si basi anzitutto sul rispetto arricchente delle culture indigene con le altre, in una armonia di pari dignità che, appunto, sia sostenuta efficacemente non dalle emergenze o, peggio, da uno sterile e non visibile buonismo di maniera, in realtà tanto conclamato quanto inefficace.
È facile proclamare la città della gioia, quali panacea di ogni problema che emerge e che, in realtà e per un preconcetto di superiorità di giudizio, sottovaluta la reazione a modelli imposti e non condivisi.
Il profeta Geremia (29,5.7) affermava: “Costruite case e abitatele, piantate giardini e mangiate i loro frutti. Create il bene della città dove vi ho fatti condurre in cattività e pregate l’Eterno per essa, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere”.
Soffermarsi, a partire da Platone, e poi con Tommaso Moro, Campanella, Adriano Olivetti, Zeno Saltini (solo per fare alcuni nomi di filosofi e non solo) e così riprendere il filo di Geremia che invocava, appunto, il benessere della città, per il benessere del singolo e dei popoli.
La quattrocentesca città ideale è speculare a ogni utopia tarda o modernissima.
Uno psichiatra umanista, Vittorino Andreoli, autore di libri di ampia diffusione e successo, ha parlato di bendessere, e questa può essere la chiave di un ragionamento sulla città che, dai massimi sistemi riporti alla kierkegaardiana considerazione del singolo e non solo alla sopravvalutazione del numero o delle maggioranze, solo aritmetiche.
La stessa nostra Costituzione, propone la “pari dignità sociale attraverso la garanzia dei diritti inviolabili della persona”, precetto che può essere applicato quale fonte delle vocazioni e delle scelte di ognuno, senza pregiudizio e censura alle idee espresse, anche in dissenso con il pensiero dominante.
Più che di città bisognerebbe discutere, allora, di tante città che si pongono in modo concentrico al cittadino come specchi diversi o come un mosaico che, se resta tassello o molecola, non partecipa ad una eventuale auspicabile armonia, al governo del territorio in tutte le sue componenti plurali che lo compongono (non solo il potere politico, quindi), che si dovrebbero, invece, ben valutare nella dialettica centri - periferie (plurali voluti), mettendo al centro la persona umana e il ripensamento, in chiave non solo funzionale, della dimora umana, in rapporto con le identità custodite o non sufficientemente rispettate, con la simbologia, i miti unificanti, la storia, la natura, la toponomastica, con il nuovo e sempre più vasto fenomeno della presenza di immigrati, portatori a loro volta di culture da non far scomparire nell’omologazione generalizzata, sullo sfondo vivo di un tessuto valoriale, immateriale e umano che, lasciando ogni libertà al singolo di associarsi e praticare credenze, usi e fedi particolari, metta però, di conseguenza, la legge e i valori condivisi quale base indispensabile di convivenza, di un vivificante e reciproco riconoscimento arricchente, senza ombra di esclusioni e di xenofobie.
Il pensiero sulla città, sulle città, non può sfuggire a quello connesso al degrado urbano, specchio del degrado edilizio e sociale, di quella modernizzazione senza progresso, di cui parlava Pier Paolo Pasolini, nel segno cioè di una continua precarietà, non solo urbana ed edilizia, ma anche amministrativa, legale e spesso indifferente a quella globalizzazione strisciante che non può certo risolversi nel mero folklore di facciata o nello sfruttamento turistico per solo profitto.
Il mancato equilibrio di visione e progetto fra conservazione, rigenerazione e innovazione non invasiva e/o squallida, provoca l’Alzheimer urbano, l’ecclissi della memoria, l’esaltazione del presente come unico orizzonte ultimo.      
Ha ben notato il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick che “nella città esistente e storica sono custodite l'identità, la simbologia, la cultura del luogo urbano con aspetti, ruoli e usi via via diversi da quelli originari, con condizioni di vetustà del patrimonio edilizio e monumentale”, senza peraltro dimenticare, con Tommaso Giura Longo, che “una città viva e usata, è il miglior museo di sé stessa”.
Resta di attuale monito quanto Platone sosteneva nella descrizione della città come “pascolo” che condiziona e alimenta la crescita e deve, quindi, essere organizzata in modo “nutriente” e “sano”, anche attraverso un controllo dei costruttori.
Certo, con Heidegger, per saper costruire bisogna saper abitare.
Il “diritto alla città” presuppone, ancora con Platone, l'architettura come terapia dello spazio, come dispositivo sociale e specchio della società, offerta di spazi alle coesioni e alla solidarietà, leggi buone per frenare le tendenze appropriative e disgregatrici dei costruttori (l'esempio della distruzione del liberty palermitano, a questo proposito, mette politici, costruttori e proprietari sullo stesso banco d'accusa, senza escludere la allora silente “società civile”, tranne pochissime eccezioni!).
Lo stesso Papa Francesco, nella Evangelii gaudium parla di infinite possibilità per la vita propria e familiare, senza tacere la presenza di “non cittadini”, di “cittadini a metà”, di “avanzi urbani”… per cui “un prezioso spazio di incontro e di solidarietà, spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca”.
Una città diventa autoreferenziale se attraverso megafoni di demagogia, di abuso di potere, assolutizza e si assolve nel caos organizzativo, nella confusione, nella pratica dell'illegalità, ad esempio, nelle strade vendendo merci non registrate fiscalmente, spacciando droghe a cielo aperto, commettendo scempi e violenze di ogni genere.
Lo sfruttamento, attitudine ricorrente, non può certo ergere muri invalicabili, deve accogliere e far partecipare ma, appunto, nel segno che è lo statuto proprio della legalità, senza rincorrere a utopie livellanti o, peggio, dirigistiche calate dall'alto, per imposizione, con conseguenti azioni e politiche responsabili.
Ancora Flick scrive che “l'unità degli uomini e dei popoli non può risolversi nell'abolizione delle differenze”, vitali e vivificanti senza dubbio, a patto reciproco della salvaguardia di un patrimonio di forme e sostanze che, non pretendendo alcuna egemonia, possano però esplicitarsi anche in alleanza con la natura, riportando il giardino urbano e i parchi ai confini della città, a luoghi realmente vivibili, sani, curati, non come centri di volgarità e malaffare.
Il linguaggio è per le polis decisivo, insieme ai linguaggi, dialetti e lingue internazionali e commerciali. Lo stesso don Milani sosteneva che “è solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l'espressione altrui”. Tuttavia, per proteggere e prendersi cura della città, è necessaria una comunicazione linguistica formativa e non sciatta della lingua, specie nelle scuole primarie.
La dignità del singolo e dei gruppi resta il perno di una cittadinanza attiva che non esclude nessuno per nessuna origine ed etnia e che, anzi, ponga fine - con politiche culturali che non si improvvisano con slogans ripetuti come mantra - alla “fuga giovanile dei cervelli” dalle città, nel rispetto, comunque, della volontà di ognuno di migrare e nel riconoscimento pieno delle norme del diritto interno e internazionale in vigore.
Non è assolutamente ipotizzabile, inoltre, né tantomeno tristemente praticabile, come avviene, l'abbandono in mare di naufraghi, verso una nuova patria, è doveroso il loro salvataggio e il diritto di asilo.
Ma è altresì necessaria una politica internazionale di sostegno a chi, nei propri paesi, è in palese difficoltà per ragioni politiche, economiche, umanitarie e di contingenza legata alla natura e che non vorrebbe sradicarsi dal proprio habitat.
Colpevolizzarsi ad oltranza è per l'Europa (che stenta ad esserci) un abito negativo, traumatizzante. Il passato - sempre da contestualizzare - non può essere solo colpa e pentimento, è anche civiltà ed esperienza. Tutto, certo, è rivedibile, senza però usare le lenti del presente per giudizi sommari. Le regole della convivenza non possono, nella città, essere perciò un optional da usare a piacere e secondo il vento che tira.
Ne consegue che, accanto ai diritti fondamentali, in primis la vita di tutti, contro ogni discriminazione (dato che negarli significa disconoscere l'identità della persona), vanno uniti i diritti sociali che presuppongono i doveri verso la società, a cominciare dal lavoro che non si può relegare nell'assistenzialismo di Stato e il riconoscimento comune della memoria storica, dei valori naturali e costituzionali, che portano ogni cittadino a quel “diritto al territorio” in grado di limitare l'influenza della globalizzazione e del mercato.
L'educazione alla libertà culturale e alla legalità, non possono che ripartire da una visione e pedagogia senza le quali la scuola e l'università diventano solo servizio, posteggio e stipendificio, per tentare di fermare, così, la bramosia del denaro, del successo, della mediocrazia che impera, per una lealtà morale e sostanziale  del singolo verso la comunità e lo Stato stesso, in una architettura virtuosa che sappia incidere in positivo su sicurezza, sostenibilità economica, sociale e ambientale, per l'equilibrio da ricercare, in sostanza, e per riportare al centro l'uomo smarrito e quasi attonito tra politica, tecnica, economia ed estetica.
Quel bonum commune che, mirabilmente e simbolicamente, Ambrogio Lorenzetti raffigurò nell'Allegoria del buono e del cattivo governo, a cominciare dal primario diritto per ognuno, all'abitazione.
C. Schimitt ha affermato che “non esistono idee politiche senza uno spazio cui siano riferibili, né spazio o principi spaziali cui non corrispondano idee politiche”, nel presupposto di una sostenibilità non effimera della città stessa, luogo di diritto alla città, secondo quanto giustamente afferma Salvatore Settis, istanza di ricomposizione tra urbis e civitas, tra città di pietra e città degli uomini, per la cura della vita e per il possibile “buon vivere”.
Una resistenza e resilienza, in vista di una vivibilità responsabile, per preservare e accrescere i beni per il bene comune in grado di vincere la “crisi di speranza” che attanaglia l'indifferenza, tanto diffusa, verso ogni ideale e anelito di rinascenza, che parta dalla giustizia, unicuique suum e senza soccombere per ignavia, alle fascinazioni settarie e ideologiche assolute.
 
Contributo per il Reading sulle Città del Festival delle Filosofie 2019

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