Il progresso come ambiguità inquietante. La concezione e l’idea di progresso come nasce e si forma nella cultura Occidentale? Articolo di Giovanni Teresi

 

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Uroboro

 

Nella concezione del tempo degli antichi popoli, soprattutto gli antichi greci e gli antichi romani, il concetto di progresso era praticamente assente.

Il termine “Progresso” viene dal latino Progrepior, cioè lo sviluppo delle società umane come una storia che ha un lineare procedimento verso il miglioramento delle condizioni storiche e sociali. La concezione del tempo che avevano gli antichi era un tempo ciclico, come la ripetizione delle quattro stagioni del pianeta terra.

Un tipico esempio di questa concezione del tempo ciclico, è rappresentato da un libro della Bibbia, il Qoélet, dove, fin dalle battute iniziali, viene delineato il concetto di tempo ciclico della storia:

Una generazione va e una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa, sorge il Sole e il Sole tramonta, si affretta verso il  luogo da dove risorgerà, il Vento soffia a mezzogiorno, poi gira e tramonta, gira e rigira, e sopra i suoi giri, il Vento ritorna”.

Anche il frammento più famoso del filosofo greco Eraclito, delinea in fin dei conti lo stesso concetto: “tutto scorre, tutto diviene e nulla è”.

Quindi, la concezione del tempo viene vista presso gli antichi popoli, sia orientali, che occidentali, come i romani e i greci, come una ruota, che gira sempre allo stesso modo, e non a caso il simbolo per eccellenza, per antonomasia, del movimento ciclico del tempo presso gli antichi era il simbolo dell’UROBORO,  il drago che si morde la coda, e che rappresenta il legame indissolubile che è e che c’è tra il fine e l’inizio delle cose, sia umane, che sociale, e soprattutto storiche.

 Il simbolo molto probabilmente è di origine orientale, ma il termine Uroboro è di origine greca.

I primi esempi dell’Urobolo si possono trovare in Egitto: la prima rappresentazione di un Oucoboros si trova in un antico testo funerario egizio, “The enigmatic book of the nette world”, che venne ritrovato nella tomba del faraone Tutankhamon della XVIII dinastia, dove nell’immagine sono rappresentati due serpenti  che si mordono la coda; la seconda famosa immagine è  quella che si trova nel “Papiro di Dama – Heroub” della XXI dinastia, dove troviamo Horus bambino, all’interno del disco solare, sostenuto dal leone Akhet, che è il simbolo dell’orizzonte dove il sole sorge e tramonta, circondato dal dio Serpente Mehen, in forma di un “Ouroboros”.

Nella concezione greca, e quindi orientale, non esisteva il concetto di fine e di progresso, poiché  essa cosiderava la storia umana, come un allontanamento verso lo Silendore iniziale, e anche l’essere umano veniva concepito come qualcuno che si allontana sempre di più dalla meta iniziale.

Il poeta greco Esiodo, nell’opera “ Le opere e i giorni”, infatti scrive che:

Un’aurea stirpe di uomini mortali, che crearono nei primissimi tempi gli immortali, hanno dimora sull’Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo, come dei passarono la vita con l’animo sgombero da angosce, lontani, fuori dalla fatiche e dalla miseria, e ne la misera vecchiaia incombeva sul loro destino, e tutte le cose belle essi ottenevano”.

Anche il poeta romano Publio Ovidio Nasone mantiene la stessa concezione e nelle sue Metamorfosi scrive che:

fiori per prima l’età dell’oro, spontaneamente, senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, e si onoravano la libertà e la rettitudine”.

 Quindi , la negazione di ogni progresso, era il cardine delle civiltà antiche, in particolare greca e romana, poiché la linea del tempo tornava sempre sui  passi iniziali, così come il cielo delle stagioni.

Non c’era nessun fine e senso del tempo nella concezione che ne avevano gli antichi. Il primo accenno di progresso nel pensiero antico, lo possiamo trovare in Lucrezio, nel suo poema: “DE RERUM NATURAE”, ove il poeta non esalta e nemmeno considera importante il concetto di progresso, ma può essere utile, se l’uomo anziché distruggere la natura, la migliora, ampliandola con la tecnica acquisita, colmando le lacune della natura.

Anche il filosofo Seneca, nel VII libro delle “QUESTIONI NATURALI”, quasi in conclusione della sua unica opera scientifica, spera in un futuro migliore dove le scoperte scientifiche saranno sempre più avvincenti e meravigliose, infatti scrive:

verrà un giorno in cui il passare del tempo e l’esplorazione assidua di lunghi secoli porterà alla luce ciò che ora li sfugge. Verrà il giorno in cui i nostri posteri si meraviglieranno che noi ignorassimo cose tanto evidenti”. 

Diciamo che oggi con tutte le nuove scoperte nel campo astronomico, biologico e geologico, possiamo dare ragione alle parole di Seneca.

Ma la concezione e l’idea di progresso come nasce e si forma nella cultura Occidentale?

Possiamo rispondere che  sono due gli eventi che hanno fatto nascere la concezione di progresso dell’umanità, due eventi apparentemente distanti tra di loro l’uno dall’altro: il primo la Religione Cristiana, e il secondo l’Illuminismo francese.

 La concezione cristiana del tempo, che è in parte di matrice ebraica, quindi giudaico-cristiana, prevede il passato come male e peccato, il presente come attesa della venuta di Cristo sulla terra, e il futuro come salvezza e come liberazione dal male del passato.

 Il primo autore che ha descritto in un modo articolato questa concezione del tempo come corsa verso la Salvezza, è stato Agostino di Ippona, dove nel suo capolavoro “La città di Dio” analizza la storia di tutti i popoli dell’umanità a quei tempi conosciuti, dal punto di vista della prospettiva cristiana, per cui, il passato prima della venuta di Cristo era tutto nelle tenebre, il presente è speranza, mentre il futuro è finalmente salvezza eterna, e quindi progresso eterno per gli esseri umani, ovviamente dal punto di vista giudeo-cristiano. Ma il pensiero giudeo-cristiano di salvezza futura, è stato utilizzato anche dall’Illuminismo, dal comunismo, dal maxismo, dal leninismo e dal socialismo. Tutte queste ideologie infatti, hanno un comune denominatore, che è quello di liberarsi dal passato, che viene visto come male e ignoranza, e correre verso il futuro, che è il luogo della salvezza e della prosperità.

Ma mentre il Cristianesimo parla di salvezza delle anime e dei popoli dal punto di vista dei valori umani, l’ideologia dell’Illuminismo, del Maxismo e del Socialismo-Cominismo, analizza il passato dell’umanità descrivendolo come ignoranza e come mancanza di mezzi tecnologici e economici che dovrebbero invece garantire il benessere del futuro, quindi la stessa concezione lineare del tempo, visto come un incessante progresso verso il meglio, è racchiusa in tutti questi movimenti religiosi filosofici e politici.

Durante il Medioevo e il Rinascimento, la concezione del tempo, era vista sempre ancora come il modello degli antichi, anzi, soprattutto per il Rinascimento, l’antichità era custodia di saperi, di cultura e di luce. Soprattutto  gli antichi erano visti come saggi e come custodi del sapere.

Non a caso, gli autori del passato come Platone e Aristotele venivano considerati quasi come sacri durante il Rinascimento e l’Umanesimo.

Tutto cambia con l’Illuminismo, dove il passato è visto come stato di minoranza e di ignoranza.

Lo spiega bene Immanuel Kant, nell’opera “Risposta alla domanda che cos’è l’Illuminismo?:

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro imputabile a se stesso … Sapere aude!, altri il coraggio di servitù della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’illuminismo.”

Era il 1784, ma dalla fine del XVIII secolo ad oggi, la mentalità comune è rimasta la stessa, poiché soprattutto oggi, con il progredire delle scienze e delle tecniche, l’umanità si illude che basta così poco, o perlomeno basta solo questo per poter ragionare con la propria testa.

Oltre alle scienze e alle tecniche, servono anche i sentimenti umani poiché come diceva Pascal “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”.

 Ma non il cuore inteso come amore tra due innamorati, ma inteso come nucleo dei sentimenti e delle passioni umane.

Purtroppo la nostra epoca, non ha bisogno di sentimenti, poiché nell’età della tecnica non c’è più spazio per nessuna cosa, ma solo per il profitto e per la produzione. Comunque, bisogna ricordare che i sentimenti, noi, li abbiamo per cultura, e non per natura. Perché per natura abbiamo solo le pulsioni e gli istinti della fame, della sete, della sessualità e della violenza, e quindi dell’aggressività. I sentimenti si imparano, non sono insiti in noi, come qualcuno ancora oggi pensa, e si imparano attraverso la conoscenza, le materie umanistiche ed anche la scienza.

Prima dicevamo, che dall’Illuminismo in poi, il passato è incominciato ad essere visto come un luogo di tenebre, di superstizioni, di errori, e quindi bisognava tagliare con il passato.

Anche il darwinismo e l’evoluzionismo, sono stati fraintesi, come una folle corsa verso il perfezionamento, e quindi verso il progresso, quando invece il termine evoluzione non riguarda la corsa al progresso, ma si tratta semplicemente della trasformazione degli organismi, sia animali che vegetali, per adattarsi ai nuovi ambienti e ai nuovi climi, poiché gli animali e le piante non lottano per arrivare a vincere il premio del più progredito, ma invece lottano per la sopravvivenza e per lasciare più discendenti possibili modificati e adatti al nuovo ambiente.

Lo stesso Charles Robert Darwin, in una lettera scritta al suo amico e corrispondente Joseph Dalton  Hooker, l’11 Gennaio 1844 Adown, scrive:

alla fine si è acceso un barlume di luce, e io sono quasi convinto, che le specie non siano immutabili, il cielo mi scampi, e liberi dalle insensatezze di Lamarck di una tendenza al progresso, di adattamenti derivanti dalla lenta volontà degli animali”.

Herbert Spencer, invece interpreta l’evoluzione e il progresso come la legge universale della vita e del cosmo. Egli concepiva l’evoluzione come un continuo movimento verso il meglio, e crea una analogia con l’evoluzione animale e l’evoluzione sociale, nella sua opera “ I principi primi”.

Spencer infatti, rileva delle strette somiglianze tra l’evoluzione individuale, e l’organismo sociale, poiché in entrambi i casi, i due fenomeni hanno una semplice origine, in seguito cominciano ad aumentare di complessità, e quindi cominciano a modificare la loro struttura che diventa più complessa, e dopo lottano per cercare di sopravvivere e lasciare discendenti. Una delle frasi più dure di Herbert Spencer, è infatti questa:

l’intero sfarzo della natura è di eliminare i falliti della vita, ripulendo il mondo della loro presenza e facendo spazio ai migliori”, frase che Charles Daewin non ha mai pronunciato.

Quindi, l’evoluzione non è una scala verso il progresso, come viene rappresentata l’evoluzione umana, ma è una trasformazione degli organismi viventi. È stata la concezione della storia che hanno formulato gli illuministi francesi, a fare vedere l’evoluzione come progresso. Infatti, sul finire del XVII secolo, da un’opera intitolata “Digressione letteraria degli antichi e moderni” scritta nel 1688 dallo scrittore  e filosofo francese Bernard Le Bovier e Fontanelle si legge:

la superiorità rispetto agli antichi dei moderni, che si servono delle scoperte già realizzate in passato, si deve solo attribuire allo scorrere delle generazioni che aumentano il loro sapere che progredirà per sempre”.

Anche se non siamo ancora nell’epoca illuminista, queste parole comunque anticipano il movimento illuminista con la sua scontata fiducia sul progresso dell’umanità, che poggia le basi sul concetto lineare del tempo del cristianesimo e dell’illuminismo, che spezzettano il tempo in tre parti, passato-presente e futuro.

Ma il concetto del progresso è soltanto una fugace illusione, come scrisse Giacomo Leopardi  nell suo poema “La ginestra”, ove polemizza contro tutti coloro che esaltano il progresso e  credono che la natura sia amica dell’essere umano.

 “Così di alto piombando, dall’utero tonante, scagliata al ciel profondo, di ceneri e di pomici e di sassi, notte e mina infusa di bollenti ruscelli, o pel montano fianco, furiosa t’era l’erba di liquefatti massi e di metalli e di infocate arene, scendendo d’immensa piena, le città confuse e infrasse e ricoperte in pochi istanti”

Questa è la natura, spietata e senza riguardo alcuno per la dimensione umana, infatti scrive ancora Leopardi nello Zibaldone:

l’uomo e così tutti gli altri animali, non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare le vita, per comunicarla ad altri che gli succedono, per conservarla, in vero e solo fine della natura è la conservazione della specie, e non la conservazione e ne la felicità degli individui”.

Queste parole sembrano quasi anticipare il pensiero di Charles Darwin di tre decenni, poiché Leopardi aveva capito che non esiste nessuno scopo e nessun progresso che l’uomo deve seguire, ma anzi l’unico progresso per Leopardi è imparare a lottare contro il vero nemico che è la natura “madre di parto e di voler matrigna”.

L’essere umano si illude che con la tecnica può riuscire a dominare la natura, e così pecca si “ubris” per indicare la tracotanza, la superbia, che per l’uomo greco era l’unico vero grave peccato di cui poteva macchiarsi un essere umano.

La tecnica infatti ha origine nelle parole del libro della Genesi dove al verso numero 29 si dice:

Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e dominata sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”.

La tecnica ha origine in questi due verbi: soggiogare e dominare, da dove poi prosegue con il verbo eseguire. Ma l’essere umano è solo illuso di trionfare con le tecniche e le scienze e di riuscire a dominare la natura, perché come scrisse Platone nel X Libro delle “Leggi”:

 “misero uomo mortale quale sei, non deve essere la natura e il cosmo ad adattarsi alle tue esigenze, ma devi essere tu ad adeguarti al cosmo e all’universo”

Infatti l’uomo apice dell’universo è una caratteristica del pensiero Giudaico-Cristiano, non del pensiero greco. L’essere umano, soprattutto nella nostra epoca, ha troppa fiducia nel progresso tecnologico e nel futuro, non tenendo conto che il ciclo della natura e degli eventi umani è instabile. Lo aveva capito però il filosofo romano Severino Boezio, che nella sua opera più famosa “La consolazione della filosofia”, per primo conia il termine: “Ruota della fortuna”, che sarà un simbolo che godrà di immensa popolarità dell’Alto Medioevo in poi. Quando Boezio era in carcere, sotto il regno romano-barbarico di Teodorico, completamente sfiduciato sulla condotta umana e sugli avvenimenti storici, scrive queste parole:

La fortuna era sempre la stessa, quando ti lusingava e ti illudeva con le attrattive della felicità menzognera, se tu l’apprezzi, adeguati ai suoi comportamenti, senza lamentarti. Se aborrisci la sua perfidia, la devi disprezzare, ti ha lasciato colei della quale nessuno può essere sicuro di non essere abbandonato, ti sforzi di trattenere la ruota della fortuna, che gira vorticosamente? Ma stoltissimo fra tutti i mortali, se si fermasse non sarebbe più lei, ma è pur sempre la morte della fortuna, anche della fortuna che dura, che importanza credi allora che abbia, se sia tu a lasciarlo morendo, o se sia lei a lasciare te fuggendo?”

Co il termine “Ruota della fortuna” Severino Boezio intende il ciclo degli eventi sia umani che naturali, che girano sempre su se stessi, ma che allo stesso tempo, possono beneficiare ora gli uni ora gli altri, senza un fine ben preciso, e allora il progresso dov’è? Il Progresso è una mera illusione, invenzione umana, per consolarsi dall’imprevedibilità del futuro.

Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Olicarnasso, perché le imprese compiute da parte degli uomini non siano con il passar del tempo dimenticate, ne le opere grandi e meravigliose compiute sia da Elleni sia da barbari restino prive di gloria, e inoltre per mascherare per quale causa combatterono tra loro”

(Erodoto di Olicarnasso, Storie/Poemio).

 

Con queste parole Erodoto, il padre della storiografia greca, fa capire qual è il metodo di pensiero dell’uomo greco e dove è il passato  per dover essere ricordato e custodito. Il termine “histories” è da connettere con l’apice della parola “ID” che significa vedere, il cui perfetto “OIDA”, sta a significare “che ho visto”, e quindi

 “ che conosco”, “che so”.

 Per il pensiero greco tutto ciò che si poteva parlare e argomentare era soltanto ciò che si era visto, ciò che si conosceva bene, quindi gli avvenimenti del passato, se conosciuti in modo accurato, potevano fondare le basi per costruire il presente e quindi eventualmente il futuro.

Questa ansia di raggiungere il più presto possibile il futuro perfetto, è condensata nell’opera più importante di Jean-Antoine-Nicolas-Coritet, il marchese di Condarcet, uomo politico, filosofo, illuminista, e uno dei pochi illuministi francesi ad assistere agli avvenimenti della rivoluzione francese, che si intitola “Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano”, dove l’autore vede la rivoluzione francese come l’arma per la realizzazione del progresso futuro, ecco alcune frasi:

tutto ci dice che stiamo arrivando all’epoca di una delle grandi rivoluzioni della specie umana. Chi può meglio rischiararci su ciò che dobbiamo attenderci da essa ? chi ci può offrire una guida più sicura per condurci all’intimo del suo pieno sviluppo, se non il quadro delle rivoluzioni che l’hanno preceduta e preparata? Lo stato attuale dei lumi, ci dice che essa sarà felice, ma affinché questa felicità si espanda con più rapidità e in un più ampio spazio, e affinché essa sia più completa nei suoi effetti,non abbiamo bisogno di studiare nella storia umana quali ostacoli dobbiamo ancora tenere, ma quali mezzi abbiamo per superarli”.

Gli esseri umani oggi, peccano di “hileris” cioè di superbia nei confronti degli altri animali e nei confronti della natura. Eschilo ci racconta che Prometeo finì in catene per avere fatto conoscere il fuoco agli esseri umani, e per averli fatti uscire dall’ignoranza “ il tuo vanto, la fiamma del fuoco che è fondamento di ogni arte, lui l’ha rubato per farla conoscere ai mortali, e deve scontare questa colpa verso gli dei, ed imparare ad accettare il governo di Zeus, e cessare la sua benevolenza verso gli uomini”.

Dal canto suo Françis Bacon, nelle pagine conclusive della sua opera fondamentale che è il “Novum organon” scrive che anche se l’essere umano con il peccato originale ha perso il dominio sulla natura, questo dominio lo potrà recuperare grazie alla scienza e alla tecnica, che lo aiuteranno a riconquistare di nuovo il dominio sulla natura. Ma è un’illusione poiché la Natura è più forte della tecnica, e infatti  Eschilo, fa dire al coro dell’opera “Prometeo”, la seguente frase:

la tecnica è di gran lunga più debole della necessità” (V.514).

Quindi per il pensiero greco è impossibile dominare la natura, perché la natura continuerà sempre il suo corso, ed non tiene in considerazione le tecniche avanzate dell’essere umano, che possono funzionare tra gli individui, ma no possono funzionare con la natura. Allora, il pensiero del progresso nasce perché dì essere umano ha sempre avvertito di essere debole al livello corporeo.

Questo argomento lo ha analizzato in dettaglio Arnald Gehlen, filosofo e antropologo tedesco, che scrisse l’opera “L’uomo la sua natura e il suo posto nel mondo”.

Opera nella quale Gehlen, analizza le debolezze dell’essere umano:

C’è un essere vivente, che tira le sue caratteristiche più rilevanti, ha quella di dovere prendere posizione circa se stesso, cosa è necessaria un’immagine, essa formulata interpretativa”. E continua: “Nietsche definì l’uomo come l’animale non ancora definito, e questa espressione è esatta, e ha un senso duplice, in primo luogo vuol dire che non sussiste ancora un accertamento di ciò che l’uomo è realmente e propriamente, e in un secondo luogo, l’essere umano è per qualche verso incompiuto, cioè non è ancora costituito una volta per tutte”.

L’essere umano evolvendosi perde la capacità di difendersi dai predatori, di vestirsi e di coprirsi della pelliccia che hanno gli animali, ed è lì, che gli viene in aiuto la tecnica, e lo farà completare. Ecco perché il progresso e la tecnica sono il pensiero costante dell’essere umano, perché lo completano di tutto quello che nel corpo dell’evoluzione l’essere umano ha perso. Ma il progresso è qualcosa di inquietante perché l’essere umano, lo utilizza per dominare la natura

. Il progresso è inquietante perché i rapporti tra gli esseri umani sono tutti omologati, la psiche umana si sta modificando, e sta diventando come la mente dei computers e il sistema operativo delle macchine. Questo  succede, perché gli esseri umani hanno voluto chiudere con il passato, che è il serbatoio dove possiamo attingere a tutte le soluzioni per affrontare il presente, così come la pensavano i greci.

Ma nell’età del progresso non c’è spazio per il passato, ma solo per il presente e per il futuro. Il filosofo tedesco Heidegger infatti scrisse che:

 “la cosa più inquietante non è che il mondo sta diventando un immenso apparato tecnico, ma la cosa più importante è che no abbiamo gli strumenti necessari, per affrontare questo cambiamento”.

Dal canto suo, un altro grande filosofo tedesco di origini ebraiche Guther Anders, aveva capito che i sentimenti umani sono lenti rispetto al progredire incessante della tecnica e del progresso; quindi abbiamo rinunciato ad essere nel mondo, e al nostro posto abbiamo messo la tecnica e il progresso. L’essere umano, ha quindi smesso di essere storico ed è diventato astorico, fuori dalla storia, schiavo del progresso. Poiché fino ai tempi di Bacon, la scienza e la tecnica erano così elementari da essere ancora dominate, ma adesso è la tecnica e il progresso che domina l’essere umano, con delle conseguenze disastrose nel campo affettivo, nel campo psichico ed nel campo antropologico.

Guther Anders si spinse più avanti nel piccolo libro chiamato: “ Noi figli di Eichmann”  e scrive:

la nostra percezione non è all’altezza di quanto produciamo”.

Perché la nostra immaginazione nei confronti dei prodotti di consumo è lenta e non siamo più in grado di percepire il pericolo di cosa è giusto e di cosa è sbagliato. La produzione, e la tecnica, ha raggiunto un livello massimo di complessità, che la nostra psiche è rimasta indietro, talmente indietro, che non riusciamo più a provare nessun sentimento morale. E, quindi Anders scrive:

Il  pensiero scientifico e i prodotti della tecnica offrono l’illusione di uno sviluppo illimitato delle conoscenze umane, ma le altere facoltà non strettamente conoscitive, e che presiedono però ai processi di comprensione, restano indietro, e rischiano di risultare antiquate”

 

Giovanni Teresi

 

Bibliografia:

 

  1. La Sacra Bibbia – Quoelet – Genesi
  2. Seneca – questioni naturali
  3. Lucresio – De rerum naturae
  4. Leopardi – La ginestra – Lo Zibaldone
  5. Guther Anders – L’uomo è antiquato – Noi figli di Eichmann
  6. Heidegger Martin – La questione della tecnica
  7. Condorcet – Abbozzo di un quadro storico dei progressi
  8. Arnold Gehlen . L’uomo e la sua posizione nel mondo
  9. Immanuel Kant – Che cos’è l’Illuminismo?
  10. Agostino di Ippona – La città di Dio
  11. Severino Boezio – La consolazione della filosofia
  12. Platone – Le leggi
  13. Erodoto – Storie
  14. Bacone – Novum Organon

 

 

 

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